Dal verum factum all’immaginazione esatta

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Caro Enrico,
una cosa che suggerisco è di cominciare questi ragionamenti rileggendo quel capitolo del Poema dei lunatici (di Ermanno Cavazzoni, ndr) in cui si dice che per descrivere i territori e relative popolazioni delle campagne (dove ci sono tutti quegli strani fenomeni, come le voci nei pozzi) bisognerebbe fare delle carte geografiche di acqua, ma onde di acqua di diversi colori. Io credo che quella immagine sia una tra le più eccezionali di tutta la letteratura italiana dei nostri tempi, e che bisognerebbe ripensarci, e farne come una chiave d’un modo di pensare alle popolazioni, dove davvero Vico è il nostro antenato.

E a proposito di Vico, penso che bisogna riprendere radicalmente l’idea del verum factum, proprio come proposta d’un tipo di pensiero che Vico ha elevato a disciplina e proprio nel senso che diceva Enzo Melandri a proposito dell’uso dell’analogia – Melandri parlava di “poetica dell’immaginazione esatta”. L’idea del verum factum dice più o meno che noi possiamo capire o interpretare le leggende arcaiche più strampalate e fantasiose, perché la loro fantasiosità o strampalatezza fa parte d’un modo di fare con i pensieri che rimane sempre e ancora il nostro – come ad esempio la tendenza a far cadere tutto l’ignoto in luoghi comuni risaputi (per ignoranza, dice Vico) o immaginare poeticamente le cose che sono al di là della nostra percezione (come fanno i fanciulli, dice Vico), e in generale tutto questo lavoro continuo del nostro pensiero per compiere delle generalizzazioni che (come indicava Spinoza) sono il fulcro delle attività immaginative. In tutto questo, dal punto di vista di Melandri, si applica un modo di pensiero che non è quello logico, che comporta il principio di identità, a = a senza scampo, ma a : b = a1 : b1. Con questa mediazione dell’analogia proporzionale (che per la prima volta compare nel Timeo di Platone per spiegare l’opera del demiurgo) noi leggiamo le cose fantastiche o leggendarie come una grande analogia con certi moti del nostro agire-pensare quotidiano. Questo è il modo di rivalutare la fantasticazione come principio d’una “immaginazione esatta” – e quando tu te la prendi con il Signore degli anelli o Harry Potter, la questione è proprio lì – l’idea che l’immaginazione sia un intrattenimento a vuoto, svago, sospensione della razionalità, vacanza per popolazioni ricche, altro spazio di vacanze come il club mediterranée, senza sofferenza, e senza neanche prenderci per dei pazzi come siamo.

Poi a proposito dei giganti di Vico e della loro stupidità di bestioni, io non trascurerei il fatto che di mezzo c’è soprattutto il problema dell’incesto (i “rapporti nefarii” dice Vico), e qui mi sembra ci sia il nodo più importante della disciplina fantastica come la pensa Vico, perché indica che non si può pensare di usarla senza mettere nel nostro pensiero un moto regressivo – la regressione alla fantasia del “come comincia”, del “da dove sbuchiamo” – e quello che in tutta l’antropologia è stata individuata come la fantasia base del passaggio (in gergo) dalla natura alla cultura. Pensando a Michaux – dove c´è come un principio regressivo al fantasticare discontinuo e senza sequitur dei bambini sulle cose quotidiane, per via di quel modo di scrivere che è come quello di uno che per la prima volta nel mondo si mette a comporre una frase con quella strana cosa che è la sintassi francese-cartesiana (antibarocca) -, tutto, in Michaux, porta verso questa disciplina della regressione – che in Vico si condensa nella bruciante questione dell’incesto (fantasticato): cosa facevano quei nostri padri in fondo alle caverne, assieme alle loro madri e figlie, nel buio delle notti e dei tempi?

Quando tiri in ballo Gulliver, evidentemente mi sento un po’ tremare la terra sotto i piedi, perché ci ho messo circa vent’anni per tradurre quel libro nel senso che volevo (con una sintassi settecentesca, ma leggibile, cosa che in italiano non esisteva, diversamente dall’inglese e dal francese), ma anche perché quella storia dei cavalli e degli uomini come bruti scimmioni non sono mai riuscito veramente ad aprirla, e nella prefazione che ho scritto e riscritto, rimane una zona oscura – cioè quello che Freud chiama unheimlich, che in inglese si dice uncanny, e che noi diremmo lo spaesamento in una non famigliarità ominosa, spaventosa della vita (che secondo Heidegger, che riprende l’aggettivo di Freud, è ciò che l’angoscia ci rivela come il lato autentico dell’essere al mondo); dunque: 1) i bruti e sozzi e incestuosi anche loro bestioni di Swift vanno certo pensati in analogia con quelli di Vico, considerando anche la quasi contemporaneità; 2) l’uno e l’altro testo annunciano di fatto quella che poi sarà detta antropologia, ma stranamente già come una critica alle soluzioni che saranno poi quelle di gran parte dell’antropologia – e qui trovo decisiva la necessità di contrapporre l’antropologia alla etnografia – noi siamo, o io sono per un pensiero etnografico e non antropologico; in cui sussiste quella che si chiama una aporia, straordinariamente annunciata in Gulliver – l’uomo che vorrebbe oggettivare l’UOMO senza tener conto che questo vorrebbe dire tagliarsi via col coltello quel fenomeno proiettivo e riflessivo che chiamiamo coscienza. In questo senso Gulliver è l’annuncio di tutto: di come l’etnografia (in sé antica come Erodoto) deve per forza mettersi sulle strade del fantasticare nel senso che diceva Vico (verum factum).

Saluti.

Gianni

P.S.: Queste note sono per mettere sul tappeto qualcosa che mi agita e mi ha sempre agitato, e da cui ho trovato sollievo solo scrivendo e inventando storie come quelle dei Gamuna o dei Narratori della pianure, etc.; e io direi che questo principio del sollievo (come quando ci si sgrava le budella dopo una stitichezza) va assieme a un certo uso delle parole, ed è questo che mi sembra il tema essenziale.

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