Il popolo del consumo

il popolo del consumo

A me pare che tra le grandi migrazioni della nostra epoca ci sia anche da parlare della migrazione del popolo del consumo. Ma, prima di parlare di questa migrazione dell’era moderna, vorrei ricordare una bella frase di Robert Walser che mi ha sempre dato di che pensare e che mi sembra abbia molto a che vedere anche con certe cose che diceva Leopardi. È una frase contenuta nel romanzo intitolato Jakob von Gunten, pubblicato nel 1909. Qui Walser descrive un dialogo tra Jakob von Gunten, che poi è lo stesso Walser, e il fratello Johann, che poi è anche lui un alter-ego di un personaggio reale e cioè di Karl Walser, pittore e illustratore, fratello di Robert. I due si incontrano a Berlino, dove Johann è già un illustratore e pittore di un certo successo mentre Jakob frequenta una scuola per servitori, e cominciano a parlare di molte cose, e tra l’altro del fatto che in fondo nella vita non c’è nulla per cui valga veramente la pena di vivere. E a un certo punto Johann esce con questa frase che secondo me contiene molte cose vere. Anzi, forse è l’unica cosa vera di questa nostra epoca. La frase è questa: “Senza dubbio c’è al mondo un cosiddetto progresso, ma non è che una delle molte bugie messe in giro dagli affaristi per poter spremere tanto più sfacciatamente e cinicamente denaro dalla massa. Oggi la massa è diventata lo schiavo, e l’individuo è lo schiavo del grandioso pensiero di massa. Non c’è più niente di bello né di egregio”.

Mentre stavo trascrivendo questa frase mi è anche venuta in mente una frase dei Colloqui col professor Y, dove Céline parla del fatto che si è tutti ubriacati “dagli imbonimenti delle agenzie”, e anche questa frase di Céline mi pare una gran verità per capire le migrazioni moderne.

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Ci sono ad esempio dei cosiddetti centri commerciali, nel profondo nord della nazione italiana, dove nel corso di tutta la cosiddetta settimana lavorativa ma soprattutto il sabato si verificano delle grandi migrazioni di massa. Questi centri commerciali si trovano quasi sempre alle periferie degli agglomerati urbani, a volte perfino in aperta campagna, e assomigliano a dei templi dove il popolo dei migratori del consumo va a celebrare i propri riti. Ho detto che assomigliano a dei templi, perché qui dalle mie parti c’è ne uno che assomiglia ad un tempio azteco, con una specie di cupola fatta di gradini di vetro da cui filtra la luce esterna, e a volte ho l’impressione che dentro quel tempio azteco si compiano dei riti sacrificali con qualcuno che viene immolato sull’altare di qualche offerta speciale o di qualche vendita a rate di un prodotto particolarmente costoso del quale ha visto la pubblicità.

Ma mi rendo conto che sto divagando, e allora vengo al punto. Secondo me succede questo: durante tutta la cosiddetta settimana lavorativa i migratori del popolo del consumo guardano le pubblicità alla televisione e sui giornali, e poi al sabato migrano nei centri commerciali per comprare quello che hanno visto sulle pubblicità alla televisione e sui giornali. Secondo me, si capisce che sono migratori del consumo perché hanno sempre un’aria un po’ stranita, nel senso che sono in giro per questi centri commerciali come dei dispersi che cercano un rifugio in qualcosa da comprare e da consumare. E infatti poi quando escono coi carrelli pieni di roba acquistata hanno un’espressione come di chi ha trovato una patria dove stare e dove sentirsi cittadini con pieno diritto. Ma secondo me la salvezza non la trovano nei cosiddetti alimenti con cui semplicemente si sfamano oppure molto spesso ingrassano e si rovinano il fegato e il sangue e tutti gli organi che si possono rovinare. No, secondo me la salvezza la trovano nell’acquisto di cose assolutamente inutili, e questo credo che succeda per una specie di principio di emulazione. Nel senso che capita che qualcuno compri ad esempio un telefono cellulare con tantissime funzioni, che costa tantissimo, e poi si sparge la voce e allora anche tutti gli altri corrono a comprare quello stesso telefono cellulare, e poi passano ore e ore a digitare sui tasti del telefono cellulare, a mandarsi messaggi che non dicono niente, o a parlare senza dire niente, o addirittura a mandarsi delle fotografie.

