Lettere d’amore a me stesso

di in: De libris
Aliprandini Lettere

 

XVIII movimento

Oggi di nuovo sentirei l’esigenza di raccontare un po’ di Jessica. Forse per togliermi di dosso l’amara presenza di Chiara Longoni, Chiara di nome, Longoni di cognome, che uscito dall’ufficio ho visto passare in bicicletta direzione casa di Ris.

Vorrei però, per la prima volta, utilizzare un nuovo linguaggio. Un lessico e una sintassi più vicini ai miei movimenti profondi. Nel senso che ultimamente mi sono accorto che anche la lingua presuppone una scelta.

Riflettendo sulle mie scelte linguistiche mi era quasi venuta la voglia di rileggere questa prima stesura del mio diario, ma subito mi sono ricordato di quello che mi aveva detto il consulente del lavoro. Mi sono ricordato che scrivere deve riuscire a mettermi in contatto con la parte più profonda di me. Deve riportare a galla il mio vissuto, cioè quello che si è sedimentato nel mio intestino o per cambiare metafora: questo mio diario dovrebbe scrostare definitivamente e inderogabilmente le mie arterie cerebrali dal colesterolo di anni. Anche se non so se le arterie cerebrali abbiano o no il colesterolo.

Va beh, stavo scrivendo che ho visto passare Chiara Longoni in bicicletta direzione casa di Ris e, dopo una giornata in ufficio a lavorare in ufficio, sentivo ogni parte di me come se fosse irrigidita. Ogni mio movimento si era appesantito come se qualcuno, sul serio, mi avesse ingessato, proprio mentre ero in ufficio a lavorare in ufficio.

Con questa sensazione stavo andando al solito bar, dove incontro i soliti amici che dicono le solite cose e che usano il solito linguaggio.

Il linguaggio e la lingua. DIE SPRACHE.

Camminando tutto ingessato mi chiedevo poi che differenza ci fosse tra linguaggio e lingua, ma ancora di più pensavo alla lingua scritta. In particolare pensavo alla mia lingua scritta, cioè a come questo Progetto Pilota mi avesse confrontato con la difficoltà di mettere nero su bianco quello che vivo, senza tradirlo.

Allora, sempre con la storia di Chiara Longoni in testa, mi sono fermato, ho fatto dietrofront e mi sono incamminato verso casa. Mi sentivo per l’appunto tutto ingessato e quindi avevo il terrore che anche la mia lingua scritta, il mio diario, la parte più intima di me, fosse venuta fuori ingessata. Come riprova avevo il fatto che generalmente non riesco a scrivere il vero nome delle cose e non riesco a riportare sui fogli particolari di sesso.

Mi pareva, sempre camminando per strada, che il mio rapporto con il sesso scritto fosse del tutto insufficiente e che questa insufficienza nascondesse una certa insufficienza anche con il sesso reale. Così ho deciso di entrare un po’ nei particolari della mia vita sessuale.

In pratica non avevo voglia di parlare delle mie scuole medie, ma volevo parlare di sesso. Volevo cercare di chiamare le cose con il loro nome, quindi avevo voglia di liberarmi almeno da un tabù linguistico. Una volta davanti al computer però mi sono scontrato con un muro resistentissimo. Non sono riuscito a superare il mio linguaggio ingessato.

Per esempio non sono riuscito a scrivere FICA.

Un intero sciame di locuste faceva un baccano indescrivibile. Per loro era meglio se scrivevo della trama n. 1, di Ebru, di cervelli spappolati e di crani aperti con un nuovo modello di apriscatole. Tutto era meglio che scrivere quel sostantivo femminile concreto.

Io però avevo voglia di far vedere agli insetti saltatori, di vaga rimembranza biblica, che per me scrivere scarpa o scrivere fica era la stessa identica cosa. Volevo essere sicuro che né io, né il mio diario alla ricerca di risorsecompetenzeequalifiche eravamo ingessati.

