Gemelli

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Gemelli

(Ribalta semibuia, libri dappertutto, due piccoli televisori perennemente accesi – ma senz’audio. Le luci azzurrine provenienti dai due computer illuminano i volti e, parzialmente, i corpi di Lillo e Lalla seduti spalle contro spalle alle rispettive scrivanie. Robuste corde li tengono legati alla sedia e, saldamente, l’uno all’altra per il busto. Le mani e le gambe sono libere. Scrivono rigorosamente per sé, da anni, l’opera che li consacrerà alla fama o all’oblio)

Lillo: Io ti chiedo come va e tu mi rispondi che invecchi.

Lalla: Già.

Lillo: Eppure sei relativamente giovane, più giovane di molte donne relativamente più belle di te.

Lalla: Tipo?

Lillo: Tipo Gina Lollobrigida, di trentotto anni più vecchia di te.

Lalla: Oppure?

Lillo: Beh, che so: Sharon Stone, Monica Bellucci. Monica Bellucci è di un anno più vecchia di te.

Lalla: Tu quale di queste tre baceresti?

Lillo: Monica Bellucci.

Lalla: Dove le daresti il primo bacio?

Lillo: Sugli occhi.

Lalla: Ripeto la domanda, dove…

Lillo: Sui seni.

Lalla: Ripeto la domanda.

Lillo: Piantala.

Lalla: Ho capito: vuoi dire che nel tempo che il fascino delle attrici c’impiega a sfiorire, il mio fascino così così dura a durare, oppure che la mia relativa bellezza sfiorisce anche lei ma almeno non ne parlano i giornali, o meglio: leggere che sfioriscono queste grandi attrici mi aiuterà ad accettare che sfiorisco io, il fatto di sfiorire essendo imminente ma pur sempre successivo a…

Lillo: Siamo alle solite, non capisci. E poi si vede che non hai letto San Paolo. Volevo semplicemente dire che invecchiare è avvicinarsi alla morte.

Lalla: Ma va?

Lillo: Insomma, stai morendo sì o no?

Lalla: Sì.

Lillo: E com’è la morte?

Lalla: Uguale. (pausa)

Lillo: Ma prima, com’era prima?

Lalla: Prima quando?

Lillo: Prima che cominciasse.

Lalla: Non me lo ricordo, non ricordo nemmeno com’è capitato che dacché lo sapevo poi non l’ho saputo più. Ricordo l’aria di festa, i resti di un pasto, l’improvvisa tristezza e… (starnutisce e si soffia fragorosamente il naso)

Lillo: Salute!, hai freddo? vuoi che dica a quelli di fuori di regolare il termostato?

Lalla: E loro ti sentirebbero?… Lascia stare, tanto non durerà.

Lillo: Non durerà, cosa?…

Lalla: Il respiro.

Lillo: Già. (piega la testa e batte ripetutamente la barra spaziatrice) Ticchiticchiticchi: niente come certi rumori secchi per ricordarti l’inutilità della perfezione. Bello. Ora inserisco questo pensiero nel capitolo sulla percezione (digita velocemente sui tasti e poi chino per quel che può contempla lo schermo del computer)

Lalla: (porta le mani raccolte a guscio sulle labbra e soffia con veemenza: un molesto rumore squarcia il silenzio tra i due)

Lillo: Cos’era, un peto?

Lalla: No, un pernacchio.

Lillo: (irritato, tono da predicatore) Ecco un’ulteriore prova della tua insincerità: la verità è che tu credi di non ricordare, in realtà non l’hai mai saputo.

Lalla: Saputo cosa?

Lillo: Di prima.

Lalla: Prima quando?

Lillo: Prima che cominciasse.

Lalla: …Che cominciasse cosa?

Lillo: (esultante) Lo vedi, non lo sai!

Lalla: E tu invece?

Lillo: Sì che lo so.
(pausa)

Lalla: E com’era?

Lillo: Uguale.

(SIPARIO)

Lalla: Dormi?