A questo punto mi scuso se devo divagare di nuovo, ma parlando di telefoni cellulari e cose simili mi è venuta in mente una storia che secondo me merita di essere raccontata. Non molto tempo fa camminavo per le vie del centro della città in cui abito, che è una città molto ricca e con una tenore di vita molto alto, e con molte persone che se ne vanno in giro indossando vestiti molto costosi, così che si ha l’impressione di andare in giro in mezzo a una sfilata di moda, e poi tra l’altro mi è anche capitato di vedere un uomo che si serviva del telecomando per la chiusura centralizzata della propria automobile con un gesto di uno che non morirà mai, e la cosa devo dire che mi ha fatto un’enorme impressione, ma ritornando a quello che volevo raccontare insomma un giorno, non molto tempo fa, camminavo per le vie del centro della città in cui abito e ho visto questa cosa:

Ho visto che sulla soglia di un negozio di pelletteria c’era un uomo ancora piuttosto giovane che in una mano teneva una borsa da donna che dall’aspetto sembrava molto costosa essendo tempestata di gemme o diamanti o cose simili, e nell’altra mano un telefono cellulare puntato verso la borsa da donna, voglio dire come a volerla fotografare. E allora a me è venuta una strana impressione perché non capivo quello che stava succedendo, nel senso che mi sembrava come un sogno molto strambo. E allora senza farmi notare mi sono avvicinato alla soglia di quel negozio di pelletteria e ho fatto finta di guardare la vetrina e intanto ho capito quello che stava succedendo. L’uomo che aveva in una mano il telefono cellulare e nell’altra una borsa da donna stava comprando la borsa da donna alla donna con la quale stava parlando al telefono cellulare, e puntava il telefono cellulare verso la borsa da donna per fare in modo che la donna all’altro capo del telefono cellulare potesse vedere l’immagine della borsa da donna che l’uomo voleva comprarle. E poi ho anche sentito la voce di lei che, dall’altro capo del telefono cellulare, le diceva che le sembrava troppo piccola quella borsa da donna, e lui che invece le diceva ma no guarda che ti sbagli è l’immagine che la rimpicciolisce guarda che non è poi così piccola anzi la commessa mi sta dicendo che ce l’ha anche lei e che è molto capiente, e lei che non smetteva invece di dire che vista così le sembrava un po’ piccola e che non ci stavano tutte le cose che lei di solito teneva in borsa. E io ero lì che facevo finta di guardare la vetrina e per dieci minuti o forse anche più ho ascoltato questa conversazione, con la donna all’altro capo del telefono cellulare che alla fine si era convinta e aveva detto all’uomo di comprarle la borsa, e allora lui era entrato nel negozio e aveva comprato la borsa e l’aveva anche pagata, molto probabilmente svariate centinaia di euro. E poi ovviamente mi sono allontanato dalla vetrina e ho continuato a camminare per le vie del centro, e mi sembrava come se l’eternità fosse scesa sulla terra, perché tutto mi sembrava che non esistesse davvero, e che quindi fosse una specie di eternità dove tutto è fermo. O forse anche mi sembrava come di essere dentro un sogno dove tutto quello che accade è vero, e proprio perché è vero non ha nessun significato. Come in una specie di incubo di dio. Ma poi in realtà avevo pensieri troppo confusi, e allora ho continuato a camminare per le vie del centro senza capire niente, se non che appunto era calata l’eternità o che forse mi stavo svegliando da un sogno, o che forse era tutto un incubo di dio.