Intanto erano sopraggiunti, a dare manforte alle locuste, due mammiferi della famiglia degli ippopotamidi, erbivori dalle abitudini acquatiche, che con i loro sbadigli sdentati mi trapanavano i timpani.

Questa volta non volevo e non potevo mollare.

Così ho preso un Tavor e mi sono messo a scrivere le parole più crude che conoscevo. E più le scrivevo più mi sentivo diverso, anzi più le scrivevo più mi pareva di riacquistare tutta la flessibilità del mio corpo.

In breve tempo ho riempito una pagina intera con il ben noto sostantivo femminile e, una volta presa la mano, il mio linguaggio scorreva più vivo. Mi sembrava un torrente che sgorgava dall’ipotalamo, dall’angolo più primitivo del mio cervello. Un torrente che mi inondava di un sentimento d’agitazione. Mi sono lasciato completamente andare e ho scritto su un foglietto un centinaio di pensierini sull’argomento.

Avrei potuto continuare a scrivere per ore ma, dopo un po’ ho voluto fare un salto di qualità. Mi sentivo già pronto per contestualizzare il mio italiano non più standard e di confine ma insaporito da dialettismi carichi di sapore e di tradizione. Nello stesso tempo però non ero ancora del tutto pronto a contestualizzarlo sul piano personale. Dovevo trovare un modo per difendermi dai giudizi di tutti i miei avi, quindi, per mitigare l’impatto, mi sono nuovamente camuffato nelle mie trame di giallo e ho avuto la brillantissima idea di confondere la linearità dei loro tempi verbali, in pratica di scriverle retrospettivamente al passato.

TRAMA DI GIALLO N.1

Lo psicopatico svizzero era oramai diventato una star. In quasi tutto il mondo conosciuto, fin dentro le zone più sperdute della Val d’Ultimo-Ultental o della Val Passiria-Passeiertal, si era diffuso, grazie a internet, il suo senso estetico dell’omicidio. Dopo il grande successo dei due filmati antropofagi, il nostro svizzero, era poi, passato ad una visione più artistica della sua vocazione. In principio si era ispirato ai cuochi giapponesi tagliuzzando le sue vittime, mantenendole in tal modo fresche e genuine per la voracità del suo pubblico. Era stato però un lavoro troppo lungo e delicato, quindi, sempre accogliendo i suggerimenti della buona letteratura e della buona cinematografia, aveva deciso di comporre la scena dell’omicidio ricalcando quadri famosi. A dire il vero la sua prima intenzione era stata quella di rifarsi alla cultura più nazional-popolare dei fumetti. L’idea però era già stata sfruttata da un comico diventato giallista di enorme successo. Per necessità era quindi passato alla rappresentazione di quadri d’autore, utilizzando in tre occasioni, il nudo rosso di Modigliani. Il primo piano obliquo del corpo femminile gli riusciva benissimo, come gli riusciva l’effetto cromatico dell’azzurro e del rosso quasi giallognolo. Alcune difficoltà aveva ancora nel posizionamento della immancabile carota, diventata ormai il suo più prezioso sigillo. Molti psicologi, sgomenti dal susseguirsi degli omicidi, avevano azzardato l’ipotesi che l’assassino seriale avesse scelto questa tela non tanto per il primo piano degli organi femminili, ma per il suo autore. Modigliani, infatti, era di padre toscano e di madre francese e quindi ricalcava benissimo la complessa situazione di molti sudtirolesi di famiglia mistilingue. Situazione non ancora contemplata dalle ferree leggi provinciali sul Censimento e sulla Proporzionale (… continua).

Anche se è molto tardi e domani devo andare in ufficio, ho ancora voglia di sentirmi cattivo, ho ancora voglia di ributtarmi subito nella trama n.1 del mio giallo che nella sua crudezza stupisce e disorienta anche me.

