Gino/ 22

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Sara

Gli sparò tutti i denti bianchissimi e una risata da eco. Era giovane, col viso tondo e gentile.

“Sei te il citto della Gegia?”.

Gino disse di sì, anche se non aveva capito bene.

La ragazza rise ancora, salutò qualcuno dentro la pensione e disse: “Andiamo!”.

Poi si lanciò per la strada con un passo che faceva tre di quelli di Gino. Muovendo le spalle e le mani a dondolare su e giù per darsi l’anda, falcava i viuzzi e canticchiava una marcia.

Era abbronzata, scura quanto un indiano. E vista di spalle sembrava un uomo.

Gino gli zampettò dietro per vie e stradine. Imbruniva e l’asino era stanco. A Gino poi, gli pareva d’essere un sonnambulo.

“Mi chiamo Sara Milli, e te ?”.

“Gino… mi chiamo Gino…”.

” La Gegia m’ha detto del tedesco… ma te non ti preoccupare, che ora ci andiamo e ci penso io”.

La parlata… era quella della Rina. E il nome era il nome del conte… e anche il nome del parente che aveva sfidato il brigante…

Sui monti sopra Arezzo c’era una fucina di titani grossi e spavaldi, che ogni tanto scendevano a valle a spaziare le loro forze in mezzo ai comuni mortali…

Vaghi rumori primaverili di rondini e venticello. Suoni dentro le case. Ora di desinare.

Loro a marciare a tappe forzate. Strade e viuzze e piazze fino a un palazzo antico e nobile, dove c’erano parecchie luci accese.

La ragazza si piantò di colpo e gli si rivolse: “Bene, Gino. Te settati qui, non ti muovere finché torno”.

Gino rimasticava idee vaghe e intanto gli si chiudevano gli occhi. Si sarebbe addormentato lì, seduto in terra, se da dentro l’antico palazzo nobile non fossero arrivati suoni strani. Degli urli staccati e selvaggi e delle bestemmie che salivano in ampie spirali; figure sacre e animali, parti del corpo e chiodi, polvere, sedie in una stessa inestricabile ascesa.

Poi uno stonfo e botte, tutto insieme agli urli e i bestemmioni una sedia sbattuta, forse anche un uscio.

Gino in piedi, teso a ascoltare e distinguere, cercare di rintracciare la voce umana dai rumori di roba spostata e sbatacchiata. Era la Sara, sì, sicuramente … sempre lei che gridava… e che bestemmiava …

Era lei anche che sbatteva e rompeva la roba, gli disse poi. Sara infuriata e giustiziera che reclamava quell’imbecille del tedesco che non sapeva ancora nulla, era appena arrivato dai monti. Sì, sapeva a malapena dov’era, figurarci del saluto! Ma a lei gli toccava di lavorare con lui, e se non lavorava non mangiava e allora che lo tirassero fuori subito, che sennò lei faceva un macello che gli ci volevano tre reggimenti per fermarla. E ne era nata poi una sfida di lotta greco romana.

“Davvero sei così forte?”.

Le avevano detto.

“E allora adesso ci devi vincere tutti e tre, sennò pulisci tutta la stanza con la lingua e poi finisci dentro come quell’altro imbecille”.

Sara aveva vinto, s’era tolta la camicia ed era rimasta in canottiera. Da uomo. E tutti già s’erano ammutoliti perché lei non c’aveva seni ma dei muscoli che scoppiavano dentro al tessuto.

Li aveva buttati giù senza sforzo, uno dietro l’altro. Gonfi, rovinati, sfregiati per sempre, perché dopo che erano caduti li aveva alzati come fuscelli e scaraventati contro i mobili. Aveva rotto tutto, là dentro.

Poi s’era rivestita e sempre urlando gli aveva detto di ridargli subito quell’imbranato chiuso dentro, che i patti andavano rispettati.

Così Franz era uscito. Senza aver capito nulla e più pallido di una principessa sul pisello.

Con la Sara che lo sorreggeva per un braccio, mentre su una spalla, ma che sembravano leggere come piume, s’era buttate le sacche di cuoio.

E s’era presa anche l’agio di raccontare senza fretta tutto quanto era successo lì dentro. Raccontava vociando come fossero al mercato. E intanto gli rimetteva a posto il bavero a Franz, il cappello sulla testa, pacche sulla schiena per incoraggiarlo. Poi via, a passo di marcia ancora una volta, ma trionfale.

Fra le case e i visi antichi affacciati a sbirciare che era tutto quel macello, quella sera, per strada.

Anche dal palazzo nobile si aprì una finestra.

E Gino pensò che era finita. Ora gli sparavano alla schiena, uno, due, tre, e era finita. Si voltò di scatto, pronto a vedere i fucili puntati.

