Gino/ 25

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Via

Gino non voleva guardare. Ficcò la faccia sul petto senza seno della Sara e lì cercò di dimenticare, anche solo per un istante, che stava per morire. Gli si chiuse la strozza e le lacrime scivolarono giù a lavare via gli ultimi istanti, brillando i saluti alla luce tersa, all’aria gialla, al petto largo e duro che lo teneva stretto a sé come un pacco leggero e prezioso.

Stretto sui muscoli forti e imbattibili, per un attimo davvero a Gino gli sparì i pericoli e la morte, la vita passata e il nero futuro. Un mezzo secondo vissuto fermo, al sicuro, a annusare l’odore forte e buono della Sara, che sapeva di pane fresco.

Ma di colpo il petto si allontanò. La faccia di Gino cercò di restarci attaccata, sporgendosi sul collo finché fu possibile. Occhi chiusi, corpo rigido, Gino allungò persino le braccia cercando di restare aggrappato a quel pane fresco e sicuro.

Eppure continuava a allontanarsi…

Gino aprì occhi e vide le braccia di Sara allungarsi dal corpo, con lui sopra. Sara lo allontanava, lo offriva…

Gino si voltò e vide Sussi allungare le sue, di braccia, e prenderlo in consegna come un pacco.

Dal caldo odore forte e buono a braccia grasse, acide e cattive. Gino rigido e stupito non capiva e non ci credeva ancora, come aveva potuto? Porgerlo così, darlo a morire…

Si aggrappò almeno con gli occhi alla Sara, che se ne stava immobile e sorridente a guardare Sissi. Il ciccione sorrideva anche lui ma con i labbri tirati, nello sforzo di tenere in collo Gino facendo parere che non gli pesava.

La Sara sorrise ancora di più, anzi ridacchiò per prenderlo in giro, che quasi non ce la faceva a tenere un ragazzino in collo.

E si voltò anche verso la Gegia e Franz, alle sue spalle, per prenderlo in giro meglio.

Sussi soffiava dallo sforzo di non dare a vedere lo sforzo.

E fu un attimo.

La Sara scattò in avanti col braccio teso e il pugno chiuso. Il soffio di Sissi si aprì nel rumore di un cocomero cascato in terra e zampilli di sangue da in mezzo alla faccia, dove prima c’era il naso.

Caracollò in terra, addosso a Gino.

E siccome era grasso e tozzo Gino non riusciva a uscirgli di sotto. Lo aiutò la Sara, alzando Sussi per il bavero e lasciandolo ricascare, toccandolo appena, come un sacco di merda.

“Sara!” “Ah!!!” “No!”.

Franz, la Gegia e qualcun altro urlarono tutti insieme.

Biribissi gli si stava buttando addosso, col coltello già aperto.

Ma la Sara pareva un furetto: veloce da un lato, poi addosso a Biribissi, gli prese il braccio e glielo piegò all’insù come fosse di paglia.

Con l’altra mano gli artigliò la gola e strinse, strinse, strinse fino a fargli la faccia blu.

Biribissi si accasciò e finì lungo disteso anche lui.

“Via, via via!!!”.

Urlarono Franz e la Sara fra loro. La Gegia e il garzone dallo stipite della locanda, Gino a se stesso.

Via da terra, strisciando, carponi, caricato sul carro. Spinte e urla sottovoce, “arri-ho!!!” al ciuco nervoso del trambusto che sbandò qua e là a capo ritto, poi finalmente tirò sulle stanghe e via veloce per la strada. Franz a spingere da dietro, Sara a tirare la cavezza, Gino sballottato sul legno del carro fra pacchi e bauli, raggomitolato per non far spenzolare le gambe.

Veloci, indietro, si rimpicciolirono la strada e le case, la gente affacciata alle finestre, due corpi che strisciavano appena sul sangue e la polvere, la Gegia che sprangava il portone della locanda.

Poi Gino si buttò indietro e respirò. Con le mani sui buchi, che si erano riaperti e sgocciolavano sangue sulle bende.

Col trapestio del ciuco a cullarlo, e gli sbuffi e soffi di fatica di Franz e della Sara. Suoni lontani, scene confuse, odori e sangue, paura, luci e buio.