Tutti questi fatti di sangue rendono il suo intreccio veramente simile a quello dei telefilm che mia madre guarda ogni sera. Certo la mia storia è più esplicita, in qualche modo meno schermata e per questo, oltre che cattivo, mi sento finalmente sincero. Devo però approfondire, a tutto tondo, il personaggio sfaccettato e poliedrico della giovane Ebru. Mi tuffo quindi nella sua infanzia migrante, carica di violenza e di sopraffazione.

TRAMA DI GIALLO N.1

Ebru, dopo che le erano stati ammazzati tutti i fratelli, era scappata dalla Turchia. Con una di quelle navi stracolme, che si vedono ogni giorno nei telegiornali, era arrivata nel cuore del mondo produttivo, nel cuore della libera concorrenza e del mercato. Naturalmente in principio si era aspettata che da qualche parte ci sarebbe stato anche un posticino per lei e per le sue risorsecompetenzeequalifiche. Si era sbagliata. Quindi, solo un paio di giorni dopo essere arrivata ad Amburgo, era stata costretta, da un lontano parente, a guadagnare soldi assecondando una variegata clientela maschile. Lavorava all’aperto, per strada e visto che con gli uomini ormai ci sapeva fare, ne accalappiava parecchi e li portava in una zona fuori mano, nella periferia della città. Lei sapeva essere veramente convincente, dolce e accogliente come una caramella, ma un bel giorno, in quella periferia grigia dove anche tutte le macchine che si fermavano le parevano grigie, ecco, proprio in tutto il grigio che uno si può immaginare, a lei, a Ebru, quel giorno, le erano tornati in mente i colori della sua piccola città turca. Le era tornata in mente la santa donna di sua madre che da sola aveva tirato su una famiglia. Allora si era sentita furente e il suo furore l’aveva fatta sprofondare in una fitta nebbia omicida. Era come una scossa. Una scossa che la riempiva di rabbia che in qualche modo doveva sfogare (… continua).

XIX movimento

Quando uno inizia a pensare alla sua vita, non riesce più a smettere. È come una droga. Inizi quasi per scherzo e le bestie dentro ti dicono che sei un lavativo capace solo di perdere tempo. Dopo un po’ però ti accorgi che non è per niente uno scherzo. Allora inizi a pensarci su tanto. Anzi, col passare dei giorni, inizi a pensarci anche la notte. Magari sogni Peter Falk per la prima volta seduto in poltrona,

senza impermeabile addosso, che ti fa una domanda dietro l’altra:

– Bob ma perché quel giorno eri salito sull’albero e non volevi più scendere?

– Bob ma la Turchia è un paese extracomunitario?

– Bob ma come mai l’uomo trovato morto nella periferia di Amburgo si chiamava Gerd e aveva una sorella che si chiamava Traudel?

Così anche le bestie, chiuse nel pozzo profondo profondo a doppia mandata, iniziano a non dire più che sei un povero perdigiorno e che devi andare in ufficio a lavorare in ufficio. Anche loro si mostrano sinceramente incuriosite dalle valanghe di ricordi e sensazioni che escono, come una specie di gustoso decotto, dalle anse del tuo intestino.

È un meccanismo irreversibile, tipo quando da bambino iniziavi a far rotolare una palla di neve che alla fine diventava così grande che eri costretto a chiamare qualcuno ad aiutarti.

La storia di Jessica, ad esempio, potrebbe sembrare un particolare millimetrico nella mia vita. Una cosa da niente. Invece nei giorni scorsi, sempre tenendo presenti le mie risorsecompetenzeequalifiche, ho capito che sono i particolari millimetrici ad avere risonanze inaspettate. Particolari millimetrici che proprio perché millimetrici continuano ad agire dentro di noi totalmente inosservati. Un po’ come mi immagino succeda con le cellule cancerogene.

Per ritornare alla mie risorse, mi pare di avere capito che dopo quella prima e unica volta in garage, i successivi e categorici rifiuti di Jessica mi abbiano in un certo senso distaccato dalla parte inferiore del corpo.

