Robert Walser e Robert Maechler, due fratelli diseguali nello spirito

Walser Schneider

Tra gli studiosi che si sono occupati di Robert Walser, ce n’è uno che si distingue in modo inconfondibile da tutti gli altri; se lo si guarda però da vicino emergono – pur nella diversità– strane e sconcertanti affinità con l’autore. Si tratta dello svizzero Robert Mächler, nato trenta anni dopo Walser, nella piccola città di Baden, che non ha mai incontrato Walser personalmente. Prima di tutto c’è da dire che a rigore non è neanche uno studioso vero e proprio, ma un “giornalista di provincia“, come definiva se stesso, che però aveva per la testa un grandioso piano per migliorare l’umanità, inducendola a ragionare, cioè a usare la ragione (nel senso di Vernunft), invece di farsi abbindolare dalle varie religioni o ideologie. Quindi vediamo da un lato una rara modestia, e dall’altro una notevole megalomania.

In modo del tutto casuale Mächler è diventato il primo biografo di Walser. Quando Carl Seelig, amico e tutore di Walser, che aveva cominciato a tratteggiarne la vita, nel 1962 era morto in un incidente, Elio Fröhlich, il direttore della Carl-Seelig-Stiftung, aveva affidato il progetto al suo amico d’infanzia Mächler che fino a quel momento aveva pubblicato soltanto qualche articoletto su Walser. Invece di continuare la biografia al punto dove Seelig l’aveva lasciata, anche se

era già arrivato fino alla fine del periodo berlinese, Mächler decise di ricominciare a scriverla da capo, usando però tutto il materiale raccolto dal suo precedessore. Sapeva che il suo stile si distingueva troppo da quello di Seelig, e inoltre aveva in mente una biografia esclusivamente “documentaria“. Ed è straordinario come riesca ad astenersi dalle interpretazioni, riferendo soltanto quello che è venuto a sapere dai documenti e prendendo sempre cum grano salis quello che Walser dice di sé attraverso i suoi personaggi. Con un’unica eccezione: la malattia mentale di Walser o, detto in altro modo, il suo ritiro dal mondo. E non a caso: poiché Mächler era stato anche lui ricoverato in un manicomio, per una finta pazzia che man mano si era trasformata in una vera malattia mentale. Comunque sia, tutt’oggi chi vuole informarsi sulla vita di Walser consulta per prima cosa la biografia di Mächler.

Il ricovero in manicomio quindi è un fatto che ricorre in ognuna delle due vite, in modo simile e nello stesso tempo diverso: simile perché ognuno dei due si lasciò ricoverare senza essere un vero malato di mente; la storia di Walser ci è nota e sappiamo che lui ha passato gli ultimi venti anni della sua vita nel manicomio di Herisau, mentre Mächler è stato ricoverato in una casa per malati mentali in gioventù (precisamente nel 1928, quando aveva 19 anni, alla Maison de Santé di Malévoz) come racconta lui stesso: “Per evadere dalla scuola e da altre costrizioni simulavo la pazzia per diventare poi veramente pazzo. Credevo che dio mi avesse giudicato per questa simulazione e che Gesù mi avesse chiamato a fare penitenza…“ Durante quel soggiorno nella Maison de Santé, sul quale ha riferito più tardi in un libro con il titolo L’anno del giudizio (Das Jahr des Gerichts), gli è nata l’idea di una gigantesca tetralogia filosofico – poetica che doveva portare questi titoli: Yoga e umanità (Yoga und Menschlichkeit); Come tacque Zarathustra (Wie Zarathustra zum Schweigen kam); Il sogno di Brahma (Brahmas Traum); Efemeridi (Ephemeriden). L’idea di dover salvare l’umanità che gli era saltata in testa quell’anno, non l’ha più abbandonata. Mentre durante l’anno di follia era convinto di dover morire per l’umanità, dopo, una volta rinsavito, ha pensato di dover far ragionare l’umanità sviluppando una teoria apposita, applicando la quale si sarebbero potute evitare le guerre e le discordie che tormentano da sempre il genere umano. Anche se simili pensieri occupavano la sua testa non è mai stato sfiorato da desideri di potere, come quello di mettersi alla guida di un movimento, anzi conduceva una vita tranquilla e nascosta, guadagnandosi da vivere come giornalista, scrivendo un po’ su tutto quello che gli veniva richiesto dalle redazioni. Quando sentiva che la testa gli ricominciava a bollire si metteva a lavorare all’aria aperta come bracciante o giardiniere, e così si calmava. Walser in qualche modo ha fatto il contrario, ha resistito tanti anni nel mondo e poi si è cammuffato con la pazzia vivendo appartato, sottomesso alle dure regole della struttura del manicomio cantonale.