Gino galleggiò tutto il giorno non sapeva bene nemmeno lui dove. Sentì il carro fermarsi, sentì il carro ripartire. Sentì mani sulla sua fronte e sulla sua pancia, sentì dell’acqua che gli scivolava in bocca.

A notte l’aria pizzicava sulla faccia. Fresca e profumata di campagna. Gli sarebbe piaciuto aprire gli occhi, gli sarebbe piaciuto svegliarsi del tutto. Ma sentì solo che lo staccavano dal legno del carro e lo portavano a braccia su per delle scale, su un letto morbido che sapeva di pulito e di riposo, di lavanda e bei sogni tranquilli.

Ma non ancora. Arrivò qualcuno con ago e filo. La Sara e Franz gli tennero giù le braccia e le gambe e gli sospirarono di non muoversi. L’ago entrò e uscì intorno ai buchi, frizzando che non si può dire e facendolo urlare. Ma durò poco, il tempo di fare due salsiccette di cucito. Poi Gino si addormentò per davvero e si svegliò solo la mattina dopo.

Accanto a Franz, disteso a pancia in su ma a occhi aperti.

Gino lo guardò di nascosto e vide che non era contento. Non gli doveva piacere scappare così, dal lavoro e le piazze buone, la Gegia, un posto sicuro e uno spettacolo che funzionava. A Gino gli dispiaceva, davvero. Ma doveva allontanarsi dal rospo e il bar e Sussi e Biribissi. E quando Franz si girò verso di lui, chiuse gli occhi e fece finta di dormire.

Non c’era tempo da perdere, non c’era niente da aspettare. Sara non rimuginava e non rimpiangeva. Li buttò fuori dal letto, li fece mangiare in fretta.

“Ora puoi camminare, ti è passata la febbre”.

E Gino trascinò i piedi per i corridoi e le scale. Un male cane, risentiva proprio come se c’avesse avuto ancora il coltello a girargli in pancia.

Ma la Sara se ne intendeva: “se non cammini i punti si stringono e poi non stai più diritto”.

Allora lemme lemme, ogni volta su e giù dal carro, ogni sosta Gino cercava di sgranchirsi un po’ e di non farsi stringere i punti addosso. Però in realtà si sentiva proprio come se non ci dovesse più tornare, diritto, perché camminava curvo come Matusalemme.

Intorno, passavano campi gialli secchi di sete. Boschi sciupati di caldo. E sopra un cielo stinto di fine estate che non c’aveva più forza né colore.

Il caldo gli picchiava addosso quasi tutto il giorno. Non c’era nuvole, non c’era riparo.

Però ogni metro si scappava dal pericolo e ogni metro salvava la vita.

A Gino gli sarebbe piaciuto essere più contento. Invece si sentiva ancora tutto aperto e gocciolante, niente di bello da pensare, la paura di restare così per sempre.

Sballottando la testa sul legno, a sfiorarsi le ferite.

Metro dopo metro, la Sara e Franz non dicevano una parola e c’era solo il rumore degli zoccoli del ciuco e delle assi che cigolavano. Le ruote che scorrevano sulla terra e grattavano sui sassi.

Gino si mise la giacchetta sulla faccia e sperò di svegliarsi in un’altra vita, un’altra epoca, un altro continente e un’altra razza.

Invece si svegliò la sera, in un’altra locanda. E la mattina dopo un po’ più diritto. Riuscì anche a camminare qualche passo accanto al carro, per aiutare un po’ quegli altri due che ormai non sospiravano e non incitavano più. Camminavano muti e chiusi nello sforzo di far presto e di non pensare a quello che avevano perso.

Gino, però, cominciò a pensarci tutto il tempo. Alla Camilla, ai soldi. Agli amici, le giornate di sole. Aveva perso parecchio e gli pareva che tutto adesso si risucchiasse in quel pozzo di roba persa. Due pezzi di ciccia, il coraggio, l’allegria. Pozzo nero senza fondo, mangiatutto.