La parte inferiore del corpo è sempre stata per me come una terra inesplorata e lontana.

Nella mia casa-isola non si parlava mai di certi argomenti, anche linguisticamente erano improponibili. Al massimo, se proprio si doveva, si usavano vezzeggiativi o diminutivi che in pratica volevano rendere le parti inferiori del tutto inoffensive.

La lingua o il linguaggio hanno un peso rilevante. Molto di più di quello che si pensa.

Così tra pisellini e piselline, tra uccellini e topoline la prima volta che ti ritrovi a tu per tu con la tua parte inferiore, la guardi e ti accorgi che ti è del tutto estranea. Lei si è distanziata da te perché non sopportava di essere circoscritta in un mondo di cartoni animati. Se poi nel tuo percorso verso le parti inferiori trovi i rifiuti categorici di una Jessica qualsiasi allora la distanza si fa ancora più grande.

Insomma tutto questo lunghissimo preambolo, che mi è costato una fatica incredibile, per dire che non è stata colpa mia se il mio pisellino la prima volta che avrebbe potuto mordere non si è comportato da uomo, nel senso più duro del termine.

Lui è rimasto distante e non c’è stato proprio niente da fare.

Questo ricordo mi crea un certo imbarazzo e ritorna a farmi desiderare di essere cattivo. Perché i cattivi non hanno paure, loro parlano un gergo, un dialetto compatto e odoroso, un dialetto che io non potrò mai avere.

I veri uomini tutti di un pezzo sanno accendere con gli occhi la sana fantasia animale, che a me, alle mie bestie e forse anche al tenentecolombo, riesce solo a farci sentire a disagio.

TRAMA DI GIALLO N.1

Il tenentecolombo si sentiva a disagio. Era, infatti, allibito dalla complessità della storia di cui, suo malgrado, era diventato uno dei protagonisti principali e sempre più spesso, nelle notti fredde di Bolzano-Bozen, in quelle notti dove non rimane aperto nemmeno un locale, dove non ci sono punti di riferimento se non due o tre turisti ubriachi, in una di quelle notti infinite, lui, il tenentecolombo, abituato ai suoi semplici assassini, ai loro semplici delitti plausibili, ecco lui, nella fredda notte altoatesina o sudtirolese, che dir si voglia, sognava di essere nella sua Los Angeles, nelle sue strade stracolme di gente che ormai non faceva nemmeno più caso al colore della pelle o al taglio degli occhi. Sognava, il tenentecolombo, in quelle notti ghiacciate, di potersene tornare a casa e, nel periodare complesso e articolato tipico del ricordo, malediva di essere capitato in una piccola cittadina alpina dove ogni cosa sembrava difficile, dove bisognava stare attenti anche agli aggettivi che si utilizzavano, dove anche i nomi delle piazze e dei paesi erano questioni insormontabili. Posti del genere, lui, il tenentecolombo, in anni di sudata carriera, non li aveva mai visti e ormai, addentrandosi nelle indagini, aveva capito che anche il semplice desiderio di mollare tutto e di andarsene, in Alto Adige-Südtirol, poteva accendere dispute, studi e convegni. Immerso quindi nei suoi solitari pensieri, nelle sue segrete nostalgie, temeva che quella terra contesa, quel confine sospeso, quella provincia autonoma e tutti gli altri appellativi barocchi e postmoderni con cui l’Alto Adige o Sudtirolo o Südtirol veniva chiamato, sarebbe diventata, anche per lui, figlio di emigranti italiani, una prigione infinita e dorata (… continua)

XX movimento

Essere cattivi non è solo una questione di audience, essere cattivi probabilmente è una questione di testosterone. Da quando lavoro al mio Progetto Pilota, infatti, mi capita di sentirmi diverso. Questa diversità delle volte mi spaventa e allora mi chiedo dove andremo a finire io e il mio diario oceanico. Mi chiedo perché prima sentivo la stessa sensazione di adeguatezza solo con le mie lettere d’amore, cioè i miei inizi di lettere d’amore che adesso però mi sembrano roba dell’asilo infantile.

