Gulliver l’antropologo

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1. La leggenda della pazzia swiftiana

Quando il reverendo dottor Jonathan Swift, decano nella cattedrale di San Patrizio a Dublino, completa la stesura dei Viaggi di Gulliver, ha ormai superato la cinquantina ed è in disgrazia politica. Vive in esilio e isolamento nella tristissima Irlanda di allora, per giunta afflitto da una labirintite cronica che lo lascia urlante e istupidito per giorni interi. Nel 1742 viene dichiarato incapace di intendere e di volere, tre anni dopo muore nel suo letto, e di lì si diffonde la leggenda della pazzia swiftiana – leggenda diffusa in tutta Europa, secondo cui Swift sarebbe morto pazzo nel manicomio da lui stesso fondato. In realtà aveva solo lasciato una parte dei suoi beni per fondare il manicomio di Dublino, quale ultima sua arguzia sul mondo come gabbia di matti. Ma gli spasimi per la malattia all’orecchio diventavano indizi d’una paranoia che l’avrebbe reso completamente fuori di senno: e questo spiegava le invettive del suo libro come sfoghi d’un misantropo che bestemmia contro l’umanità: “quale segreto rimorso gli rodeva il cuore? quale febbre ribolliva in lui per fargli veder tutto il mondo macchiato di sangue?” (W. M. Thackeray, 1851).

A provocare simili reazioni non erano tanto i sarcasmi roventi di Swift contro la monarchia parlamentare inglese, contro le devastazioni britanniche in Irlanda, e la ferocia bellica delle società civili. Questi non avrebbero la forza che hanno, se non culminassero nell’immagine della natura umana che emerge nell’ultima parte del Gulliver – parte sempre censurata quando il libro acquista fama mondiale come libro per ragazzi. Nell’ultimo viaggio Gulliver incontra i cavalli razionali che abitano l’utopica Houyhnhnmland, ma incontra anche una popolazione di bestie irrazionali, tetre e ripugnanti, chiamate Yahoos, che si rivelano in tutto uguali agli uomini. La figura dello Yahoo evoca resoconti su popolazioni lontane, miserabili e avvilenti agli occhi dell’uomo europeo; ma mostra anche l’uomo europeo come una bestia non più nobile delle altre. In un brano che è stato escluso fino alle edizioni più recenti, c’è l’ipotesi che gli Yahoos discendano da marinai inglesi, per cui si tratterebbe di uomini europei senza il paravento della civiltà. È un’immagine della natura umana che serve a mortificare la boria delle società civili, nonché a smontare la gloria della loro razionalità.

Immediatamente dopo la pubblicazione del nostro libro, un libello anonimo di parte governativa (Letter from a Clergyman, 1726) propone l’incarcerazione dell’autore per vilipendio allo stato, o almeno una sua bastonatura da parte di cittadini che vogliano difendere la buona reputazione dell’uomo. È il momento di successo delle filosofie che considerano l’uomo naturalmente buono (Hutchison, Shaftesbury), l’avvento dell’ottimismo scientifico con cui è bandito ogni riferimento alla sua animalità, e l’uomo viene glorificato come l’essere a cui tutte le “leggi di Natura” saranno rivelate. L’immagine della natura umana proposta da Swift era così controcorrente da produrre violente repulsioni che non cesseranno per tutto il Settecento e l’Ottocento, con portavoce di spicco come Coleridge e Thackeray. Da un brano del 1893, di tale Augustine Birrell, risulta che in epoca vittoriana per le persone rispettabili era scandaloso perfino possedere un libro di Swift: “Non è questione di moralità, ma di decenza, se sia ammissibile sedere nella medesima stanza in cui vi siano opere di quell’ecclesiastico… dovremmo lasciare che la nostra natura sia vilipesa, che i nostri più puri affetti siano infangati, senza neppur un moto di protesta?”.

2. Anatemi contro Gulliver e il suo autore

In un brano del 1783, un emerito professore di filosofia morale, James Beattie, ci tiene a spiegare come la favola di Swift sia “in diretta contraddizione con le più ovvie leggi di Natura”. Dall’inizio del secolo, questo era diventato un luogo comune, ispirato dalle “leggi di Natura” scoperte da Newton; ed è un luogo comune diffuso in tutti i settori, religione, politica, economia, filosofia, come se dovunque si fossero scoperte “leggi di Natura” come quelle newtoniane. Nel campo della filosofia morale, la “legge di Natura” ormai data per scontata era l’idea che l’uomo sia un essere infallibilmente dotato di ragione, dunque naturalmente superiore ad animali irrazionali come i cavalli. Per questo motivo la favola swiftiana sui cavalli razionali e gli uomini irrazionali sarebbe “una assurda, abominevole finzione, esagerata fino all’assoluta falsità,” secondo l’emerito professore.

Leggendo questi discorsi viene l’idea d’un regime di parole d’ordine, che bloccano ogni arguzia con gli anatemi d’una seriosità fobica. Ma arrivati al ventesimo secolo, la musica non cambia. Nel 1954, uno dei più autorevoli critici britannici, Middleton Murry, spiegava che il reverendo Swift era stato respinto da una donna, il che gli avrebbe provocato un odio contro le grazie femminili che si è trasformata in una voglia di insozzare tutto; anche perché sua madre lo aveva abbandonato da piccolo, producendogli un morboso gusto per la sozzura, come si vede dagli Yahoos che cacano in testa a Gulliver. Tutto questo solo per dire che la storia degli Yahoos è “intollerabile, così perversa, così innaturale, così mentalmente malata, da essere umanamente falsa”. Le reazioni che il libro riesce a scatenare dopo due secoli mostrano che ha toccato dei punti deboli nella coscienza dell’uomo civilizzato, perché prende di mira i luoghi comuni della politica e della morale, con una derisione atroce dell’ottimismo modernista. Ma è anche un teatrino di arguzie che esce dal suo tempo, e non smette mai di essere divertente, anche se non sappiamo nulla dei suoi retroscena.

Le arguzie swiftiane prendono spesso la forma d’un teorema geometrico, ed è nella forma d’una geometria favolistica che il Gulliver sfugge alla sua epoca, come un’architettura che brilla nella sua astratta limpidezza di linee. La contrapposizione tra cavalli razionali e uomini irrazionali non può essere certo presa sul serio perché è un paradosso; ma serve a creare un parallelismo invertito tra uomini e cavalli, e di lì sviluppa una architettura di linee che come vedremo si intersecano con altre linee nate dalla contrapposizione morale tra il regno di Lilliput e il regno di Brodbingnag. Questa è la geometria del libro che ci guida nella lettura, dove non troviamo più il teatro classico delle passioni romanzesche, ma quello molto più torbido delle mistificazioni sociali, e della credulità umana guidata da grandi parole d’ordine. Visione clinica della vita sociale, sfondo lontano e parodicamente allegorico, da cui ci viene incontro una figura candida e incredibile che si chiama Gulliver.

3. Gulliver, la verità dell’incoscienza

Sul frontespizio delle prime edizioni dei Viaggi di Gulliver, pubblicato anonimo a Londra nel 1726, si leggeva solo il nome e cognome del personaggio. Dunque compariva come autore lo sconosciuto capitano Gulliver, viaggiatore che divulga le sue scoperte geografiche “per il bene dell’umanità”. Il gioco di attribuzioni fittizie è consueto nei testi di Swift, il quale ha sempre pubblicato anonimamente i propri scritti, attribuendoli a tipi come Gulliver, un po’ fantastici e un po’ seriosi: caricaturali stampi di letterati alla moda, critici pedanteschi, scienziati demenziali, estensori di assurde riforme politiche. Sono i personaggi che il nostro autore adotta come suoi portavoce, e su cui fa ricadere le proprie beffe.