In più, le due vite si sono svolte in estrema povertà, al limite del sopportabile, e in modo quasi ascetico, a parte la propensione per l’alcol che era comune a tutti e due. E i due uomini mostravano al secolo una grande modestia mentre fantasticavano – ognuno a modo suo – cose straordinarie. Forse abbiamo a che fare con due narcisi, come sembra risulti da una difesa del narcisismo che leggiamo in uno degli articoli di Mächler, di cui parleremo ancora.

Per questi motivi è particolarmente illuminante il modo in cui Mächler si accosta alle opere di Walser. La biografia infatti non è l’unico suo contributo allo studio dell’autore. Ha curato il settimo volume dell’edizione delle opere fatta da Jochen Greven, Gedichte und Dramolette (cioè le poesie e i brevi drammi) nonché il volume delle lettere; tutto questo senza essere un filologo, senza aver mai fatto un altro lavoro di questo genere. Inoltre ha scritto una sessantina di articoli su vari quotidiani piccoli e grandi, che riguardano le opere e – direi proprio – lo spirito di Walser.

Werner Morlang, insieme a Bernhard Echte il decifratore dei Microgrammi walseriani, ha riunito in un volumetto una ventina di questi brevi testi; nella prefazione Morlang racconta la vita di Mächler e cerca di spiegare i punti di contatto tra i due singolari personaggi. Il titolo del libro è: Robert Walser – der Unenträtselte, parola difficile da rendere in italiano, che più o meno vuol dire: R.W. – quello che non è stato decifrato (considerando però che Rätsel vuol dire enigma). La parola è una invenzione di Mächler.Quello che si nota per primo nell’atteggiamento di Mächler è un grandissimo rispetto, che non è né devozione né cieca ammirazione, al contrario troviamo nel libro in questione anche un capitolo che parla delle poesie, e un articolo tratta di “ una poesia debole“, cioè meno riuscita. Malgrado questo giudizio Mächler non parla mai con sufficienza o dall’alto in basso. Benché non rinneghi per niente la propria personalità e i propri particolarissimi interessi, cioè lo studio delle religioni e delle ideologie e la critica dei danni che producono, e guardi anche Walser sotto questi aspetti, le sue prese di posizione o punti di vista non diventano mai fastidiosi, anzi restano intelligentemente garbati, guidati dalla sua finezza d’animo. Poi si scopre l’acribia di Mächler, la precisione e la concretezza con cui riesce a comunicarci perfino le argomentazioni più difficili in un modo inconsueto, ma molto naturale, come se non parlasse di letteratura ma di un argomento qualsiasi che gli sta a cuore, e unito a questo modo si percepisce un sentimento fraterno per il suo

tema. E la scelta proposta da Morlang del resto è animata da uno spirito affine.