Forse, dico forse, bisogna per forza essere cattivi per essere competitivi nel grande mercato. Nel senso che da quando guardo la gente con lo stesso sguardo minaccioso del mio psicopatico svizzero o di Ebru mi pare di aver guadagnato dell’audience.

Non c’è niente da fare in un posto dove appena uno nasce ha miliardi di possibili concorrenti, vince solo chi riesce a mordere gli altri.

Quindi è una questione di conservazione della specie se quando scrivo cattivo aumenta il testosterone nel mio corpo e mi sento più forte. E quando mi sento proprio forte e cattivo non vorrei più smettere di sentirmi forte e cattivo. Allora continuo a scrivere anche tutta la notte e non mi importa se la trama non è condivisibile da un lettore ipotetico.

L’importante è il testosterone!

Ultimamente lo sento spesso. Mi sveglio la mattina e il mio testosterone mi urla addosso di alzarmi e di mandare subito tutti a quel paese. Vado in ufficio e anche lì sento il testosterone. Poi esco dall’ufficio e il testosterone è ancora lì a guardarmi dritto negli occhi. Anche il mio variegato bestiario in questo periodo mi sembra proprio del tutto scomparso. Il testosterone ha spaventato sul serio tutte le mie bestie. Certo di tanto in tanto le sento. Sento che mi mettono in guardia.

– Bob, Bob stai attento al testosterone. Bob stai attento a questo benedetto Progetto Pilota! Bob hai visto cosa riesce a farti scrivere, Bob?

Io le sto ad ascoltare perché adesso hanno una voce quasi educata. Hanno la voce di un gruppo di nonni e questo mi fa capire che adesso sono molto più forte di loro.

– Bob, Bob ma vedi che cose sporche che scrivi. Ma lo sai Bob che la polizia ti potrebbe convocare per tutte quelle cose sporche che scrivi. Bob, Bob ma lo sai che gli psicologi della polizia potrebbero anche pensare che tu sei proprio così come scrivi.

A questo punto il mio testosterone è al massimo.

Sono così contento e non so nemmeno io perché. Tutto il mio testosterone mi dà quasi alla testa, allora da quanto sono contento, rispondo che a me non me ne frega proprio niente di tutti gli psicologi della polizia, che a me non me ne frega più niente della convivenza civile, della libera concorrenza e delle mie pallide lettere d’amore!

Anzi proprio per dissacrare anche questo remoto angolo di poesia dentro di me, l’altro ieri, ho preso le ultime lettere che avevo scritto su un taccuino in ufficio e le ho buttate dritte dritte nel cesso. Poi ho tirato lo sciacquone e, per far sbollire tutto il furore che mi turbinava addosso, mi sono messo a guardare i film della televisione.

È come un circolo vizioso.

Un circolo vizioso perché anche se senti dentro di te la voglia di scrivere i tuoi inizi di lettere d’amore, per essere socialmente stimato e riconosciuto ti devi liberare da ogni minimo appiglio. A un certo punto bisogna decidere da che parte si vuol stare. Almeno questo mi è chiaro. Almeno questo ho capito grazie al mio Progetto Pilota.

Certo mi piacerebbe parlarne con il mio consulente del lavoro. Parlargliene prima di essere sommerso dalle mie trame di gialli, prima che io vada in giro come un pescecane rognoso.

Chissà cosa mi direbbe il mio buon consulente?

Magari mi direbbe che per riposizionarsi positivamente nel mondo del lavoro bisogna sfruttare al massimo il sano spirito di competizione che è dentro di noi.

Oppure mi direbbe che con i miei inizi di lettere d’amore non avrei mai incontrato il gusto del pubblico e che per una questione di praticità è meglio prediligere e rafforzare le nostre risorse socialmente spendibili.