Nel Gulliver la categoria presa di mira è quella dei viaggiatori moderni, autori di libri dozzinali e farraginosi, ma vendutissimi sul mercato dell’epoca. Swift imita la loro prosa pratica e informativa, riprende le loro frasi fatte e formule cerimoniose, a volte le loro descrizioni di paesi lontani; e quando deve parlare d’una tempesta (nella seconda parte), copia parola per parola la pagina d’una rivista per navigatori del suo tempo. Più che un personaggio originale, Gulliver è questo tipo di prosa mimetica che l’autore ha curato a lungo, leggendola ad alta voce alla sua servitù, fino a renderla così piana da sembrare convenzionale. Ed è l’ingannevole candore del libro: una prosa che si dipana in una lingua limpidamente settecentesca, nella forma d’un protocollo culturale, con il sapore della programmatica onestà gulliveriana. Questa prosa è anche il segno che Gulliver è un uomo moderno, con le stesse pretese di oggettività dei nuovi viaggiatori, con la stessa mania di comparare e misurare tutto per attenersi ai “nudi fatti”. Infatti lui proclama spesso di attenersi ai “nudi fatti”, secondo una retorica scientistica già di moda ai suoi tempi. Così la formula convenzionale mostra Gulliver come un uomo moderno in senso stretto: l’uomo che traduce ogni uso dell’intelletto in una stretta razionalità di calcoli numerici. Ed ecco il linguaggio “scientifico” con cui descrive ogni cosa, misurando quanti centimetri sia alta una pecora nel paese di Lilliput, o pesando un chicco di grandine nel paese di Brobdingnag per stabilire un preciso rapporto matematico con i nostri chicchi di grandine.

Gulliver sembra uno che si proponga di descrivere la pura oggettività delle cose, ma senza sapere se sta sognando o se è sveglio. È una specie di Don Chisciotte, che invece di correre dietro a fantasie romanzesche insegue il sogno della conoscenza, come un antropologo avanti lettera che studia i costumi di popolazioni lontane. E se Don Chisciotte aveva una sregolatezza fantastica che non può adeguarsi alle norme esterne, Gulliver è l’eroe che si adegua a tutti i copioni sociali. Quando arriva a Lilliput, subito si dà a intrattenere il re con esercizi da circo, poi quando entra in contatto coi dignitari si mette a parlar come loro, con titoli d’onore e frasi da cortigiano cerimonioso. È un bellissimo caso di candida credulità, che già dal nome richiama il gullible, il credulone abbagliato dalle parole che gli altri smerciano e che lui prende per dati di fatto, fino al punto di non accorgersi che sta spacciando panzane irreali. Come un personaggio teatrale che dice per sbaglio quello che non dovrebbe, Gulliver dice la verità dell’incoscienza, che è l’unica verità possibile

4. Il libro dei mondi invertiti

Il metodo della favola swiftiana è fissato nei primi due viaggi di Gulliver, tra gli omiciattoli di Lilliput e i giganti di Brobdingnag. La grande trovata è di usare le differenze di dimensioni fisiche per presentarci due mondi invertiti in base a proporzioni matematiche. A Lilliput gli uomini e gli animali, le case e le piante, i fiumi gli alberi e tutte le cose sono 1/12 di nostre normali misure; a Brobdingnag la proporzione è esattamente inversa: 12 a 1. Questi rapporti proporzionali fanno sì che Gulliver tra gli abitanti di Lilliput sia come un gigante di Brobdingnag; mentre tra i giganti di Brobdingnag è minuscolo come un lillipuziano, ed è anche un meschino megalomane rattrappito come i lillipuziani.

Fungendo da metro di misura Gulliver attiva la nostra immaginazione su questi mondi di grandezze invertite. Se lui può prendere nel palmo della mano un dignitario di Lilliput, e viceversa essere tenuto in mano dalle gigantesse di Brobdingnag, ciò suggerisce che i criteri di grandezza tendono ad assumere in ogni paese il valore assoluto di “leggi di Natura”, o viceversa che le “leggi di Natura” sono valori relativi, ma intesi in ogni paese come grandezze assolute. Dunque non esistono grandezze assolute, ma soltanto valori differenziali – valori che hanno senso solo in quanto differenze rispetto a quelli di altri paesi. Anche Gulliver spiega così la questione quando incontra per la prima volta i giganti di Brobdingnag: “È indubbio che i filosofi abbiano ragione, quando ci dicono che nulla è grande o piccolo se non per via di comparazione”. Si tratta della tesi del filosofo irlandese George Berkley sulla relatività delle grandezze, che dipendono dalla scala dell’osservatore in rapporto alla cosa osservata; il che elimina l’idea che esista una realtà materiale assoluta, perché fa dipendere il valore o la misura d’ogni cosa dai modi in cui viene percepita. Ma Gulliver, pur citando quel principio, se ne dimentica sempre; così in ogni viaggio si trova a dover riadattarsi a una diversa percezione delle cose.

5. Una geografia trasportata al morale

Il libro propone una geografia dove le popolazioni sono astratte figurazioni morali e ogni popolazione si distingue per una particolare fissazione di idee. Caso tipico il regno di Lilliput, dove si coltivano le discipline razionali per eccellenza, basate su calcoli numerici: il re è cultore delle matematiche, gli artigiani costruiscono i carri in base ai principi della meccanica, i cuochi e i sarti lavorano con rigorosi computi aritmetici, la capitale sembra un modellino geometrico fatto solo di linee rette. Come ha suggerito Giuseppe Sertoli, si direbbe che i lillipuziani siano così guidati da un principio di razionalità assoluta, da avere un corpo piccolissimo. Ossia, tutta la loro razionalità ha l’aria d’un sintomo, d’una negazione dei bisogni corporei, sottolineata per contrasto dal gigantesco Gulliver che mangia, caca, piscia alla maniera d’un gigante di Rabelais.

Quella gulliveriana è una geografia trasportata al morale, dove i concetti di estensione o di grandezza hanno un valore relativo e gli aspetti fisici si traducono sempre in aspetti morali. Nei lillipuziani e nei brobdingnaggiani, i rapporti tra il corpo e la mente si traducono in una serie proporzionale di valori invertiti, dal fisico al morale. Il gigantesco re di Brobdingnag e i suoi sudditi, molto corporei e giudicati da Gulliver “di mente ristretta”, risultano il popolo più magnanimo, con una statura morale superiore a tutti gli altri. Inversamente, i piccoli lillipuziani, che nella loro grande razionalità si credono signori dell’universo, si rivelano campioni di piccineria, crudeltà e avarizia del cuore. Ma anche le altre popolazioni hanno conformazioni corporee che riflettono i loro caratteri morali o fissazioni intellettuali, secondo figurazioni contrapposte. E per il criterio di traduzione dell’aspetto fisico in quello morale, i demenziali scienziati di Laputa sono degli sgorbi, mentre i razionali cavalli della Houyhnhnmland sono animali belli e sani. Questi caratteri inoltre stanno in rapporto con dottrine politiche dei vari paesi: e quelle di Brodbignag sono l’opposto di quelle di Lilliput, come la monarchia di Laputa è l’opposto della repubblica della Houyhnhnmland. Così si crea un quadro di valori differenziali, che sono le diverse “leggi di Natura”, in una vasta geometria di parallelismi invertiti.

6. Schema geometrico dei viaggi di Gulliver

Si danno quattro popolazioni utopiche, di cui descrivere i costumi. Ciò che le distingue sono i loro caratteri morali e i loro tipi di governo, con schemi di inversione che si possono descrivere attraverso un trapezio:

A (Nord-ovest) – – – – – – – – – – – – – B (Nord-est)

Brobdingnag Laputa etc.

C (Sud-ovest) – – – – – – – – – – – – – D (Sud-est)

Houyhnhnmland Lilliput

Il trapezio situa i quattro popoli incontrati da Gulliver ai quattro angoli della terra, secondo chiare linee di inversioni differenziali che formano l’architettura del libro: 1) all’estremo nord-ovest, il regno di Brobdingnag, con gente pratica e pochissimo intellettualizzata; 2) inversamente, all’estremo nord-est, il regno di Laputa con gente impratica e massimamente intellettualizzata; 3) all’estremo sud-ovest, il regno di Lilliput, monarchia col massimo machiavellismo di stato; 4) inversamente, all’estremo sud-est, la Houyhnhnmland, repubblica dei cavalli razionali, con il massimo di virtù civiche.