E così nell’articolo che apre il libro, Mächler parla con delicatezza, ma anche con fermezza del dubbio più profondo, il rovello di Walser, dicendo: “Poesia e arte erano le due cose che Robert Walser, l’artista della parola, teneva in maggior conto tra tutte le attività umane, ma allo stesso tempo le ha anche messe più in dubbio di tutto il resto.“ Poi Mächler continua con una citazione dell’autore stesso: “Uno che parla continuamente del vivere e dell’amare disturba se stesso nel vivere e nell’amare. Ciò che non viene detto, ha la vita più forte, perché ogni dire ed ogni accennare toglie qualcosa all’oggetto, lo intacca, e così lo diminuisce“ – così Walser in una lettera all’amica Frieda Mermet. L’altra faccia del problema è la lotta esteriore per avere un posto sulla scena letteraria, e Walser in quel campo a un certo punto ha rinunciato, preso, come dice, da una indicibile stanchezza e consapevole del fatto che “la cultura non è altro che la vanità stessa, e deve esserlo, e chi rinuncia del tutto alla vanità è perduto o abbandona se stesso“. A questo punto Mächler ci fa notare la tenace energia e la singolarità con cui Walser malgrado il suo dubbio ha partecipato per parecchio tempo al concorso indetto dalla scena letteraria. Era però un partecipante clownesco che non si staccava mai dalla propria parte, non arrivando a compromessi che del resto con questa parte non sarebbero andati d’accordo. Alla fine Mächler ci ricorda quella strana frase che Walser una volta avrebbe detto a Seelig: “Non è forse a modo suo un assassino lo scrittore di successo?“.

Prima di arrivare a questi pensieri finali Mächler nomina – e non a caso – tre brevi testi di Walser: La strana città, Fantasticare e Sognare. Anche se l’ultima frase di Fantasticare dice: “Capisco bene che sto vaneggiando“ e alla fine de La strana città tutto viene lavato via dalla pioggia, quello che Walser descrive sono immagini di una società utopica dove gli esseri umani convivono in una gentilissima pace, dove non ci sono né liti né disprezzi né povertà: tutto ciò non accade grazie a un ambiente paradisiaco, ma grazie al comportamento degli uomini stessi. Mächler naturalmente è attirato da questi quadretti idilliaci perché evocano un mondo che è anche la meta della sua dottrina. Si arrende allo scherzo walseriano e non crede che la letteratura possa migliorare il mondo, ma che abbia una vita a sé; all’opposto della affermazione di Hermann Hesse (citata da Mächler):“Il mondo migliorerebbe se Walser avesse centomila lettori“.

A parte questo filo rosso che si ritrova in molti degli scritti del libro, Mächler si occupa anche, come già accennato, del tema del narcisismo e di quello della pazzia. Del narcisismo dà una spiegazione del tutto positiva, in polemica con lo psicanalista Urs Herzog; e probabilmente parlando anche pro domo sua, fa a questo punto apparire un altro personaggio, che chiama “un fratello diseguale nello spirito“ di Walser, un uomo con una forte aspirazione utopica come Mächler stesso e di uno spiccato narcisismo: si chiama Henri Frédéric Amiel, professore di filosofia che insegnava all’università di Ginevra “con scarso successo“ e

che ha redatto un Journal intime di quasi 17.000 pagine, dal 1847 al 1881. Mächler ci presenta punto per punto le affinità e le poche differenze tra i due strani uomini, e leggendolo viene quasi spontaneo includere anche lui nel paragone, almeno in alcuni punti. Sia Amiel che Walser esplorano il proprio io ed entrambi riconoscono i contrasti dentro il proprio essere e il proprio pensiero; e come Mächler non dimenticano per questo il mondo esteriore. Quello che caratterizza tutti e tre è la tendenza a tenere tutto segreto: Amiel non svela i suoi pensieri nelle sue lezioni universitarie, ma li affida alle pagine del suo diario che tiene nascosto per tutta la vita. Walser è un vero artista della dissimulazione, che gioca su vari piani: nasconde e traveste se stesso negli infiniti personaggi che man mano crea; e se pensiamo ai Microgrammi , si inventa una calligrafia molto difficile da decifrare, che comunque nasconde invece di mostrare quello che scrive. E negli ultimi vent’anni di vita si può dire che nasconda se stesso forse anche da sé. Mächler fa una vita del tutto oscura, e non fa arrivare alle masse la sua grandiosa dottrina di far ragionare l’umanità, che vive più che altro nella sua testa, e sono rare le volte che si presenta in pubblico. Uguale a Walser

ed Amiel anche Mächler è uno spirito propenso alle creazioni fantastiche dell’utopia. Ciò che Mächler dice in modo divertito del campo erotico dove Walser e Amiel sembrano avere le stesse titubanze e scrupolosità, restando scapoli per tutta la vita, vale ugualmente per lui; anzi lui in questo somiglia di più a Amiel perché tutti e due avevano frequentazioni affettuose con donne colte (a parte la storia con Philine che Amiel racconta nel diario), mentre Walser frequentava la stiratrice Frieda Mermet. Ma i tre uomini

hanno vissuto in solitudine, pur essendo attratti dagli esseri femminili e affascinati dall’amore per loro.