Chissà se è questo che gli esperti bavaresi vogliono da noi che andiamo tutti i giorni in ufficio a lavorare in ufficio?

E se è questo che vogliono, se vogliono farci diventare rettili acquatici dal corpo lucertoliforme, comunemente chiamati coccodrilli, capaci di sbranare e disossare ogni concorrente, ecco, se è questo che vogliono mi sento proprio sulla strada giusta, mi sento già quasi uno di loro.

Mi sento come se Ebru fosse dentro di me e non fosse lei ma io a spappolare i cervelli di tutta la gente che osa ostacolare la mia strada, la mia autostrada verso la scalata sociale. E se è questo che vogliono mi sento come il mio psicopatico svizzero che gira per Bolzano-Bozen a fare jogging e a compiere delitti insensati solo per andare incontro all’incredibile inesauribile insaziabile generale senso dell’eccesso.

Certo sono questioni delicate, molto delicate, e probabilmente sarebbe meglio parlarne al mio consulente del lavoro.

Oggi è solo martedì e il giorno del nostro incontro è il venerdì.

Ieri sera in un attacco di testosterone non ho più sentito nessun rumore intorno. Anche gli ultimi coccodrilli della palude mi avevano lasciato. Avevo dentro la mia parte più primitiva del cervello un sacco di trame di gialli da sviluppare. Tutte erano di una violenza così inaudita che mi sono preso paura.

Allora ho riascoltato la voce registrata del mio consulente del lavoro. Ho sbobinato tutto il nostro incontro di nuovo e alla fine mi sono detto che se è questo quello che vogliono, BENE, io mi sarei lasciato trasportare del tutto dal mio Progetto Pilota. Quindi, con questa certezza, ho deciso che il giorno dopo avrei scritto di Sandra Denucci che faceva la seconda ragioneria quando io facevo la quarta.

Brani tratti da Marco Aliprandini, LETTERE D’AMORE A ME STESSO, Travenbooks, 2006

Prefazione

a “Lettere d’amore a me stesso”

di Dacia Maraini

 

Curiose queste lettere d’amore a se stesso scritte da un uomo che si ama così poco. Valerio Tondello è un giovane dagli umori incerti,mite e rabbioso nello stesso tempo, timido ma capace di pensieri assassini, innamorato della vita eppure sprezzante nei riguardi della propria esistenza che giudica angusta e inutile.

Valerio è perseguitato da sogni inquietanti: ”I sogni nella mia vita sono sempre stati importanti. Nel senso che mi hanno mostrato un qualcosa di me che io non riuscivo a vedere”. Molti di questi sogni sono ricorrenti “come quello di Peter Falk che fa un casino di domande”.

Altro sogno ripetuto: “l’onda del grande diluvio. In pratica sogno grattacieli altissimi, sopraelevate, autostrade a più piani con milioni e milioni di uomini di tutte le razze, spazzate via da miliardi e miliardi di tonnellate d’acqua”.

Ma non è tutto. Nella coscienza profonda, o forse in un inconscio molto vicino alle viscere, Valerio sente agitarsi degli animali: babbuini, ippopotami, manguste, giraffe. Ogni animale fa il suo verso e interviene nei momenti più inopportuni, a tormentarlo e dileggiarlo. ”Quando tutte le bestie ridono di me divento veramente nervoso”.

Eppure Valerio insiste nello scrivere inizi di lettere d’amore a se stesso. Per quale ragione solo gli inizi? Perché, spiega, l’amore è sorprendente nel suo nascere, dopo si complica e si dissolve. Le lettere sono indirizzate da Valerio a Valerio ma è come se fossero scritte da qualcun altro, forse da una donna immaginaria che lo ama con passione divorante: “Caro Valerio, prima di addormentarmi sussurro il tuo nome e immaginando il tuo ritorno mi sento felice, felice, veramente felice”. E ancora :“Caro Valerio, al pensiero del tuo ritorno il mio cuore si riempie di gioia, e questa gioia diventa brivido e questo brivido mi percorre la schiena come una cascata enorme che mi inonda il cervello”.