Ma mi accorgo che sto continuando a divagare, e allora torno a parlare delle migrazioni del popolo del consumo, e tra l’altro devo correggere una cosa che ho scritto prima quando ho scritto che queste migrazioni si svolgono soprattutto il sabato. Perché ormai da un po’ di tempo a questa parte i centri commerciali della zona in cui vivo, e soprattutto quello a forma di tempio azteco, aprono anche nella giornata di domenica, e allora si assiste alle migrazioni domenicali del popolo del consumo. Inizialmente, i centri commerciali tenevano aperto la domenica solo nel periodo precedente la festa del santo natale, quando si assiste ad un notevole incremento migratorio dei consumatori che devono farsi regali a vicenda e allora hanno tante cose da comprare. Ma poi a quanto pare ci sono stati studi specialistici che hanno detto che forse era meglio tenerli aperti sempre i centri commerciali, anche la domenica, perché la domenica c’erano molti esseri umani che non sapevano cosa fare di se stessi e molto spesso si uccidevano per noia. E in effetti da quando i centri commerciali tengono aperto anche la domenica, il numero dei suicidi, stando alle più recenti statistiche, è considerevolmente diminuito, nel senso che la domenica molti esseri umani, invece che ammazzarsi, vanno nei centri commerciali e arrivano a sera guardando le vetrine, entrando nei negozi e comprando tantissime cose inutili. Io ad esempio conosco molte persone che la domenica mattina si mettono in macchina e raggiungono il più vicino centro commerciale, dove poi passano l’intera giornata fino a sera. Alcuni li vedo perfino avviarsi alle prime luci dell’alba, e vedo che sui loro volti c’è un’espressione un po’ ebete come di chi sta andando da qualche parte senza sapere cosa va a fare. Ma il punto credo che sia proprio questo, nel senso che queste persone vanno nei centri commerciali non per fare qualcosa ma semplicemente per andarci, forse perché come dicevo prima hanno trovato una patria da condividere coi propri simili e dove sentirsi cittadini con pieno diritto. Verso metà mattina si vedono intere colonne di automobili dirette verso i centri commerciali, e poi credo sia importante osservare gli esseri umani quando arrivano nei parcheggi dei centri commerciali. Io una volta mi sono appostato per osservarli e ho notato che quando posteggiano l’automobile e poi scendono c’è una luce particolare nei loro occhi, come una specie di impazienza: è come se non riuscissero più a stare all’aperto, alla luce naturale, e cercassero un rifugio nella luce artificiale che c’è dentro i centri commerciali. Secondo me succede qualcosa nel loro cervello, o forse c’è una dilatazione delle pupille, o forse una produzione di endorfine che li fa sentir bene. Fatto sta che, quando si incamminano verso il centro commerciale, sembrano pellegrini che hanno trovato la strada della salvezza. Poi entrano, sono circondati dalle luci e dai suoni, comprano, e non hanno neanche più bisogno di credere in dio. Alcuni, a quanto pare, ci credono ancora, ma così come si spera che ci sia un’offerta speciale sui biscotti per la prima colazione, e anzi ci sono molti che pensano che dio parli a loro attraverso un tagliaerba a prezzo scontatissimo o uno shampoo che fa ricrescere i capelli. Io personalmente quando li vedo camminare così in mezzo agli scaffali o mentre osservano le vetrine capisco bene che non hanno più bisogno di dio, perché mi rendo conto che lì non ci sono più paure, e soprattutto non c’è più la paura di dover morire e non sapere cosa sarà, che poi credo sia il motivo per cui ci si mette in testa di credere in dio. Ecco perché quando ho visto la scena della borsetta della quale parlavo prima mi è venuta in mente l’eternità, perché migrando verso i luoghi del consumo non c’è più il senso del tempo, e uno quando arriva sera non viene più preso dagli interrogativi se tutto in fondo è inutile o cose del genere. Voglio dire che secondo me nei centri commerciali il tempo non esiste, perché è tutto sospeso in un’eternità che non va da nessuna parte e nella quale si nuota come pesci in un acquario. La cosa davvero interessante è che adesso, a quanto pare, c’è l’intenzione di tener aperti i centri commerciali anche di notte, e quindi per così dire 24 ore su 24, perché così, entrando in un centro commerciale, si avrà davvero l’impressione di entrare nell’eternità. E allora molto probabilmente ci saranno anche migrazioni notturne, e i centri commerciali saranno illuminati nel buio delle notti come isole di salvezza, e le luci saranno i segnali di salvezza, come fari per i naviganti dispersi, e chi vorrà sfuggire a un dolore o a una sofferenza entrerà nell’eternità del centro commerciale e comprerà una tuta da subacqueo che non gli servirà a niente, ma almeno l’avrà comprata.

Ma adesso voglio parlare ancora un po’ dell’eternità dove si nuota come pesci in un acquario. A dire il vero potrei anche raccontare la storia di un essere umano che, credendosi poeta, metteva in versi tutto quello che vedeva, e che una volta ha scritto una poesia sui prodotti esposti sugli scaffali di un centro commerciale. Oppure potrei raccontare la storia di un gruppo di persone che, come si dice, stavano sempre “sulla notizia” e aspettavano da un momento all’altro la morte di un cosiddetto personaggio importante o di rilievo mondiale, e avevano preparato tutto per dare notizia della morte di quel personaggio importante o di rilievo mondiale, ma poi quel personaggio importante o di rilievo mondiale non moriva, e loro continuavano a essere lì “sulla notizia”, con anche i telefoni cellulari accesi giorno e notte nel caso il personaggio importante o di rilievo mondiale fosse morto per dire alle quattro di notte o cose del genere, ma il personaggio importante o di rilievo mondiale continuava a non morire, e loro se ne stavano lì con tutti i loro preparativi e i telefoni cellulari accesi giorno e notte senza sapere cosa fare di se stessi, e anzi arrabbiati perché continuando a tenere sempre accesi i telefoni cellulari dovevano metterli sotto carica, come si suol dire, oppure comprare sempre nuove ricariche, come si suol dire. Oppure anche potrei raccontare la storia di un essere umano che si era messo in testa che più libri si leggevano e più tardi si moriva, e che se ne andava in giro guardando con sprezzo tutti quelli che avevano letto meno libri di lui, calcolando il giorno in cui sarebbero morti in base al numero di libri che avevano letto. Però adesso preferisco parlare un po’ dell’eternità dove si nuota come pesci nell’acquario. La prima cosa che vorrei dire è che a me sembra che in questa eternità si vada in giro vestiti tutti allo stesso modo, secondo quanto impone la cosiddetta moda del periodo. Nell’acquario dell’eternità non ci si riesce neanche più a distinguere l’uno dall’altro, perché non solo tutti sono vestiti allo stesso modo, ma anche perché hanno lo stesso modo di parlare, nel senso che si esprimono in una strana lingua che non esprime niente, oppure esprime qualcosa di sentito dire da qualche parte, per esempio nelle pubblicità televisive o ai telegiornali. Un’altra cosa strana dell’acquario dell’eternità è che si ha l’impressione che le sue acque siano stagnanti, che siano sempre le stesse, e invece nell’acquario dell’eternità succedono moltissime cose, le acque non sono mai le stesse, e anche quelli che si trovano nell’acquario dell’eternità non sono mai gli stessi.