Invece vide delle camicie nere che uscivano su un balcone con le maniche arrotolate e le facce contente.

Indicavano loro tre e ridevano a faccia piena. Li guardarono allontanarsi, poi rientrarono ridacchiando e scuotendo la testa.

Sara marciò fiera con lo straccio floscio al lato e le sacche leggere su una spalla.

Spavalda, fiera e convinta, a grandi passi per le strade.

E Gino la guardava e si chiedeva…

Tutta una montagna di balle…

Sara raccontava panzane grosse come case…

Era una mesteriante, era come Franz!

Li aveva ammaliati e divertiti. Raccontato loro di botte e lotte e leggende… chissà cosa!

Nata e cresciuta sulla strada, trent’anni di bugie e spettacoli.

E lavorare con loro… Gino si sentiva spaesato, a pensare a Franz e Sara insieme.

Camminava indietro, accanto all’asino che c’aveva il collo piegato in giù. E cercava di essere contento.

Appena dalla Gegia, Franz si buttò su una sedia e trovò il coraggio di sorridere.

La Gegia gli portò una scodella di brodo e gli sedette accanto.

“Che è successo?”.

Franz la guardò serio.

” Nulla”.

Gino e Sara, la Gegia si strinsero intorno al tavolo.

“T’hanno interrogato?”.

“T’hanno dato l’olio?”.

“T’hanno picchiato?”.

Franz scuoteva la testa: “Peggio…”.

Tutti ancora più vicini, si zittirono con facce di ammirato cordoglio.

“M’hanno messo in una stanza vuota e lì mi ci hanno lasciato! Tutto il giorno, senza dirmi niente…”.

A Franz quasi gli veniva da piangere. Si chinò sulla scodella e cominciò a succhiare il brodo caldo.

La Gegia e la Sara si vergognavano. A questo mondo di uomini veri non ce n’erano più! A parte loro.

Sara alzò così tanto i sopraccigli che pareva dovessero staccarglisi dalla fronte.

La Gegia invece guardava dappertutto meno che su quella montagna di fifa che aveva davanti a succhiare il brodo a sbafo.

Era così brutto, che stavano lì a avere pena e disprezzo senza dir nulla che a Gino gli faceva rabbia. Si alzò e andò nella stanza. Sul lettone soffice e alto si distese a riposare, che c’aveva le ossa rotte. Assopendosi piano piano nel sentire le voci dabbasso sempre più alte. Sempre più contente. Franz di nuovo stentoreo, di nuovo a raccontare panzane. E le donne a ridere e sbattere le mani sulle cosce dal divertimento.

Fino a notte fonda, risate e racconti. E Gino in un dormiveglia strano, che non riusciva a ricordare dov’era, e si svegliava col batticuore tutte le volte. E le voci poi lo facevano riaddormentare, ma dopo due sogni di nuovo, eccolo sveglio. Un patema d’animo tremendo, di non poter dormire più di due minuti di seguito!

E a tarda notte Franz finalmente tornò e Gino saltò su nel letto: “Dove sono?!”.

E Franz gli si sedette accanto e lo rimise giù spingendolo sul petto.

“Tranquillo… non incubi… va tutto bene”.

Gino si sedette sul letto. Franz lo fissò e si mise una mano sul cuore.

“Io… mi dispiace per cosa è successo. Farò più attenzione, dopo… va bene?”.

Gino mugugnò che andava bene, però: “Ho avuto paura…”.

“Sì, capisco… ma ora è finita, va bene? Starò attento”.

Gino gli si accostò, mentre Franz toglieva i vestiti, stanco a pezzi, più lento di un bradipo.

“Franz?”.

“Mhhh…. ?”.

“Franz, Sara…”.

“Sì?”.

“Lei… starà con noi?”.

“Sì, se vuole”.

“Ma… Franz… e la ragazza… la ragazza da comprare?”.

“Comprare?”.

Franz rimase col calzino in mano, dallo sbigottimento.

“Sì… l’avevi detto te: andiamo a comprare ragazza”.

Franz lasciò cadere il calzino e cominciò a ridere tutto, a partire dalle spalle.

“Comprare… ah… ah… ah… comprare…”.

Si riprese a fatica, stette a rantolare un po’ e soffiare e sbuffare prima di parlare.

“Scusa… io forse sbagliato. Volevo dire aggiungere… acquistare… come si dice?”.

“Ingaggiare”.

Bofonchiò Gino. Poi si buttò indietro nel letto e volle chiudere gli occhi e dormire subito. Senza sentire più i mugolii e i soffi di Franz. Che s’era spogliato e disteso nel letto ma non riusciva a smettere di ridere.

Poi, il giorno dopo, Franz era di nuovo serio.

Con la Sara in canottiera, e era vero che non c’aveva i seni, che nella mattina limpida e ocra ascoltava Franz nemmeno fosse l’oracolo.