Lillo: Macché, sono sveglio da un pezzo: stanotte ho visto le cose vere e non ho preso più sonno.

Lalla: E che ne sai che era notte?

Lillo: Perché le ho viste, quando le vedo so che è notte, ne ho anche scritto nel capitolo sulle sensazioni: “di notte, verso le tre, capita che si materializzino …”.

Lalla: No, aspetta, non leggere, altrimenti mi passa di mente.

Lillo: Ti passa di mente cosa?

Lalla: Il sogno, il sogno di oggi, capisci: ho sognato! Ho appena sognato, sto ancora riavendomi, vuoi che te lo racconti?

Lillo: Che noia. Come mi ammorbi tu, niente.

Lalla: Ho sognato i coniugi Baudo, Pippo e Katia. Lui indossava un completo di tweed grigio, lei era vestita da Biancaneve e…

Lillo: Da madre-di-Biancaneve, vuoi dire, è troppo in là cogli anni per fare Biancaneve e poi non ha il fisico, e poi, che ci faceva conciata così?

Lalla: Voleva cantarmi per forza lo Staba Mater di Pergolesi

Lillo: Lo vedi, che ti dicevo?, sei dentro fin sui capelli al tuo romanzo!

Lalla: E il tuo qual è?

Lillo: Lo stesso, solo che non so mai chi è.

Lalla: Chi è chi?

Lillo: La donna che dice Sfondami!

Lalla: E di’, com’è: è bella come le attrici?

Lillo: Ti dico che non lo so. Io le donne le prendo solo per le terga. Le guardo dopo, un po’ alla volta, un pezzo per volta.

Lalla: E dopo che l’hai sfondata e l’hai guardata, com’era?

Lillo: Non l’ho sfondata.

Lalla: No?

Lillo: No.

Lalla: Ma prima le sfondavi?

Lillo: Prima quando?

Lalla: Prima.

Lillo: Beh, sì.

Lalla: E com’era?

Lillo: Semplice.

Lalla: Sì, ma tu che provavi?

Lillo: Voglia di finire.

Lalla: E finiva?

Lillo: (perentorio) Finiscila.

(Le note dello Stabat Mater di Pegolesi nell’edizione Archivia Mundi si diffondono nella sala)

Lillo: (mentre la musica sfuma) È lei, la Ricciarelli?

Lalla: No che non è lei, oggi come oggi stramazzerebbe sugli acuti. Fosse stata giovane, neanche ce l’avrebbe fatta. Per questo nel sogno la prendo a calci perché non canti. E poi Biancaneve aveva solo una matrigna e quello che dici è inesatto, accidenti a me che te li racconto, i miei sogni, è che dacché ho smesso di fumare…

Lillo: Davvero?, e come hai fatto?

Lalla: Ho smesso punto e basta. Non ne potevo più di pensare al posto in cui tra vent’anni si sarebbe insediato un carcinoma.

Lillo: Quale posto…

Lalla: Il corpo.

Lillo: Quale corpo…

Lalla: Il mio.

Lillo: Che idea, magari un carcinoma è già lì e si pasce del buono che c’è.

Lalla: Diciamo che ho smesso per il triste che mi veniva a pensarci, ecco.

Lillo: Tanto vale tornare ai vecchi vizi: è che tu proprio dal triste dovresti guarire… da questo tono malinconico di fondo… sai, vi partecipo emotivamente, ma non lo accetto come tono assertivo, definitivo… è una percezione, non una descrizione delle cose…

Lalla: Ma la tristezza descrive me, è la mia tonalità.

Lillo: Sentitela, come ci fosse solo lei nell’universo… ti sei mai chiesta se oltre a te e all’accidenti di tristezza che così bene ti descrive non ci sia dell’altro? O magari semplicemente, gli altri?

Lalla: Ah già… Gli altri! Tu ne vedi?