I vertici A e C indicano angoli della terra ancora inesplorati: la parte nord-ovest del continente americano e il continente australe; e qui si collocano le due popolazioni che rappresentano utopie positive, con modi di governo ignoti alle civiltà europee. Ma anche loro hanno caratteri morali invertiti: empatici e umani i brobdingnaggiani, con la loro “ristrettezza mentale”, apatici e disumani i cavalli della Houyhnhnmland, col loro estremismo virtuoso. Inversamente i vertici B e D indicano zone della terra più esplorate, nell’estremo oriente e nel sud-est asiatico. Qui si collocano le popolazioni che rappresentano utopie negative, anche loro con inversioni dei caratteri morali: i lapuziani invasati dal delirio matematico ma inefficienti fino alla demenza, e i lillipuziani tutti dediti ai calcoli matematici, ma malati di efficientismo statale fino alla crudeltà.

Infine i viaggi di Gulliver descrivono quattro tipi di governo, che rinviano a teorie politiche più o meno riconoscibili. 1) Il regno di Brobdignag è il paese col reggimento più comunitario, in antitesi coi “segreti di stato” della ragione machiavellica, è basato sui dettami della Utopia di Thomas More. 2) Il regno di Laputa è una monarchia assoluta all’orientale e separata dalla comunità (allude al dominio britannico in Irlanda), che ricorda il modello della Nuova Atlantide di Bacone, nonché il delirio dell’innovazione scientifica diffuso dalla Royal Society. 3) Il regno di Lilliput, monarchia piena di intrighi politici (allude a quella inglese) col delirio di potenza delle grandi monarchie europee, è l’esempio di un reggimento machiavellico che richiama in parte l’idea esposta da Hobbes nel Leviatano (parte terza), secondo cui le leggi di stato sono solo regole di convenienza. 4) Infine la Houyhnhnmland, repubblica comunitaria per eccellenza, dove esiste un primitivismo democratico come quello attribuito da Montaigne agli indiani d’America, è l’esempio d’un civismo virtuoso che segue alla lettera i dettami della Repubblica di Platone.

7. Le “leggi di natura” e il relativismo delle percezioni

I paesi visitati da Gulliver rappresentano quattro teorie della vita sociale, date come insiemi assiomatici, ossia come “leggi di Natura” dei vari luoghi. Ma come funzionano queste “leggi di Natura”? Si direbbe che siano discorsi o idee che invadono la mente come valori assoluti, condizionando i modi di vedere le cose. Quando Gulliver vive tra i giganti di Brobdingnag si direbbe che il suo pensiero sia invaso da idee di gigantismo, perché quella è la “legge di Natura” del luogo. Tanto che lui comincia a pensare tutto su scala gigante, fino a trovare troppo piccole certe cose che per lui (e per noi) sono comunque gigantesche; e parla del Tamigi come d’un rivoletto inconsistente, giudica deludente un campanile alto solo mille metri, e arriva perfino a vedere come un errore la propria piccolezza nello specchio.

Tutta la parte su Brobdingnag è una divertente lezione sulle abitudini, che trasformano i comportamenti e la percezione più comuni, a partire da certe idee a priori. Questa lezione va a parare negli episodi in cui il minuscolo Gulliver (diventato tra i giganti un megalomane) quasi affoga in una merda di vacca, poi diventa preda delle bestiole più insignificanti; infine si rompe uno stinco inciampando nel guscio d’una lumaca, mentre sta meditando in grande stile sulla sua Inghilterra – episodi che mostrano uno scarto tra le idee a priori che si impongono alla mente, e il loro risultato nella pratica delle abitudini quotidiane. Swift mette insieme una casistica con cui sottolinea che i modi di vedere dipendono da idee a priori; ma il suo punto d’arrivo è il confronto tra diversi modi di vedere che annulla il valore assoluto delle idee a priori. Questo si nota bene nel confronto tra lillipuziani e brobdingnaggiani: infatti se il minuscolo re di Lilliput delirava d’essere il più grande monarca dell’universo perché riduceva l’universo alla propria piccolezza, il gigantesco re di Brobdingnag dall’alto della sua statura fisica può dichiarare la ridicolaggine d’ogni grandezza umana.

Il piccolo esposto allo sguardo del grande diventa ridicolo; e in questo caso l’esposizione ridicolizza il delirio di grandezza delle monarchie europee, togliendo di mezzo l’idea d’una grandezza assoluta. Viceversa, se il grande è esposto allo sguardo del piccolo, rivela imperfezioni e sgradevoli aspetti che sfuggono a una normale percezione: ed è l’esperienza di Gulliver quando osserva la nudità delle gigantesse di Brobdingnag, scoprendo l’odore sgradevole e l’aspetto ripugnante della loro pelle. Così viene tolta di mezzo anche l’idea d’un valore assoluto legato all’avvenenza dei corpi, e ogni giudizio si rivela determinato dalla posizione relativa di chi osserva, senza alcun punto di riferimento fisso. Swift ci guida in questa direzione con la casistica delle esperienze gulliveriane, fino a ri-orientare in senso relativistico ogni giudizio sulla realtà delle cose. Fin qui il gioco è chiaro, ma c’è dell’altro.

8. L’esperienza come shock dei presupposti culturali

Il libro suggerisce che le percezioni e i giudizi dipendono dalle abitudini e dai pregiudizi di chi osserva, non dall’esperienza della cosa osservata. Quando Gulliver è espulso dal paese dei cavalli e progetta di trasferirsi su un’isola all’orizzonte, il ronzino che l’accompagna non riesce a vedere l’isola, vede solo una nuvola azzurra: “giacché, non concependo vi fossero altri paesi oltre al suo, non poteva avere la stessa esperienza nel distinguere cose lontane sul mare”. Dunque la possibilità di vedere o d’intendere qualcosa è regolata da presupposti su cui si fondano le abitudini, e questi determinano ogni veduta o giudizio.

Qui c’è un’altra casistica, in cui ogni evidenza empirica si dissolve davanti a strane teorie, presupposizioni o preconcetti. A Lilliput, i dotti si rifiutano di credere all’esistenza di paesi abitati da giganti come Gulliver, dato che le loro cronache non ne parlano. Quando il Gulliver arriva dal re di Brobdingnag, questo è convinto che sia un automa perché nel suo paese gli artigiani costruiscono automi ingegnosissimi. Infine i cavalli razionali, nei loro preconcetti di tipo equino, sono convinti che Gulliver cammini sulle zampe di dietro per una specie di capriccio, e sia destinato a cascar per terra tutti i momenti. Ma anche Gulliver ha i suoi preconcetti: e ad esempio giudica il re di Brodbignag un povero sprovveduto perché non ha ancora ridotto la politica a intrigo machiavellico come si fa in Europa.

Una casistica parallela è quella degli studi degli scienzati nell’Accademia di Lagado. Questi hanno la fissazione di innovare tutto, ma nelle loro invenzioni conta solo l’assioma a priori da cui partono, e i dati dell’esperienza non contano niente. Uno di loro parte dall’assioma che “le parole stanno al posto delle cose”, e propone di riformare il linguaggio tornando alle cose: così va in giro carico di oggetti che mostra agli altri invece di parlare. Un altro ha l’idea che sarebbe vantaggioso estrarre i raggi del sole dai cetrioli, metterli in fiale e conservarli per l’inverno, etc. Uno decide che sarebbe utile ritrasformare gli escrementi in cibo, e traffica con la merda. Un altro ha l’idea che ci vorrebbe una macchina che permetta a tutti di scrivere libri di filosofia, poesia, matematica, senza dover studiare; ed eccolo impegnato a creare il suo computer avanti lettera, dove inserisce uno stock di parole a caso. È un repertorio di follie manicomiali, il primato assoluto dell’idea fissa, il trionfo del fanatismo nominalmente utilitaristico, dove poi i risultati non c’entrano niente.