Ma forse qui è necessario che mi spieghi.

Quando uno si trova nell’acquario dell’eternità, ha l’impressione che ci rimarrà per sempre, e allora va in giro nuotando e boccheggiando come uno che si è messo in testa che ci rimarrà per sempre. L’acquario dell’eternità ha la forma di un parallelepipedo con i vetri schermati di colore grigio scuro, di modo che da fuori si vedono solo ombre, e da dentro si vedono anche solo ombre. Ma il problema è che da dentro non ci si rende conto che sono solo ombre quelle che si vedono, e così si scambiano le ombre per cose reali, e si continua a vagare nuotare e boccheggiare con la convinzione di vedere cose reali al posto di ombre, e in più con la convinzione che nell’acquario dell’eternità ci si rimarrà per sempre. Ma in realtà la popolazione dell’acquario dell’eternità cambia ogni giorno, nel senso che ogni giorno ci sono nuovi arrivi e nuove partenze, nel senso che si viene buttati dentro e tirati fuori, e nell’arco per dire di cinquanta o sessant’anni la popolazione cambia quasi completamente, ma per effetto dei vetri schermati si ha l’impressione che non cambi mai niente. Si potrebbe quasi dire che l’acquario dell’eternità sia quindi il prodotto o l’effetto di un’illusione ottica. Anche qui, forse, è necessario che mi spieghi, ma prima voglio parlare ancora del gruppo di persone che aspettavano da un momento all’altro la morte del personaggio famoso e di rilievo mondiale.

La cosa importante da sapere è che il personaggio famoso e di rilievo mondiale non era soltanto un personaggio famoso o di livello mondiale, un po’ come per dire uno sportivo recordman o un attore del cinematografo o uno di quelli che parlano in televisione, ma era anche un personaggio da cui molti si aspettavano qualcosa come per dire una specie di salvezza. Si era infatti diffusa una voce, secondo la quale si diceva che non era vero che nell’acquario dell’eternità si rimaneva per sempre, ma anzi si rimaneva per pochissimo tempo (difficile stabilire quanto tempo di preciso), e che poi si veniva tirati fuori e lasciati a boccheggiare come pesci appunto tirati fuori dall’acqua. La diceria si era diffusa molto velocemente, col risultato che molti si erano impauriti al pensiero di esser tirati fuori dall’acquario dell’eternità e lasciati a boccheggiare come pesci tirati fuori dall’acqua, e allora si erano messi in testa strane cose, come ad esempio che c’era un secondo acquario dell’eternità, nel quale si veniva deposti dopo che si era stati tirati fuori dal primo, e che nel secondo acquario dell’eternità non c’era il rischio di venir tirati fuori. Mi rendo conto che sono concetti un po’ confusi, e che li sto esprimendo male, però posso garantire che la diceria era questa, nel senso che era una diceria un po’ confusa e espressa male.
Il personaggio famoso e di rilievo mondiale del quale si aspettava la morte era appunto il capo della diceria del secondo acquario, e il gruppo di persone che aspettavano la sua morte volevano essere i primi a darne la notizia perché pensavano in questo modo di ricavarne una gloria particolare. A capo del gruppo c’era ad esempio una persona che faceva ragionamenti secondo i quali, dando subito la notizia della morte del capo della diceria del secondo acquario, ci sarebbe stata un domani la possibilità di accedere più facilmente al secondo acquario, senza contare che, sempre secondo quella diceria, il passaggio dal primo al secondo acquario non era garantita a tutti, nel senso che bisognava meritarselo quel passaggio, perché in caso contrario si sarebbe rimasti a boccheggiare come pesci fuori dall’acqua.