Walser ha giocato specialmente nelle poesie con il tema dell’amore e dell’essere senza amore. Nel capitolo sulle poesie Mächler ne parla. Mentre sembra che tutta la sofferenza di Walser sia cominciata nell’adolescenza quando non si sentiva abbastanza amato da sua madre – il suo primo testo, scritto nel dialetto di Biel, lo testimonia – dopo si mette a giocare anche con questo fatto o sentimento, diventando spavaldo ed elogiando il fatto di vivere senza amore.

Il capitolo sulle poesie – si parla sempre della raccolta di Morlang – è particolarmente ricco ed anche cronologicamente interessante perché vi troviamo – tra gli altri – il primo articolo di Mächler su Walser (del 1959) in cui presenta una raccolta di poesie “sconosciute“, edite da Carl Seelig, oltre a un breve commento su una delle prime poesie del ventenne poeta; un commento su dei versi pubblicati nel primo volume di Mikrogramme e poi le considerazioni su una“poesia debole“, cioè poeticamente non ben riuscita. Parlando di queste creazioni aeree o zoppicanti o finte zoppicanti Mächler lascia da parte il suo lato di riformatore del mondo (Weltverbesserer), e così sentiamo la voce del conoscitore di poesia, che da un lato inserisce Walser nel contesto contemporaneo, dall’altro però ve lo sottrae, affermando che non ha niente in comune con i grandi lirici contemporanei di lingua tedesca come Hofmannsthal, George, Rilke ecc. Al contrario, gli sembra che Walser ce la metta tutta per distinguersi da loro, poetando sulle cose più banali che gli vengono in mente; procedendo così però descrive anche la sua propria situazione. Lo sguardo sulle singole poesie è il più attento possibile, ce le legge con affetto e grande conoscenza, ma non le analizza né le interpreta nel modo comunemente in uso. Ce le avvicina come sotto una lente di ingrandimento. E ci apre un’altra volta una finestra sullo spirito di quest’uomo così enigmatico che riesce a scherzare anche – e meglio – sulle cose che lo addolorano di più. E Mächler insiste sulla parola lunga e composta che usa Walser per risolvere tutto dopo le critiche a se stesso e il controllo di se stesso: il Sichselbstwillkommensein, cioè essere benvenuti a se stessi, che scritto così tutto attaccato in tedesco è un mostro di parola che fa ridere.

E questo mostro si trova appunto in una delle ultime poesie di Walser – dal titolo Armonia – scritta nel 1930 quando era già da un anno ricoverato nel manicomio di Waldau, “per gravi stati d‘angoscia“. Come molti studiosi, anche Mächler si è posto la domanda: perché Walser negli ultimi ventitré anni della sua vita non ha più scritto niente, pur non essendo un malato mentale? Elabora “varie supposizioni“, come dice nel suo linguaggio cauto. Ricorda Hölderlin e ricorda Clemens Brentano, che si sono ritirati dal mondo in seguito a una grande crisi, ma che dopo non hanno proprio taciuto per sempre; e del resto Walser era attirato da queste figure a cui ha dedicato vari scritti. Walser ogni tanto metteva in dubbio tutto quello che aveva scritto e parlava della “vanità“ della cultura, come se si trovasse davanti a un abisso, che però non è più l’abisso del funambolo che si trova nei Temi di Fritz Kocher dove il funambolo o il clown con la sua bravura acrobatica può salvarsi, ma un abisso da cui si sarebbe potuto salvare soltanto tacendo e vivendo sottoposto a severe regole; in un mondo opposto alla bella vita vagabonda che Walser aveva raccontato ed esaltato infinite volte nei suoi piccoli pezzi di prosa. E Mächler la sapeva lunga su queste severe regole perché se le era imposte per tutta la vita.