Che si tratti di meschini lillipuziani o di magnanimi giganti, di cavalli virtuosi o di scienziati di Lagado, le abitudini dei vari luoghi dipendono da fissazioni su certe definizioni nominali, assiomi o giudizi scontati; e questi sono una cecità che impedisce di vedere oltre i limiti d’una cultura, anche ove si tratti di cose osservabili a occhio nudo. Locke, all’inizio del Saggio sulla conoscenza umana, si appellava alle scoperte dei viaggiatori per dire che le idee sono diverse da luogo a luogo, in quanto nascono diversificate secondo il tipo d’esperienza – e l’esperienza sarebbe un assorbimento di impressioni, di idee che si inscrivono nella mente, da cui sorge la conoscenza per comparazione tra le idee assorbite. Nel Gulliver c’è un viaggiatore che fa una scoperta diversa: che le idee variano da luogo a luogo, non perché derivino dall’esperienza ma perché dipendono da concezioni a priori d’una cultura. L’esperienza non è che lo shock nello scontro con queste concezioni; dal che deriva che il passaggio da una cultura all’altra corrisponde sempre a una specie di lavaggio del cervello prodotto dalle abitudini, dalle idee fisse e le presupposizioni vigenti in ogni luogo.

9. L’etnocentrismo universale

Se i comportamenti e i pensieri sono così condizionati da presupposizioni o preconcetti d’una cultura, viene da chiedersi, come fa Patrick Reilly: “che ne è della vantata libertà della mente, l’inviolabile santuario dell’io?” È stato detto che Swift porge uno specchio all’uomo perché si riconosca. Ma guardiamo Gulliver, che sembra un automa in balia della relatività, in balia di giudizi a priori che ogni volta lo portano a subire dei lavaggi del cervello. Se lui è l’uomo in cui specchiarsi, l’uomo è l’alieno del creato, che appena fuori di casa, fuori dal suo contesto di abitudini, diventa come Gulliver, una specie di freak da baraccone.

Rileggendo il libro con l’occhio a questo, si può notare che l’identità umana viene dovunque riconosciuta attraverso preconcetti, ossia abitudini di pensiero per discriminare l’indigeno dall’estraneo. A Lilliput Gulliver è classificato dai dotti come un uomo caduto dalla luna, in base a concetti che non prevedono l’esistenza sulla terra di uomini grandi come lui. Per motivi simili i dotti di Brobdingnag classificano Gulliver come embrione abortivo; poi i matematici lapuziani lo disprezzano perché non ha le loro attitudini demenziali; i cavalli razionali lo espellono dal loro paese perché lo considerano una bestia irrazionale. I giudizi a priori, intesi come “leggi di Natura”, servono dovunque a definire la differenza tra l’indigeno e l’estraneo, ed hanno il risultato di esporre Gulliver a sanzioni, al rischio della vita o all’espulsione. I giudizi a priori poi dipendono quasi sempre dalla boria dei dotti che danno voce ai luoghi comuni d’una cultura: il che impedisce di riconoscere nell’alieno Gulliver un’identità umana, facendone un freak, o scherzo di natura. Dalla favola swiftiana si può dedurre questo: nella scienza delle nazioni i valori differenziali sono modi del pregiudizio etnico che decide l’identità dell’individuo; sicché i pregiudizi d’ogni cultura vengono a essere i criteri ultimi per distinguere individui umani da altre creature sensitive, viste come bestie, mostri, freak, etc. È l’idea di Montaigne sulla relatività delle opinioni di tutti i popoli e l’universalità del pregiudizio etnocentrico. Una battuta nella quarta parte del Gulliver riprende quell’idea, e riassume il pensiero che attraversa il libro: “Dov’è mai un essere vivente non trascinato da preconcetti e parzialità per la sua terra natìa?”.

Bisognerebbe ora citare i tratti del pregiudizio etnico negli omiciattoli di Lilliput, come nei cavalli della Houyhnhnmland; pensare alle idee dei capi lillipuziani di macellare o accecare Gulliver; ricordare le proposte nell’assemblea dei cavalli di castrare gli Yahoos. Che si tratti dell’untuosa crudeltà dei lillipuziani, della crudeltà orientale del re di Luggnagg, di quella olimpica dei cavalli, o di quella degli europei impegnati in guerre e massacri coloniali, la cultura delle nazioni sembra che debba sempre confermare le proprie abitudini ricorrendo a sistemi di crudeltà. Ogni cultura risulta un modo violento di marchiare gli altri, di segnare i limiti tra noi e l’estraneo; perché chi è fuori dai limiti d’una cultura, l’alieno, sembra appartenere alla natura brada come le bestie; dunque dovrà essere domato, marchiato o castrato come le bestie. Questo è il succo delle disavventure di Gulliver, ed evoca un celebre passo di Montaigne: “Noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione, che l’esempio e l’idea degli usi e opinioni nel nostro paese… Perciò gli altri diversi da noi sembrano selvaggi, allo stesso modo per cui chiamiamo selvatici i frutti che la natura ha prodotto nel suo naturale sviluppo” (Saggi, libro I, cap.XXXI).

10. Della natura umana

Uno dei maggiori dibattiti dell’epoca era quello sulla natura umana, suscitato dai resoconti su popolazioni molto diverse dall’umanità europea, che non si capiva quanto fossero umane. Di mezzo c’erano gli strascichi d’una discussione sulla differenza tra gli uomini e le bestie, risolta dai cartesiani con l’idea che le bestie siano “automi”, senza l’organo che permette il libero arbitrio. Però il libero arbitrio rimane la croce dei filosofi: Leibnitz doveva fare acrobazie per contrapporlo al fatalismo pagano, e Locke doveva scagionarsi pubblicamente con l’arcivescovo Stillingfleet che l’accusava di negarne l’esistenza.

Il nostro libro risolve la questione presentando l’uomo come una bestia irrazionale, attraverso la figura dello Yahoo: figura orripilante, ma anche molto ambigua, perché Swift vi ha mescolato descrizioni di aborigeni del Sud-Africa con quelle di scimmie del Panama, fatte dai viaggiatori contemporanei. Gli Yahoos sono caratterizzati dall’aspetto ripugnante, scimmiesco-umanoide, ma soprattutto dall’uso aggressivo dei propri escrementi e da altri segni d’uno stato di bellicosità ferina. Tutto questo fa pensare a Hobbes. Togliere gli uomini dallo stato naturale di bellicosità ferina, era il progetto di Hobbes nel Leviatano. Swift torna indietro, all’idea hobbesiana dell’homo hominis lupus, e mostra che – fuori dai paraventi della civiltà – gli uomini stanno insieme come le bestie, per branchi in cui ognuno fa lega col proprio simile, e dove l’estraneo viene espulso o massacrato con naturale crudeltà.

Che poi gli uomini civilizzati pratichino tale crudeltà molto più delle altre bestie, avendo inventato catastrofiche forme di massacro, è il succo delle spiegazioni di Gulliver per illustrare al re di Brobdingnag gli usi della polvere da sparo in Europa. È una spiegazione ripresa nella quarta parte del libro (capitolo V) quando Gulliver è ospite nella terra dei cavalli razionali; ma qui con uno scatenamento stilistico che pare attraversato da scariche elettriche, con una sintassi incalzante per mimare l’ebbrezza dei massacri bellici in Europa, e una rassegna di atrocità che il padrone cavallo non riesce a sopportare. Il nostro Gulliver è così, quando si entusiasma per le grandi invenzioni europee dice la verità dell’incoscienza. E di nuovo riecheggia un passo di Montaigne: “invero la scienza di distruggerci e ucciderci a vicenda, di rovinare e perdere la nostra stessa specie, non ha molto di che farsi desiderare dalle bestie che non la posseggono” (Saggi, libro II, capitolo XII).

11. La nudità della bestia

Nella prima parte, capitolo IV, c’è la storia della guerra tra i regni di Lilliput e di Blefuscu, nata dalla disputa se sia meglio rompere le uova dal lato grosso o dal lato stretto. Tra le fazioni che seguono l’una o l’altra dottrina, ognuna con il suo profeta e la sua bibbia, si produce uno scisma religioso, con proclami, leggi di espulsione, persecuzioni e massacri. La storia allude ai conflitti di religione in Europa, con feroci guerre tra paesi cattolici e paesi riformati. Qui e altrove, Swift trova i suoi migliori spunti nei conflitti religiosi, che rappresenta come stati di fanatismo burattinesco. Nella sua versione il fanatismo nasce da “vapori” che salgono dalle regioni basse del corpo, e invadono il cervello con pazzoidi esaltazioni dello “spirito”; e ciò produce le dottrine religiose nonché le guerre, presentate dall’autore come modi di sublimare impulsi anali o genitali (cfr. Favola della botte, cap.IX).