Ma a questo punto devo aprire per l’ennesima volta un altro inciso e devo parlare dell’essere umano che si era messo in testa che più libri si leggevano e più tardi si moriva. Io l’ho visto più volte aggirarsi per i negozi del centro commerciale che sembra un tempio azteco, e poi anche all’interno del supermercato del centro commerciale. Di solito si fermava esattamente di fronte al bancone del pesce, dove c’erano alcuni scaffali sui quali erano disposti i libri che venivano maggiormente venduti periodo per periodo. Vicino alla scaffale c’erano poi delle specie di cartelloni pubblicitari con le facce molto ingrandite degli autori dei libri maggiormente venduti, e così capitava a volte di avere strane impressioni, nel senso che a me una volta è capitato di osservare delle cernie esposte al bancone del pesce, ma poi come per un gioco di specchi (e in effetti il supermercato è pieno di specchi) al posto delle cernie mi è sembrato di vedere le due o tre facce di quelli che avevano scritto i libri più venduti in quel periodo, e poi mi sono voltato e sui cartelloni pubblicitari, invece che le facce di quelli che avevano scritto i libri più venduti, mi è sembrato di vedere le riproduzioni molto ingrandite delle cernie che c’erano al bancone del pesce. E perfino mi era sembrato di leggere cose molto strane del tipo: il nuovo grande romanzo provenienza mediterraneo grande offerta 9,60 Euro al chilo, oppure: pescato direttamente per voi una storia che vi lascerà senza fiato 300 pagine 15 Euro. Io non so se l’essere umano che si era messo in testa che più libri si leggeva e più tardi si moriva avesse anche lui di queste visioni, però adesso devo spiegare un po’ la sua teoria. Ma anzi adesso che ci penso molto probabilmente anche lui avrà avuto di queste visioni, perché la sua teoria gliel’ho sentita esporre una volta al ragazzo del bancone del pesce, che voleva vendergli dei branzini d’allevamento e invece appunto si era sentito raccontare la teoria dei libri che non fanno morire. La teoria sosteneva in sostanza che leggendo i libri si liberano nell’organismo delle sostanze che prevengono l’invecchiamento delle cellule e riducono al minimo l’eventuale insorgenza di neoplasie, di modo che se uno, per esempio, legge almeno un libro alla settimana, può avere delle aspettative di vita direttamente proporzionali ai libri che ha letto. Cioè: se uno legge un libro alla settimana, può aspettare di morire una settimana dopo rispetto al momento che il destino gli avrebbe altrimenti assegnato. Se uno legge un libro al giorno, può aspettare di morire una settimana, tre giorni e dodici ore dopo rispetto al momento che il destino gli avrebbe altrimenti assegnato. L’essere umano che si era messo in testa cose del genere le spiegava anche con calcoli matematici, parlando di logaritmi e cose del genere, mentre il ragazzo del bancone del pesce stava filettando delle orate e ogni tanto assentiva con un cenno del capo, ma molto probabilmente non aveva capito nulla, perché ero presente anch’io all’esposizione della teoria e ho visto che il ragazzo del bancone del pesce aveva la faccia di uno che, pur di morire il più presto possibile e di non dover più sentire cose del genere, non avrebbe mai più letto un libro in vita sua. Senza contare, poi, che non aveva più voglia di passare i propri giorni dietro quel bancone con tutti quei pesci morti che lo guardavano e sembravano dirgli cose del genere: vedi di non sentirti tanto superiore a noi perché tu sei lì e sembri vivo mentre noi siamo qui morti in mezzo al ghiaccio che serve per farci arrivare ancora freschi sulle tavole dei consumatori.

Ma adesso dovrei aprire un altro inciso e parlare anche di quello che succedeva al bancone della salumeria, dove anche gli affettati sembravano dire a chi li vendeva e a chi li comprava di non gloriarsi poi più di tanto del fatto di essere ancora vivi, e invece adesso devo parlare di due cose completamente diverse.