Lillo: Al momento no (pausa), però insisto: sono veri anche mille altri toni, e tu a furia di dar di triste, hai smarrito il senso delle proporzioni e pretenderesti tu pure di rimorchiare George Clooney – vado a caso – come fa Sharon Stone…

Lalla: Di nuovo le attrici no, eh, fammi il piacere: dimmi come uscirne e io ne esco.

Lillo: Da dove?

Lalla: Dal punto in cui sono.

Lillo: Sarebbe?

Lalla: Il triste.

Lillo: Mah, praticare il distacco, innanzitutto, riguadagnare il senso delle proporzioni, e poi te l’ho detto, sono veri anche mille altri toni.

Lalla: Tipo?

Lillo: (voce impostata, molta enfasi, le mani accompagnando il dire) Guarda questa carica di bersaglieri su Uno Mattina, c’è una levità nello spiovere dell’assurdo copricapo, che produce anche così, senza pompa di fanfare o strombazzar di fiati, come una rarefazione del passo: unò duè, unò duè: il vero è la marcia, quella verità sopravanzando le penne lustre, più infauste di un mortale presagio e più bizzarre di un tonto pennuto, e quelle facce imbelli, danzanti, appiccicate sopra i corpi vieppiù vacui…

Lalla: Ma come parli?, non ti seguo; e poi le facce sono coperte dai cappelli che stanno di sbieco…

Lillo: Dico le facce di quelli che applaudono tutt’intorno, voglio dire: la tracotanza e la resa, picchi e cadute, purché nessun tono prevalga sull’altro… si tratta di imbrigliarli in una forma, dare una forma ai toni che hai dentro e che credevi perduti, anche al tono che non scommetteresti un centesimo d’averci seppellito dentro, ancora vivo ma lì… poi, snidato quel che c’è da snidare, sostanzialmente fare altro, prendere il ritmo, unò, duè, un po’ come succede ai poeti…

Lalla: A proposito: come faceva quel verso, quello che mi piace tanto?

Lillo: (sarcastico) Coc-cò dè, il verso della gallina, se non erro…

Lalla: (supplice) Eddài…

Lillo: e dirla noi vorremmo mare pane, la donna sfatta..., questo?

Lallo: No, l’altro.

Lillo: …la rosa che non colsi.

Lalla: No, l’altro.

Lillo: Beatrice costruttrice della mia beatitudine infelice.

Lalla: No, l’altro.

Lillo: …quando sei solo, Dio ti manda un cane.

Lalla: Ecco, questo, di chi è?

Lillo: È della Menicanti, e allora?

Lalla: Pensavo: e se provassimo a metterci nei panni del cane?

Lillo: Meno male che ogni tanto dici qualcosa di sensato.

Lalla: Sei Pronto?

Lillo: Pronto.

(Lunga pausa, L&L giacciono in silenzio, gli occhi chiusi, le braccia in avanti e le mani l’una contro l’altra nella posa del cane. Due grandi schermi alle loro spalle illuminati da un fascio di luce proveniente dal basso riproducono in grande per il pubblico le mani impegnate a rendere l’approssimativa silhouette)

Lalla: Allora, tu che provi?

Lillo: … Ininterrotto, se bene ascolto, è dentro di me notturno grido di cani / Mi riporta notti non trascorse che già / rimpiango…, niente da fare, mi vengono in mente solo degli altri versi, Pasolini, credo. E a te com’è andata?

Lalla: Bauuuuuuuu, voglio un padroneeeeee!!! Non c’è verso, non ne esco: voglio un padrone come prima volevo un cane, però in compenso… (prende a digitare freneticamente sulla tastiera del computer)

Lillo: T’ho dato il la?

Lalla: Ssst, taci, che mi deconcentri, ecco: (legge a voce alta) “Cara Natalia Aspesi, ho trentasei anni e…”.

Lillo: Risparmiati la fatica perché la Posta del Cuore di Natalia la curo io. Sono anni che la Aspesi mi passa il 20 per cento dei suoi compensi perché le rimpingui la posta di casi e risponda per le rime ai più audaci.

Lalla: E perché?

Lillo: Ha mollato per via del triste, proprio come te, del resto è una tardona anche lei, anzi, è la regina delle tardone.