Swift ha una straordinaria vena comica nel mostrarci questi processi di sublimazione come il massimo di astrazione senza uscita – fissazioni fanatiche che le dottrine religiose o filosofiche trasformano in verità di principio, collocate nell’alto dei cieli e “insufflate nello spirito” di alcuni. È un riassunto dei modi in cui gli impulsi aggressivi – simili a quelli degli Yahoos che usano gli escrementi in segno di ostilità – vengono nobilitati e sublimati in “operazioni dello spirito”: in concetti, saperi, verità religiose, riforme e rivoluzioni.

Da tutto questo spunta un teorema swiftiano che formulerei così: nelle società civili quello che più conta è il valore puramente nominale dei discorsi, ad esempio i discorsi sul “bene dell’umanità”; perché questi, insieme agli addobbi dei vestiti e titoli d’onore, fungono da paravento ai vizi comuni, agli abusi legalizzati, ed al cannibalismo sociale. Ma in Swift non ci sono verità morali da predicare: c’è un teatrino di imposture come fenomeni manicomiali – un turbine di sarcasmi che tolgono ogni certezza a cui aggrapparci, fino al punto in cui resta solo uno shock davanti a tutto ciò che normalmente consideriamo “umano”. Alla fine il suo relativismo radicale arriva per forza a questo: allo Yahoos, alla bestia nuda, tanto ripugnante proprio perché sfugge a ogni possibile sublimazione “umana”. Come si dice che quando uno viaggia scopre se stesso, così Gulliver davanti allo Yahoo scopre se stesso, in tutto e per tutto, tranne che per l’involucro dei propri vestiti. Se c’è qualcosa che viene prima dei preconcetti sociali e dei paraventi della civiltà, questo è soltanto la nudità della bestia.

12. Visione di Menippo dalla luna

Quando Gulliver aveva presentato la nostra arte civilizzata del massacro come “conquista del progresso”, anche il re di Brobdingnag era rimasto stranito da tanta perversità; che però confermava le conclusioni cui era giunto nel precedente dialogo. Infatti in quel dialogo, dopo che Gulliver gli aveva vantato il sistema parlamentare britannico come gloria ineguagliabile e meraviglia del mondo, il re di Brobdignag non solo aveva notato il cumulo di falsità su cui deve reggersi un sistema del genere, ma aveva anche annullato ogni possibile dibattito con le famose parole: “Non posso fare a meno di concludere che la maggioranza dei vostri simili debba essere la più perniciosa razza di odiosi e infimi insetti che Natura abbia lasciato strisciare sulla faccia della terra”.

La visione dell’umanità come un covo di insetti risale alla parodia filosofica di Luciano di Samosata, l’Icaromenippo, dove Menippo racconta di aver osservato la terra dalla luna e di aver notato che da lassù le nostre città sono uguali ai formicai: “Ti sarà capitato spesso di osservare una comunità di formiche… una porta via lo sterco, un’altra corre carica d’un guscio di fava o della metà d’un granello di frumento che ha rimediato da qualche parte. È logico pensare, peraltro, che anche nella loro comunità esistano architetti, demagoghi, puritani, scienziati, filosofi, con le debite differenze in relazione al modo di vivere delle formiche, naturalmente”. È un brano ripreso da Erasmo da Rotterdam e diventato citazione ricorrente nelle teorie sociali di marca erasmiana. Swift riprende l’immagine in modo più diretto nel III capitolo della seconda parte, dove Gulliver illustra al re di Brobdingnag la religione, i costumi, le leggi, e i partiti politici, nella sua Inghilterra. Dopo di che viene la pensosa risposta del grande re : “… il re osservò che l’umana grandezza doveva essere una ben spregevole cosa, se poteva venire scimmiottata da insetti minuscoli come me. – Eppure, – disse, – oserei scommettere che quelle creature hanno titoli e distinzioni d’onore; che costruiscono i loro piccoli nidi e tane, da loro chiamati case e città; che s’addobbano con vesti ed equipaggi per ben figurare; che amano, lottano, litigano, imbrogliano, tradiscono”.

Sono parole che operano la solita riduzione della piccolezza fisica a quella morale, ma con uno sguardo a distanza che trasforma le cose sotto i nostri occhi. La vanagloria dei titoli d’onore, dei vestiti e degli addobbi, gli amori e le imposture e i misfatti, con questo sguardo a distanza appaiono forme di vita animale simili a quelle in un covo di formiche. Anche Montaigne descriveva l’operosità d’un formicaio per mostrare che là come nelle società umane “è sempre la stessa natura che segue il suo corso” (Saggi, libro II, cap.XII). Ma nel nostro caso si parla della cultura e del sapere che Gulliver aveva vantato come glorie della sua Inghilterra. Lo sguardo a distanza del re di Brobdignag è un distacco dalle illusioni di grandezza dell’uomo, dal suo orgoglio di creatura che si crede al di sopra delle altre.

13. Ri-descrizioni con lo sguardo a distanza

Tutto il Gullliver è scritto con lo sguardo a distanza del re di Brobdignag; in una specie di limpidezza abnorme. Ora, lo sguardo a distanza ci catapulta in uno straniamento, per cui le cose più normali, le abitudini più consuete, diventano oggetti nuovi e sorprendenti. Non è un caso, credo, se subito nel secondo capitolo della prima parte, Swift ci propone quella incredibile descrizione delle tasche di Gulliver compiuta dai due ufficiali lillipuziani, con un effetto di straniamento mai visto prima nella letteratura europea. I rasoi, le monete, la carta per scrivere, l’orologio nelle tasche di Gulliver, descritti minuziosamente nella loro apparenza esterna da qualcuno che non sa cosa siano, diventano oggetti inusitati: oggetti normali visti attraverso gli occhi d’un alieno, come le nostre città viste dalla luna.

Per quanto favolosa sia questa totale alienità del mondo, è anche la condanna del nostro uomo Gulliver a dover vedere tutto dall’esterno, senza più nulla di familiare, come un estraneo alla vita dei suoi simili, anche quando ritorna nella sua Inghilterra. Ma la condanna di Gulliver a vedere tutto da estraneo, lo porta anche a una completa ri-descrizione di tutto quello che è familiare e scontato per l’uomo europeo; lo porta a ri-descrivere tutto ciò che consideriamo normale perché nell’ordine scontato degli assiomi sociali. Gulliver incontra popolazioni che non sanno nulla delle nostre abitudini, dunque è costretto a descrivere tutto ex novo, con sorprendenti circonlocuzioni. Nella Houyhnhnmland deve spiegare al suo padrone cavallo cos’è un soldato (figura sconosciuta e incomprensibile per i cavalli virtuosi), e dice che si tratta di “uno Yahoo pagato per sterminare a sangue freddo il maggior numero possibile di suoi simili che non gli hanno fatto nulla di male”. Quanto ai legulei o avvocati (altra fauna incomprensibile per i cavalli) sono descritti come “una confraternita d’uomini educati fin da giovani nell’arte di dimostrare, con appropriata moltiplicazione di parole, che il bianco è nero e il nero è bianco, secondo chi li paga”. E un primo ministro europeo risulta “una creatura tutt’affatto immune da gioia e dolore, amore e odio, pietà e ira: o quanto meno spoglio di ogni passione tranne un violento desiderio di ricchezza, potere e titoli”.

Sono ri-descrizioni che conservano il sapore della meticolosa precisione gulliveriana. Ma nella loro esattezza etnografica mettono all’opera un sarcasmo così puntiglioso da essere divertente e spaesante insieme. Se dovunque nel libro l’esperienza è solo lo shock d’uno scontro con concezioni a priori d’una cultura, le ri-descrizioni dell’alieno Gulliver sono lo straniamento di quelle concezioni, che ne fa un teatro di assurdità. Quello che viene in luce è una completa ri-descrizione delle società europee, non tanto viste al negativo, quanto attraverso lo specchio ribaltato della visione utopica di quei paesi lontani; società viste nella limpidezza abnorme di questo sguardo a distanza, attraverso cui le pratiche sociali delle nazioni civili sono denudate delle loro giustificazioni religiose o ideologiche.