La prima cosa di cui vorrei parlare sono le cosiddette migrazioni automobilistiche. Bisogna sapere, infatti, che all’interno del centro commerciale c’è una cosiddetta concessionaria o rivendita di automobili, che viene visitata ogni giorno da centinaia, anzi, migliaia di esseri umani che migrano verso il centro commerciale solo ed unicamente per quello. Voglio dire: non per osservare le vetrine dei negozi e comprare qualcosa tanto per comprarlo, non per entrare nel supermercato e comprare robe da mangiare ecc,. quanto piuttosto solo ed unicamente per vedere le automobili esposte nella concessionaria. Le migrazioni automobilistiche si svolgono però soprattutto il sabato e la domenica, quando gli esseri umani prevalentemente di sesso maschile sono particolarmente curiosi di vedere da vicino gli ultimi modelli che, nel corso della settimana, hanno visto nelle pubblicità televisive, dove appunto li si invitava a migrare per il fine settimana nelle concessionarie. Alcuni degli esseri umani di sesso maschile che migrano verso le concessionarie sono cosiddetti padri di famiglia, che hanno bisogno di un’automobile per andare al lavoro durante la settimana oppure per portare in giro moglie e figli la domenica; oppure sono esseri umani di sesso maschile che stanno per diventare cosiddetti padri di famiglia, e allora vogliono vedere di comprare una macchina grande e comoda col bagagliaio ampio e con anche il posto per il seggiolone da bambini ecc.; oppure ancora sono esseri umani di sesso maschile che hanno moltissima voglia di sfogare con una femmina i loro ormoni giovanili, e allora vogliono vedere se c’è un’automobile specifica per fare in modo che qualche femmina si conceda più facilmente alle loro voglie ormonali.

Io mi sono accodato spesso a queste migrazioni automobilistiche, e devo dire, anzi devo confessare che ho visto delle cose davvero interessanti, nel senso che molti migratori automobilistici migrano per il solo gusto di migrare, si aggirano per i saloni della concessionaria, osservano i nuovi modelli di automobili, salgono anche a bordo delle automobili per sentire se i sedili sono comodi e anche il volante e i cosiddetti airbag ecc., ma poi tornano a casa senza comprare niente e aspettano il fine settimana successivo per vedere e osservare e provare sempre nuovi modelli.

Ed è stato proprio nei saloni della concessionaria che una volta ho visto un essere umano del quale devo proprio parlare: il Presentatore. Il Presentatore è (o era) un essere umano che si gloriava di conoscere molte cosiddette persone importanti e che veniva chiamato dappertutto ogni volta che c’era da presentare qualcosa. Quando l’ho visto alla concessionaria, ad esempio, era lì a presentare un modello di automobile che, in una delle versioni precedenti, era appartenuto a un personaggio importante che lui aveva conosciuto molto bene e del quale stava appunto parlando agli altri esseri umani presenti nella concessionaria. Ma a dire il vero gli altri esseri umani presenti nella concessionaria erano lì solo ed unicamente per vedere se c’era qualche automobile molto comoda per portare in gita la famiglia, oppure per trovare facilmente qualche femmina con cui sfogare le voglie ormonali, di modo che il Presentatore in realtà parlava senza che nessuno lo ascoltasse.
Ho scritto prima che il Presentatore “è” o “era” perché è da tanto che non lo vedo più, e penso proprio che sia morto e sia stato sepolto (ma “sepolto” non è la parola giusta) nei sotterranei del centro commerciale, il che mi obbliga ad aprire un altro inciso per parlare del cosiddetto cimitero dei migranti.

In realtà non si tratta di un cimitero in senso proprio, con tombe, loculi, bare, putrefazioni e così via. Il cimitero dei migranti è piuttosto un grande centro di raccolta dei rifiuti, dove c’è un enorme forno inceneritore dove i rifiuti stessi sono ridotti in cenere, e dove i rifiuti sono gli esseri umani che non vivono più. Alla fine del reparto hi-fi, nella zona che si trova a sinistra dei lettori dvd e degli apparecchi televisivi a schermo piatto, c’è una specie di cunicolo invisibile (perché è nascosto da un televisore a 30 pollici con grandi casse stereo per una perfetta resa sonora, come dice il poster pubblicitario, che aggiunge anche che avrete il mondo in casa vostra) dal quale si accede direttamente al forno inceneritore e quindi al cimitero dei migranti. Ci sono alcuni esseri umani che si calano per così dire di propria volontà nel cunicolo, perché sono stanchi di vivere o perché hanno scoperto di avere una malattia incurabile e così via. Ma ce ne sono anche altri, e sembra che siano la maggior parte, che vengono risucchiati nel cunicolo perché non sono più vivi. All’angolo superiore sinistro del televisore a 30 pollici c’è infatti un piccolo sensore, posto non si sa da chi, che in base ad un sofisticatissimo congegno riesce a capire se un essere umano è ancora vivo oppure non è più vivo. Se il sensore rileva che l’essere umano non è più vivo, allora il cunicolo si apre improvvisamente e con una fortissima corrente di risucchio inghiotte l’essere umano e lo getta subito nel cimitero dei migranti. Io avevo capito già da tempo che vicino al televisore a 30 pollici succedevano strane cose, perché mi era capitato più volte di vedere degli esseri umani e poi all’improvviso di non vederli più. Ma inizialmente avevo pensato che fosse un’illusione ottica dovuta a tutte le immagini che provengono dai televisori e ai suoni ad alto volume delle casse stereo, poi però mi sono appostato per vedere bene e ho visto un essere umano che si era fermato per guardar bene il televisore a trenta pollici e, proprio nel momento in cui stava leggendo il poster che parlava della resa sonora e del mondo in casa, era stato risucchiato nel cunicolo. Quell’essere umano tra l’altro lo conoscevo, o perlomeno pensavo di conoscerlo: era un essere umano che si gloriava di aver avuto tanto successo nella vita, e di aver guadagnato tanto denaro, che pensava tra l’altro gli potesse servire per comprare subito e quindi non a rate il televisore a trenta pollici con la resa sonora e il mondo in casa ecc.. Ma proprio nel momento in cui stava leggendo il poster della resa sonora e del mondo in casa era stato risucchiato nel cunicolo ed era finito nel cimitero dei migranti. O così mi era sembrato di vedere.