Poi si provava un mantello, o faceva roteare la spada, o porgeva a Franz delle cose mentre lui fingeva di parlare al pubblico.

Gino non gli serviva a nulla, perché non era forte, né buffo, né sapeva i trucchi. Forse, al limite, gli avrebbe attirato il pubblico a strillare in piazza, come aveva fatto l’altra volta.

Non doveva nemmeno occuparsi del ciuco, perché lì in pensione la Gegia proprio non ce lo voleva e allora l’avevano portato da un contadino, che glielo avrebbe tenuto fino alla partenza, siccome il suo, di ciuchi, s’era azzoppato.

S’erano salutati guardandosi nell’occhio, Gino e il ciuco, e a Gino gli s’era ridotto il cuore un fico secco. Era dovuto scappare, per non farsi vedere commosso a lasciare un ciuco. Che in più s’era messo a ragliare, maledetto, quando lui se n’era andato.

Quand’era tornato, quella sera stessa, c’era un impresario dalla Gegia, e la Gegia e Franz con la Sara tutti agitati a parlare intorno a un tavolo.

Gino non capiva perché, visto che lontano un miglio si capiva che quello non c’aveva una lira per farne due e gli interessava solo di scroccare un pasto.

E non fu che il primo. Attori e saltimbanchi, direttori di circo, tutti dalla Gegia a cercar gente, conoscersi, annusarsi. Ma nessuno con la vera grana, le vere conoscenze, le vere piazze buone per farsi vedere e valere. E Franz e la Sara, questa volta, facevano sul serio. Preparavano cose difficili, spettacolari, che non erano da bruciarsi lì, al mercato, ma che valeva la pena di trovare davvero qualcuno in grado di valorizzarli, magari in teatro. Avrebbero potuto stupire, incantare, guadagnare e girare il mondo. Famosi, sui giornali, avrebbero conosciuto Houdini…

Intanto la Gegia aveva cominciato a gironzolare col foglietto del conto fra le mani.

“E quand’è che siete pronti ? Ma che state a fare, la Divina Commedia?”.

Franz che prometteva: non si preoccupasse perché una volta in piazza in poche ore avrebbero fatto più quattrini di quanti lei avesse mai visto.

La Gegia strascicava via i suoi scetticismi e la sera, a cena, gli riduceva sempre un po’ le porzioni.

Vita magra, per una settimana. Gino cominciava a perdere i calzoni e la pazienza.

Ma Franz lì imperturbabile, con addosso mantelli, con le carte fra le mani. Risbucarono anche le catene, ma per la Sara questa volta.

Che le sue specialità erano le cose del circo. C’aveva lavorato tre anni, e faceva la base nella piramide umana. Con uomini che pesavano un quintale sulle spalle.

Poi faceva i salti mortali in avanti e all’indietro, camminava sulle mani, spezzava pezzi di legno come fossero stuzzicadenti.

Aveva lasciato il circo per viaggiare, perché gli piaceva vedere il mondo. E quello era un circo di spiantati che batteva a malapena la pianura Padana.

Sara aveva fatto per un paio d’anni il giro d’Europa. Sopratutto il nord e l’est. Sempre più lontana, fino alla Russia, dove s’era fermata altri due anni e aveva fatto la tramviera.

Gino se la immaginava, con la sua divisa da uomo, a girare senza sforzo la manovella del tram, su e giù per strade innevate, fra donne incappucciate e compagni col naso rosso.

A Sara piaceva raccontare e raccontava di quella volta che un cosacco l’aveva presa per la vita e la voleva baciare così, in mezzo alla strada. E a lei gli era partito un pugno che nemmeno voleva darglielo, così forte. Gli aveva aperto il naso e la neve era diventata di colpo una melma rossa. Col cosacco mezzo svenuto in terra e la gente che cominciava a accorrere da tutte le parti lei era scappata e non s’era più fermata.

Perché non gli riusciva di fermarsi a far la stessa cosa più di un anno o due, e era anche troppo. Lei si innervosiva subito e per calmarsi e vivere bene doveva muoversi, muoversi e lottare, correre, fare fatiche. Sennò gli veniva il nervoso e spaccava i nasi alla gente.

Franz s’era toccato il naso e aveva detto: “Va bene, a settembre ci separiamo!”.

Tutta una risata. Quando non provavano erano buffi e divertenti e ne raccontavano di tutti i colori.

Ma le prove c’erano tutti i giorni e duravano ore e Gino non sapeva più che ci faceva lì con loro, a non osare guardare in faccia la Gegia e a ascoltare i brontolii nella pancia.

C’aveva la noia annodata insieme alla fame e lo sfinimento delle ore che non passavano a aspettare non sapeva più che.

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