14. Nascita della critica dei costumi

La critica dei costumi delle nazioni civili si afferma come finzione utopica. Il modello originale è l’Utopiadi Thomas More (1525). Per primo, More si richiama alla scoperta di popolazioni lontane fatte dai nuovi viaggiatori, e così introduce la finzione di un paese utopico come specchio ribaltato dei costumi nelle società europee. Nel suo paese d’Utopia, gli abitanti deridono la passione per i gioielli e per le ricchezze, non si scannano per controversie dottrinali, vivono tenendo tutto in comune senza proprietà privata, aborrono la guerra ed i politici che manovrano il governo delle nazioni. Le società europee sono esattemente l’inverso di tutto questo; dunque l’utopia non è che un Mondo alla Rovescia, che permette un ribaltamento simmetrico e una ri-descrizione straniante del mondo conosciuto.

Questo è il metodo delle ri-descrizioni gulliveriane. Ad esempio, prendiamo il discorso di Gulliver prima di lasciare la Houyhnhnmland, momento di congedo da questa utopia felice: “Qui godevo di perfetta salute nel corpo e di grande tranquillità nello spirito. Non m’accadeva di dover corrompere, adulare o ruffianeggiare, per procurarmi il favore d’un grand’uomo o del suo lavapiatti. Non dovevo difendermi contro la frode e l’oppressione; non v’erano medici per rovinare il mio corpo, nè avvocati per distruggere il mio patrimonio; non v’erano delatori a sorvegliare i miei atti e discorsi, né a incriminarmi per denaro con false accuse; non v’erano dileggiatori, calunniatori, censori, borsaioli, banditi, scassinatori, procuratori, mezzani, buffoni, biscazzieri, politici, begli spiriti, ipocondriaci, strolaghi, stupratori, assassini, furfanti, scienziati da strapazzo. Non v’eran capi o seguaci d’un partito o d’una fazione; nessun incoraggiamento dei vizi con la seduzione o l’esempio, non pedanti stupidi e boriosi, non compagnie importune, invadenti, litigiose, chiassose…”.

È una sintetica ri-descrizione della vita nella società britannica, un’etnografia folgorante in mezza pagina, con elencazione di costumi, professioni, attività pubbliche, clima morale, vizi, vanità, imposture. Swift fa dell’elencazione un metodo dell’invettiva, come quando Gulliver spiega i massacri bellici in Europa: là era lo stupore del re di Brobdingnag a fornirci lo specchio dell’utopia, ma qui è la semplice negazione ripetuta a farci vedere tutta la vita d’una società in modo diverso, attraverso un’inversione di senso dove la normalità diventa abnorme e il regno dell’utopia è il criterio buono di valutazione. Diventa anche una nostalgia, un pathos della lontananza, il sogno senza luogo del Mondo alla Rovescia, la vera patria dell’immaginazione che può “derealizzare” il mondo – e non pensarlo più soltanto come una prigione di abusi, guerre, prevenzioni, illusioni, etc

15. L’utopia come specchio ribaltato sulle società civili

La nudità della bestia umana, rappresentata dallo Yahoo, è una figurazione che riassume un desiderio di messa a nudo morale dell’uomo. È un desiderio che si impone nel Settecento, portando in seguito a quel tipo di sguardo a distanza che si chiamerà antropologia. Si potrebbe vedere l’avvio di tutto questo nel celebre saggio di Montaigne sui primitivi del continente americano, dove c’è già quel pathos del luogo utopico, quel sogno d’un Mondo alla Rovescia, che riaffiora nel congedo di Gulliver dalla terra dei cavalli. Comunque l’idea del selvaggio nudo, dell’indiano d’America non ancora traviato da complicazioni sofistiche e addobbi mondani, come lo immaginava Montaigne, diventa un termine di confronto e un nuovo punto di vista sulle società europee. Prima di dedicarsi al Gulliver, Swift aveva in mente di scrivere i viaggi d’un indiano d’America che visita l’Inghilterra (Diario a Stella, 28 aprile 1711); e questa sarebbe stata una applicazione del nuovo punto di vista sulle società europee. È sempre l’idea di vedere tutto attraverso gli occhi d’un estraneo, come nelle Lettere persianedi Montesquieu (1721), come nella descrizione delle tasche di Gulliver fatta dai due ufficiali lillipuziani – così avrebbe potuto essere quella d’un indiano che visita l’Inghilterra. Ma il progetto di Swift, abbandonato, si rifonde nella favola di Gulliver, che in realtà parla sempre dell’Inghilterra, vista attraverso il rovescio utopico del paese di Brobdingnag e della repubblica dei cavalli. L’elemento nuovo è appunto quello dell’utopia; e la finzione dei viaggi in terre sconosciute è il fattore decisivo per la ri-descrizione dei costumi sociali attraverso uno sguardo a distanza.

Nella tradizione inaugurata da Thomas More l’utopia non è un programma di riforma, ma un mondo che ha senso per la sua fantastica inverosimiglianza. Perché le panzane fantastiche presentano ogni cosa nota in modo inusitato; e annullando il vincolo della verità, ci costringono a seguire uno sviluppo espositivo come se fosse un indovinello. Come l’indovinello descrive una cosa con parole che alludono ad altro, così l’utopia è una finzione in cui si allude a qualcos’altro in forma di antifrasi, cioè dicendo il falso al posto del vero. Ad esempio, l’Utopia di More parla d’un paese che non esiste, ossia senza luogo (Utopia), retto da governanti senza un popolo (Acori), attraversato da un fiume senz’acqua (Anidro), e descritto da un marinaio-filosofo (Itlodeo), il cui nome in greco significa “spacciatore di fandonie”. Le dichiarazioni di Gulliver prendono sapore alla luce di questo metodo d’antifrasi, come il rovescio di quello che bisogna intendere, cominciando da quando lui sostiene di raccontare “nudi fatti”, per finire a quando elogia l’arte della guerra. L’utopia è metodo di straniamento, specchio ribaltato su cui non cade l’ombra delle verità ufficiali, un modo di “derealizzare” il mondo che apre il pensiero a nuovi valori differenziali.

16. Intermezzo sul senso comune

L’altro modello che sta a monte di questa tradizione è l’utopia anti-sofistica che Socrate espone nella Repubblicadi Platone. Anche quella è un Mondo alla Rovescia, l’antitesi d’un regime politico in balia dell’arte sofistica per imbrogliare col commercio di discorsi. L’utopia socratica parte dall’idea che nelle società esistenti non sia possibile alcuna riforma, perché ogni insegnamento viene traviato dai desideri di potere, ricchezza e gloria; dunque vige una “corruzione della maggioranza” che toglie spazio a ogni istruzione positiva. Ciò che fa Socrate è la descrizione di una società utopica in forma di favola: “Facciamo un racconto a mo’ di favola, e così non di fatto, ma a parole, educhiamo gli uomini” (Repubblica, II, XVI).

In More come in Swft c’è la stessa idea d’un “racconto a mo’ di favola”, che sostituisce ogni istruzione positiva. E anche queste favole prendono di mira il sofismo delle pratiche di governo: le complicazioni introdotte dagli intrighi dei politici, dai “morofosi” o sapienti stolti, come li chiama More. Ma ora l’antitesi delle società esistenti non è più il regno della dialettica e dei filosofi, come in Platone. Nelle utopie paradossali di More e di Swift, il criterio per osservare i costumi europei è quasi l’opposto; è l’idea d’una “semplicità naturale” come quella che Montaigne attribuiva ai primitivi americani – un’idea di regimi sociali lontanissimi da ogni speculazione filosofica, lontani da ogni dubitazione intellettuale, e non ancora traviati dalle nostre complicazioni, perché basati sul puro senso comune.