Credo quindi che sia davvero necessario che io dica qualcosa di più preciso sul cimitero dei migranti, ma prima devo fare un’altra divagazione e parlare ancora del gruppo di persone che aspettavano da un momento all’altro la morte del personaggio famoso e di rilievo mondiale. So che ne ho già parlato, però mi è venuta in mente un’altra cosa, e cioè che il personaggio famoso e di rilievo mondiale che doveva morire da un momento all’altro in realtà continuava a non morire, e allora il gruppo di persone che stavano sulla notizia e aspettavano la sua morte non sapevano cosa fare di se stessi, nel senso che si aggiravano per i corridoi del centro commerciale parlando ai loro telefoni cellulari senza però dirsi niente, nel senso che continuavano a ripetersi a vicenda che il personaggio famoso e di rilievo mondiale era in fin di vita e poteva morire da un momento all’altro, e si mettevano d’accordo su cosa dovevano fare nel momento in cui fosse morto davvero. Tra l’altro dovrei anche chiedermi perché continuo a dire “io”, parlando in prima persona, perché in realtà in queste cose che sto scrivendo non c’è nessun “io” e nessuna prima persona, però forse lo spiegherò più avanti.

Devo dunque parlare un po’ del cimitero dei migranti, ma lo farò tra poco. Adesso voglio parlare di un altro essere umano che ho visto più volte nel centro commerciale e che, essendosi messo in testa di essere niente, andava in giro a cercare conferme di ciò che si era messo in testa. È ovvio che nel centro commerciale, in mezzo a tutte quelle luci, quei suoni e quei prodotti che continuavano a dirgli “comprami, sono fatto apposta per te!”, di conferme ne trovava poche. Così come trovava poche conferme quando faceva qualcosa, perché quando faceva qualcosa aveva l’impressione che la cosa che aveva fatto gli parlasse dicendo cose del tipo: “Vedi che non è vero che non sei niente!”. Una volta, per esempio, gli era venuto in mente di scrivere un libro, e in realtà lo aveva scritto, ed era stato perfino pubblicato e aveva ottenuto anche delle buone recensioni da parte dei cosiddetti critici letterari, cioè quelli che passano la vita a leggere libri per dire poi se sono belli o brutti. Ma lui aveva l’impressione che il libro gli parlasse dicendogli di tirarsi su di morale (“devi avere vibrazioni positive”, gli diceva), perché lui, il libro, era la dimostrazione che lui, l’autore, non era niente ma anzi era un essere umano capace ad esempio di scrivere appunto un libro. Ma lui, l’autore, non voleva appunto tirarsi su di morale, perché era convinto che non bisognava lasciar tracce di quello che si faceva prima di andare a finire nel cimitero dei migranti. E quindi si sentiva bene solo quando si rendeva conto di non lasciar tracce, di non essere niente. Si sentiva bene, ad esempio, quando ordinava un panino ripieno al bar del centro commerciale, all’ora di punta, quando si trovava in fila alla cassa insieme ad altri esseri umani dei quali lui non sapeva nulla. Oppure si sentiva bene quando passava davanti al bancone dei surgelati e non ascoltava i richiami delle minestre surgelate e dei contorni già pronti che gli dicevano: “Comprami, sono fatto apposta per te!”. A dire il vero, quei richiami erano molto forti, quasi irresistibili, e più volte era stato sul punto di comprare minestre fatte secondo l’antica ricetta o contorni mediterranei, alpini e terzomondisti. Aveva perfino pensato di mettersi dei tappi nelle orecchie, oppure di farsi legare a una specie di architrave che separa il settore dei surgelati da quello dei semifreddi, ma poi aveva pensato che, facendosi legare in quel modo, avrebbe dato l’impressione di voler lasciare una traccia, e lui non voleva lasciar tracce. E così aveva fatto grandi esercizi di respirazione e per così dire di autocontrollo, e alla fine ce l’aveva fatta, nel senso che i richiami delle minestre surgelate e dei contorni già pronti non gli dicevano più niente, e lui passava in mezzo ai banconi come uno che finalmente si era liberato di tutto. Ma il momento in cui si sentiva veramente bene era quando usciva dal centro commerciale e si trovava all’aria aperta (“perso nel grande spazio, insieme alle cose che sono e non sono”, diceva a se stesso). Allora capitava ad esempio che andasse nel bosco che si trovava dietro il centro commerciale, dove si piazzava davanti a un albero e si metteva in testa che l’albero gli dicesse cose del genere: “Tu sei un essere umano, e quindi non sei niente. E più ti agiti, più vuoi fare qualcosa, più vuoi concludere qualcosa, più sei niente. Uomo, non metterti in testa per alcun motivo di essere qualcosa, perché in quel caso è per te l’inizio di ogni tormento. Uomo, tu devi imparare da me la grande dottrina della quiete, che consiste nello scivolare insieme a questo pianeta nel vuoto dell’universo. Ma ti rendi conto che prima o poi dovrai morire? Ti rendi conto di quanto sia stupido gettar via il poco tempo che ti è dato in vane ambizioni che provocano in te solo agitazione e perturbazione del flusso sanguigno? Uomo, non farti abbagliare e fuorviare dall’illusione del movimento, perché al di là dell’illusione del movimento c’è la grande verità della quiete”.