Allora smise di scendere dal carro, smise di mangiare e anche di pisciare. Smise di aiutare, quel poco che aveva aiutato finora. Pesava sul carro, inerme, al sole, sotto la giacca rancida di sudore e ricordi rappresi. Sempre con la faccia coperta, a sballottare sul carro sotto il caldo, non ci mise tanto; c’entrò anche lui tutto quanto, nel pozzo.

A malapena si accorse di un’altra sosta e un’altra. Un paio di locande, facce intorno. Sole alto e sole basso. Sbiadito, caldo, opaco. Scosse e buche, scivoloni per le discese e fatica di scricchiolii in salita. Niente voci, niente. Un giorno, un altro. O magari era lo stesso, che non lo sapeva nemmeno più. Non scese dal carro nemmeno la notte. Palla raggomitolata, rattrappita nella stizza contro tutto e contro tutti. A malapena si accorse che il carro aveva ricominciato a muoversi. Che c’era di nuovo il caldo alto su di loro e le ruote che graffiavano un terreno ostile. La palla di stizza di pelle di pollo pensava solo a filastrocche e cantilene che tornavano a seguire il rumore del carro. Petuzzo Petuzzo, vai a prendere il cavoluzzo per il babbuzzo ch’è malatuzzo? No. Allora chiamerò il bastone che ti venga a picchiare. Bastone bastone, vai a picchiare Petuzzo che non vuole andare a prendere il cavoluzzo per il babbuzzo ch’è malatuzzo? No. Allora chiamerò il fuoco che ti venga a bruciare…

Un alt improvviso. Il carro fermo e la giacca strappata via.

“Scendi, siamo stanchi”.

Franz non c’aveva nemmeno più l’accento, da quanto era arrabbiato.

Gino spiaccicato al fondo del pozzo lo vedeva lontano lontano e non capiva che voleva da lui.

“Scendi!!!”.

Franz urlò come durante gli spettacoli. Ma questa volta il grande germanico era furioso davvero e la faccia rossa sembrava stesse per scoppiargli sulle spalle.

Gino sbatté gli occhi.

La Sara si avvicinò, scuotendo la testa come per svegliarsi bene. C’aveva caldo e gli gocciolavano le ciocche corte di capelli, una ad una giù sulla faccia pallida. Guardò Franz che gli indicava Gino.

“S’è messo a fare il matto, quello lì, e noi qui a faticare…”.

Sara non disse nulla, ma guardò Gino, ci pensò su e annuì. Allora lo afferrò per una spalla e lo fece scendere. Lo sistemò accanto al carro, con una mano sul legno per sorreggersi. Poi fece cenno con la testa a Franz, che dette un bello sfogo in tedesco, si mise dietro a Gino e lo mise in moto con una pedata nel culo.

Disse l’uomo ammazzo ammazzo, disse il bove bevo bevo, disse l’acqua spengo spengo, disse il foco brucio brucio, disse il bastone e dò e dò, disse Petuzzo e vò e vò.

Le gambe gli si mossero, e a lui gli parve strano. Anche la pancia, nonostante il male cane, aiutò il busto a sostenersi e le spalle il collo, la testa in avanti poi via, sul cammino. A mezzogiorno di un giorno infocato che anche le cicale s’erano zittite. Fra poggi brulli, stoppie e terra secca a perdita d’occhio.

Gino con la mano che traballava sul legno, cercava di star dietro ai passi di tutti e strascicava i piedi.

Anche il ciuco non ce la faceva più, con la coda e la testa ciondoloni. Povero ciuco. Si voltò anche a guardarlo, a un certo punto, e a Gino gli si strinse il cuore. Era lui, il ciuchino buono…

Allora strinse il legno e avanzò passetto passetto verso la bestia. Che rallentò apposta a aspettarlo, nonostante la Sara che tirava sulla cavezza.

Gino gli accarezzò il muso morbido, le orecchie ammosciate dalla fatica. La pancia dove la cinghia aveva corroso il pelo e la pelle.

Si accorse, senza volere, di aver cominciato a piangere come un neonato.

Si fermò il carro, si fermarono la Sara, Franz e il ciuco.

Gino belava inginocchioni, poi accasciato in terra. Giù a goccioloni le lacrime più grosse di un’unghia sparivano subito nella polvere secca

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