Il senso comune è una nozione che bisogna riportare alle fonti swiftiane. Ad esempio, nella Apologia di Raimond Sebond, Montaigne notava l’esistenza di forme di raziocinio comuni agli uomini e agli animali: capacità cognitive, come quelle delle rondini che devono capire cosa sia il vento per costruirsi il nido; capacità logiche per ricavare induzioni da quello che percepiscono e comportarsi di conseguenza. Questo sens naturel, senso comune e raziocinio pratico, non separa e discrimina come la razionalità dei filosofi, diceva Montaigne, ma tende a “ricondurci e congiungerci a tutti gli altri”. Un pensiero simile si trova in Swift, dove il senso comune è inteso come un raziocinio pratico e una media comprensione delle cose, con cui gli uomini possono intendersi senza dover ricorrere a persone d’intelletto superiore che impongono i loro piani sulle teste degli altri (lettera del 19 dicembre 1719).

La terza parte del Gulliver, col viaggio a Laputa e Lagado, è una figurazione dei disastri che sorgono quando l’intelletto si eleva al di sopra della comune facoltà di intendersi, perdendo contatto col raziocinio pratico. I lapuziani, perpetuamente assorti nei calcoli numerici, sono ciechi agli effetti della vita pratica; e la loro razionalità matematica genera soltanto sgorbi, case malfatte, vestiti sbilenchi, a causa di “istruzioni troppo raffinate per il comprendonio dei loro operai”. È vero che nel Gulliver sembra ci sia una certa confusione sul modo d’intendere la cosiddetta razionalità (ragione machiavellica nei lillipuziani, ragione naturale nei cavalli); ma le figure dei saspienti di Laputa, e dei loro confratelli di Lagado, hanno la funzione di marcare i termini. Perché mostrano una razionalità che vola al di sopra del mondo sensibile (come l’isola di Laputa vola sopra la comunità dei suoi sudditi), contrapposta a ciò che nella terra dei cavalli si chiama general reason, ossia senso comune.

17. La “ristrettezza mentale” dei brobdingnaggiani

Su questa strada viene in luce l’impianto del pensiero politico switfiano. Nel capitolo VI della prima parte, sulle antiche istituzioni lillipuziane, si dice che “la Provvidenza non intese trasformare il governo della cosa pubblica in un mistero, comprensibile soltanto a poche persone di genio sublime”. Poi viene spiegato che le persone di genio sublime trascendono i limiti d’una comune comprensione delle cose per le loro superiori doti d’intelletto; ma le superiori doti d’intelletto non implicano necessariamente un retto agire, né possono supplire a una mancanza di virtù morali. E le superiori doti d’intelletto senza virtù morali sono il maggior pericolo che ci sia, essendo precisamente la riduzione dell’arte di governo a scienza machiavellica, di cui si tratta nel dibattito tra Gulliver e il re di Brobdingnag.

Il vero paese d’utopia è il regno di Brobdingnag, retto dall’anti-machiavellico re dei giganti, dove le leggi “sono espresse con i termini più semplici e piani, essendo quella gente così poco mercuriale da non riuscire a comprendere che una sola interpretazione delle cose”. L’ottusità dei brobdingnaggiani sembra lo sgonfiamento delle complicazioni interpretative della filosofia, attaccate da Montaigne – che le vede come espressione dell’uomo orgoglioso della propria “sfrenatezza di pensieri, che gli rappresenta ciò che è, ciò che non è, ciò che egli vuole, il falso e il vero…”. La sua diatriba contro i filosofi ci porta dritti allo strano primitivismo dei cavalli della Houyhnhnmland, i quali, come gli indiani d’America descritti da Montaigne, non hanno malattie del corpo né patemi dell’anima, non sanno cosa sia un magistrato o una gerarchia politica, non hanno conoscenza delle lettere né dei numeri, non hanno agricoltura né vestiti; ma soprattutto non hanno parole per indicare la menzogna, la dissimulazione e tutto ciò che porta alla dubitazione intellettuale.

È vero che i cavalli della Houynhnmland sono l’inverso dell’umanità espansiva dei brobdingnaggiani; ma coincidono con loro nella mancanza di sofismi e nell’eliminazione d’ogni interpretazione contraddittoria del vero e del falso. Se i brobdingnaggiani capiscono una sola interpretazione delle leggi, vuol dire che non capiscono il senso della parola “opinione”, cioè la varietà dei modi con cui una cosa può essere detta e contraddetta. Non sanno cosa sia la moltiplicazione di parole per trasformare i fatti in materie di disputa; nè cosa sia l’infinita moltiplicazione di commenti con cui i legulei d’Europa traviano le leggi. Grazie alla loro “ristrettezza mentale” (così Gulliver parla del re di Brobdingnag), vivono nell’istanza d’una comune capacità di comprensione, come un minimo comun denominatore da cui nessuno è escluso. E assieme ai cavalli sono i maestri d’un raziocinio pratico ed elementare, nonché i critici delle ambizioni europee di trascendere i limiti del senso comune.

18. Gulliver piomba nella stramberia manicomiale

L’utopia del senso comune è più che altro un regno dell’antiquariato, fin dai tempi di Montaigne e di More, basato su visioni d’un universo arcaico senza le rapine della civiltà mercantile. Visioni antiquarie spuntano nel Gulliver con l’evocazione degli “agricoltori inglesi di vecchio stampo, un tempo famosi per la semplicità dei modi, per la loro dieta e il loro vestiario, per la giustizia nella condotta” (terza parte, cap. VIII). Poi sono testi d’antiquariato le antiche costituzioni lillipuziane, che parlano d’un regno di leggi basate sul senso comune, all’opposto dell’attuale monarchia di Lilliput. Anche i libri che Gulliver legge nella biblioteca di Brobdingnag, sulla specie umana anticamente composta di giganti e sulla degenerazione dell’uomo, fanno il verso a opere d’antiquariato. Si aggiunga quella specie di film antiquario sull’isola dei maghi, con sfilata di personaggi del tempo antico e visione della decadenza della nobiltà, del sapere, di tutto.

Repertorio da Wunderkammer, favole sul tempo antico, Mondo alla Rovescia lontano dalla morale dei moderni – neanche questo però è il punto d’arrivo nelle scoperte di Gulliver.

Perché alla fine il nostro eroe è scacciato dalla terra dei cavalli e deve tornare a vivere tra gli uomini irrazionali, ossia Yahoos civilizzati, della sua Inghilterra. C’è stata una lunga discussione tra i critici, per decidere come bisogna vedere i cavalli della Houyhnhnmland, virtuosi e razionali finché si vuole, ma crudeli nel loro fanatismo eugenetico. In questo dibattito per dare un senso positivo o negativo all’utopia finale del libro, mi sembra che tutti cerchino una risposta basata su valori fissi, su istruzioni positive; mentre le avventure di Gulliver sono continui passaggi attraverso serie di valori differenziali, senza uno schema di svelamento d’una verità di fondo – a parte la conclusione nelle ultime righe, che vedremo.

Per ora notiamo che Gulliver tornato a casa ci parla del suo libro, sostenendo che lui non fa come gli altri viaggiatori che inventano frottole per accattivarsi il pubblico. No, lui dice la verità dei “nudi fatti”, seguendo l’insegnamento dei cavalli razionali che non sanno cosa sia la menzogna. L’innocenza del nostro eroe raggiunge ora livelli che sconfinano nella stramberia: sia perché tende ad imitare i cavalli nel muoversi e nel parlare, sia perché, oltre che dalla fissazione sulla cavallinità, è afflitto dalla “infelicità di vivere sotto il potere degli Yahoos”. La stramberia però giunge al massimo nella lettera di Gulliver al curatore, che in realtà è l’epilogo delle sue avventure. Questa lettera compare nell’edizione dublinese del 1734, e di solito è posta all’inizio dell’opera, dove non rende il senso conclusivo della vicenda. Di qui apprendiamo che il nostro eroe si ritira nella stalla a conversare con i suoi cavalli domestici, dato che gli uomini sono bestie troppo irrazionali per avere una sana conversazione con loro: immagine fortemente manicomiale, che non ci consente più nessuna identificazione con i suoi stati d’animo, esattamente come succede con i matti.