Un bel giorno, l’uomo che si era messo in testa di essere niente non lo si vide più in giro, né nel centro commerciale né fuori all’aperto. Un altro frequentatore del centro commerciale aveva raccontato la storia secondo la quale l’uomo che si era messo in testa di essere niente era stato trovato morto sotto l’albero che gli aveva insegnato la dottrina della quiete, ma è una storia che non ha trovato conferme. È vero, però, che l’uomo che si era messo in testa di essere niente non lo si vide più in giro. Non è da escludersi, ad esempio, che sia stato risucchiato nel cimitero dei migranti, e questa ipotesi mi offre lo spunto per tenere fede alla promessa che ho fatto prima, e cioè di parlare di questo cimitero. Ma in realtà non è che possa poi parlarne, perché non l’ho mai visto, l’ho soltanto immaginato, e a dire il vero non sono nemmeno sicuro che esista davvero, perché non sono sicuro che esista davvero il cunicolo accanto al televisore a trenta pollici, e non sono sicuro di avervi visto davvero scomparire l’uomo che si gloriava di avere denaro, successo ecc.. Forse, mentre lo stavo osservando, mi ero distratto un attimo e l’uomo che si gloriava ecc., nel mio attimo di distrazione, si era allontanato dal reparto hi-fi ed era andato a vedere delle gomme per automobili che proprio in quel periodo erano in offerta a prezzi scontatissimi, e io di conseguenza l’ho perso di vista ecc.. Anche se in effetti dopo non l’ho più visto al centro commerciale. Ma questo non prova che sia stato risucchiato, così come ho già detto che non c’è nessuna prova che l’uomo che si era messo in testa di essere niente sia stato trovato morto sotto l’albero che gli aveva insegnato la dottrina della quiete. Scrivendo queste ultime parole mi viene anzi in mente che forse non è vero niente di quello che ho scritto fino ad ora, nel senso che forse sono soltanto cose che mi sono messo in mente, o che mi sono messo in mente di essermi messo in mente. Forse sono semplicemente seduto da qualche parte davanti allo schermo di un computer e batto sui tasti delle cose che mi vengono in mente, poi ogni tanto sposto lo sguardo dalla tastiera allo schermo e leggo quello che ho scritto, e mentre leggo quello che ho scritto mi vengono in mente altre cose da scrivere, in un continuo movimento senza quiete. È vero che ogni tanto sento uno strano rumore, come un risucchio, e da lontano, da molto lontano, sento dei suoni che sembrano provenire da un grande televisore. Ma sono convinto, sì, sono convinto, sì, devo essere convinto che sia solo un’allucinazione. Un miraggio, una fata morgana.

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