Lalla: (sconsolata) Non sapevo fosse un regno.

Lillo: Veramente è un impero, un impero di femmine.

Lalla: E l’imperatrice chi è?

Lillo: Laura Betti.

Lalla: E che succede?

Lillo: Niente. Il loro problema è che non succede niente. Però sono in collegamento tra loro, è una specie di lobby mondiale, hanno tanto di statuto, cospicui fondi, sedi sparse per il mondo, un libro feticcio che è la Fedra di Racine e ogni anno assegnano segretamente un premio, l’Hyppolite, a qualche bellimbusto di Hollywood, che so: Jeremy Irons è stato Hyppolite per tre anni. George Clooney è il prossimo, in lizza con Nicholas Cage. In un certo senso funziona. Con i bei ragazzi funziona. Con me ha funzionato.

Lalla: Tu, ‘ragazzo’? Questa poi…

Lillo: Beh, a Natalia acclusi alla finta lettera da sfigato la foto dei miei vent’anni a Torino: torso nudo, sguardo intenso, bicipiti in resta e capelli ancora tutti in testa. Praticamente irresistibile.

Lalla: E poi?

Lillo: Beh, sto ai patti: scrivo, incasso il bonus e le riempio la posta elettronica di complimenti tipo la tua classe il tuo stile ecc., lei in compenso ha promesso di darmi una mano a pubblicare l’opera prima – sai, con le conoscenze che ha, là fuori… Poi mi stima: dice sempre che io sono l’unico essere al mondo che la capisce veramente dopo Immy Duevvì.

Lalla: Immy chi?

Lillo: Immy due velocità, il suo vibratore da borsetta.

Lalla: E pensi che in questo regno, in questo impero, anch’io, come tardona…

Lillo: Non farti illusioni, tu saresti l’ultima ruota del carro anche lì.

Lalla: (singhiozzi, dà in lacrime. Un pianto disperato)

Lillo: No, il ricatto delle lacrime no… Questi mezzucci… Ora dico a quelli di fuori…

Lalla: (melodrammatica) No, è passata (tira su col naso) non è niente, è solo che…

Lillo: Dimmi almeno come finisce, magari aiuta.

Lalla: Finisce cosa?

Lillo: Il sogno.

Lalla: Te l’ho detto, c’è questa specie di ricevimento, no, di pranzo, Pippo e Katia arrivano, prendono posto, tanti invitati, e mentre io vado presentando a tutti Pippo come il mio vero padre e do dei calci a Katia perché non canti… a questo punto mi manca un po’ il fiato e beh sì, non so come, mi ritrovo da sola a un capo della tavola costellata di briciole e avanzi, accanto a quel vecchio che guarda cupido e fitto e mi mette, giuro, un magone, e sì che dev’esser qualcuno d’importante, padre anche lui, padre del vero o del finto non saprei, certo un che di famigliare nel piglio o nella posa, e come una soggezione di cose note eppure interdette che aleggiano imprecise, e il salirsene del cuore alle tempie, come in corsa da fermo verso dove, l’umido della lingua sul collo e Dio che schifo …

Lillo: Che ti fa schifo raccontala a un altro. Non la bevo. D’altronde sei lì col mammasantissima che ti slingueggia sul collo e lì resti, mi pare, e magari sotto sotto, come tutte: ci marci.

Lalla: Ma capisci: ho solo otto anni!

Lillo: E che succede, se hai otto anni, di diverso dal solito?

Lalla: Succede che a uno gli pianti i rebbi di una forchetta nel petto, per esempio.

Lillo: Però, forzuta, la bimba… Non mi pare un dramma, in ogni caso. Anch’io nei sogni, che credi…

Lalla: Quello della donna che non sfondi?

Lillo: Veramente da quello mi devo ancora svegliare.

Lalla: E quando poi ti svegli?

Lillo: La sfondo, si capisce.

Lalla: E come finisce?

Lillo: Così.

(SIPARIO)

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