19. La lettera finale

È difficile non restar spiazzati dalla logica che pervade questa lettera finale; perché ci fa piombare in una situazione dove i paesi irreali che Gulliver ha visitato sono dati come il mondo della verità di fatto, mentre il mondo cui torna è indicato come il regno del falso assoluto. E Gulliver invoca i cavalli della Houyhnhnmland come testimoni della veridicità del suo libro, mentre contesta, nega, svaluta tutto quello che appartiene alla realtà esterna, come se fosse il frutto d’un vizio o d’un errore. Cito quel passo in cui si lamenta che nella sua Inghilterra siano i cavalli a dover trainare gli uomini in carrozza, “quasi che quest’ultimi fossero i bruti e quelli invece creature razionali”. Qui sembra che baleni il ricordo delle stampe del Mondo alla Rovescia, diffuse in tutta Europa, dove si vedevano cavalli in carrozza che si fanno trainare da uomini, o uomini che portano in groppa cavalli. Da una parte continua a funzionare lo specchio ribaltante dell’utopia come schema d’una critica dei costumi, ma dall’altra questa critica non ha più agganci esterni, nessun principio di verità logica o morale a cui aggrapparsi per valutarla. Crollo d’ogni dialettica tra il vero e il falso. L’utopia del vero e la realtà del falso diventano ora vie separate da un vuoto che non può essere colmato da nessun discorso. Dice Gulliver dei suoi compatrioti Yahoos: “Forse che quei miserabili animali hanno la tracotanza di credermi tanto degenerato da difendere la veracità delle mie parole?”. Nella letteratura di viaggi utopici non esiste niente del genere. Dappertutto si trovano narrazioni utopiche con una precisa tesi, che riprendono più o meno l’idea di società enunciata da Platone: l’utopia d’una società governata da leggi giuste, dove si vive nella certezza d’una verità che va oltre le apparenze, senza contraddizioni, senza matti come Gulliver che perturbino la logica del vero e del falso. Sotto la veste narrativa, tutte le utopie sono manifesti politici basati sul modello platonico, instancabilmente ripreso fino alle più stantie predicazioni. Il Gulliver è unico, per le sue utopie non volte al futuro ma date come perdute: e col delirio del Mondo alla Rovescia che “derealizza” il mondo com’è.

20. L’uomo come altro da sé

L’unico sentimento che alla fine possa avvicinarci a Gulliver, è quello malinconico della vita sociale come una prigione che si estende fino agli ultimi confini del mondo. Non si vede più soluzione, e centinaia di articoli sono stati scritti per decidere come intepretare il finale del libro. Bisogna prendere Gulliver per il matto che fraintende tutto con le sue ridicole ossessioni? O bisogna considerare l’utopia equina come una satira del platonismo d’epoca? Oppure bisogna vederla come il mondo delle idee di Platone, per cui il mondo a cui Gulliver torna sarebbe come la caverna del mito platonico (Repubblica, VII), in cui vivono gli uomini fuori dalla luce della verità? Con anche la conseguenza che quando un uomo ha contemplato quella luce gli altri lo prendono per un matto che racconta storie inverosimil?

Si potrebbe dire che tutte le interpretazioni vanno bene, e spesso sono anche persuasive, ma non riescono a sistemare gli effetti perturbanti che il libro si lascia dietro. Possiamo individuare abbastanza bene i parametri di giudizio di Swift, ma questi non spiegano la turbolenza asociale delle sue provocazioni, il fitto gioco dei suoi sarcasmi, l’elencazione di vizi, vanità, imposture, che investe tutte le rappresentazioni sociali. Leggendo la lettera prefatoria di Gulliver, o altri momenti di invettiva del libro, si ha il senso di onde di discorso in funzione castigatoria, da cui non si salva più niente per mettersi a posto la coscienza; e arrivati agli ultimi paragrafi dell’ultimo capitolo, l’unica cosa che ci orienta è il tono di Gulliver, molto diverso dal suo stile da osservatore prudente. Questo si sente bene quando lui dice che la cosa più insopportabile degli uomini è il loro orgoglio. Qui è il tono bilioso a suggerirci che il vero portatore del vizio d’orgoglio in fondo sia lui, il nostro candido eroe.

Se Gulliver per tutto il libro veste i panni dell’antropologo avanti lettera, che studia i comportamenti di popoli lontani, nell’ultima sua apparizione è come se toccasse il limite d’ogni discorso antropologico: cioè di quel tipo di discorsi con cui l’uomo pretende di definire i comportamenti di altri uomini, indagando sui segreti delle loro abitudini senza guardare a se stesso. Il personaggio che dice la verità dell’incoscienza permette a Swift un effetto di anamorfosi: dal suo linguaggio che parla della mostruosità dell’uomo, emerge la figura dell’uomo che denuncia tale mostruosità, come l’intestatario delle tendenze che lui stesso denuncia. La cosa è ancora più chiara nella lettera prefatoria, dove Gulliver dice che se s’è lasciato andare all’illusione di riformare l’umanità col suo libro, è stato perché anche lui è uno Yahoo, irrazionale come gli altri. C’è un salto rispetto all’idea di Platone che non sia possibile riformare le società esistenti per via della “corruzione della maggioranza”; qui nessuna riforma è possibile perché tutte sono prodotte da sviste dell’uomo su se stesso. L’uomo è sempre un altro da sé, diverso da quello che crede d’essere; dato che non è la bestia nuda, ma la bestia coperta dai vestiti, che vive in una nuvola di parole.

21. La conoscenza melanconica

Dalle lettere di Swift negli anni d’Irlanda spunta un uomo arcigno, isolato dall’alto clero anglicano, attaccato da opuscoli di parte governativa, segnato dagli spasimi per la malattia all’orecchio, con la voglia di leggere solo libri di accozzaglie esotiche dei viaggiatori (che lui chiama “spazzatura”), o di scrivere soltanto sciocchezze e bagatelle. Anche lui perturbato da idee fisse come Gulliver, con quel sentimento dell’esilio assoluto, e perso nel mondo parallelo dei suoi paesi fantastici. Ed ecco il reverendo Swft, creduto pazzo, immerso nelle sue scritture, tutte anonime, asociali, intrattabili nei normali termini delle dottrine letterarie.

Molti hanno detto che Swift è più vicino agli autori moderni che ai moralisti del suo tempo, più vicino a uno come Baudelaire che ai suoi contemporanei. Lo straniamento, che ha un ruolo così decisivo nella letteratura moderna, non può fare a meno d’una energia stilistica come la sua, che disfa le categorizzazioni scontate fino al punto da “derealizzare” il mondo com’è. Per altri versi Swift è l’ultimo dei moralisti classici, nella linea di Montaigne, Pascal e La Rochefoucault, dove la filosofia morale non glorifica l’uomo, ma lo mostra pencolante su un abisso che si apre al di là delle sue illusioni. Di qui viene quel sentimento di alienità dell’uomo rispetto a se stesso che attraversa tutta l’opera di Swift.

L’essenziale alienità dell’uomo mi pare figurata nella scena finale di Gulliver nella stalla a conversare con i suoi cavalli, come in una specie di manicomio privato, scena evocata nella lettera prefatoria. È un’immagine melanconica, nel senso che la melanconia è prima di tutto una gravità fantastica che sfugge il commercio con gli uomini; ma proprio per questo realizza una fuga dal gioco delle opinioni, dal gioco illusorio del vero e del falso; e permette quella limpidezza abnorme dello sguardo a distanza, per arrivare a vedere la vita sociale come vita nel formicaio – “la vita che ai nati dal brulichìo lo spirito offre,” ha scritto Hölderlin. Il manicomio privato di Gulliver è il luogo di questa conoscenza melanconica, dell’esule o alieno che viaggia nel mondo parallelo delle sue “derealizzazioni”. D’altronde l’esilio è la condizione originaria della conoscenza malinconica; perché il malinconico è sempre straniero tra i suoi simili, dunque propenso a immaginare grandi viaggi sulla carta geografica in cerca di luoghi inesistenti, semplicemente per poter essere quello che è.

Versione inedita riveduta e rimaneggiata della Introduzione a I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift (traduzione, cura e note di Gianni Celati, Feltrinelli 1997).

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