Un giorno Valerio fa leggere i suoi abbozzi di lettere d’amore ad un amico, Bertrand “che di cognome fa Bozzolo”. L’amico si concentra nella lettura, scuote la testa: “Vedi”, gli dice, “la scrittura ombelicale ormai è passata di moda, perché non provi a scrivere un giallo ambientato in Alto Adige-Sudtirol, una terra letterariamente ancora poco esplorata?”.

Valerio ci pensa su: non sarà in effetti più accattivante buttare giù un romanzo poliziesco piuttosto che vergare dei conati di lettere d’amore che finiscono prima di cominciare? E subito prende a inventare delle trame per un giallo. Concepirà un personaggio assassino. Ma per renderlo “più vicino al gusto del pubblico”, dovrà farne per lo meno un serial killer. Ed ecco che da una penna poco convinta, nasce la figura di uno svizzero venuto a lavorare in Sudtirolo, che prende ad amoreggiare con una maestra d’asilo “ragazza semplice e un po’ facilona”. I due quasi non si capiscono perché lui non parla bene il tedesco e lei conosce solo il dialetto del suo paese. Però si intendono molto bene dal punto di vista sessuale. Infatti decidono di andare a vivere insieme. Ma non si sa come un giorno “qualcosa va male e la ragazza viene trovata morta con incisioni quasi chirurgiche su buona parte del corpo e la vagina piena di carote biologiche, piante erbacee delle ombrellifere, coltivate per la radice a fittone ricca di zuccheri e carotene”.

Valerio è contento di questo inizio: “la mia trama di giallo funziona”, dice a se stesso, soddisfatto. Ma non per questo smetterà di raccontare di sé, della sua infanzia, della scuola, delle maestre via via concupite e amate in silenzio, dei suoi sogni ricorrenti e del suo andare tutti i giorni a “lavorare in ufficio”. Così il racconto continuerà su tre piani: le lettere, i ricordi, il giallo. I tre strati narrativi procederanno con un andamento elicoidale, dall’alto verso il basso, in una specie di estasi del degrado mentale e morale di un personaggio che non sa cosa fare di sé.

Marco Aliprandini ha voluto portarci per mano dentro la psicologia di un personaggio moderno, chiuso dentro un bozzolo di assoluta infelicità, prigioniero di pensieri contraddittori e rovinosi, povero di sentimenti, non privo di tenerezze strazianti, eppure tentato da improvvisi brutali progetti di vendetta e di risarcimento. Non sa nemmeno lui di cosa vuole essere risarcito, ma certo i suoi crediti sono immensi e gli gravano sul collo.

L’autore in certi momenti si diverte a entrare nei panni del tragico personaggio di Valerio; in altri prende bruscamente le distanze, inalberando uno sguardo decisamente grottesco e dileggiante.

Molto viene giocato sul piano della lingua: un lungo monologo dai ritmi rabbiosi, tesi e contratti. Una mimesi ben riuscita del gergo giovanile, reso volutamente stridente e macerato, per inseguire e descrivere lo stridore e la macerazione mentale e fisica del protagonista.

Valerio continua a dire – e questo avrebbe potuto essere il titolo del libro – “Vorrei essere diverso da quello che sono… Fin dall’inizio della mia vita mi ero sentito uno strano miscuglio tra un emigrato e un turista… Mi sono trovato ad avere la sensazione di essere vittima di una grande fregatura. Nel senso che mentre scrivevo mi rendevo conto che da sempre mi ero sentito uno straniero, anzi che io, Valerio Tondello esistevo solo come prodotto, vincente o perdente, di un continuo conflitto”.

Ecco, direi proprio che la chiave dell’amaro romanzo di Marco Aliprandini stia proprio in queste parole sincere che escono dalla bocca del personaggio in un momento di pacifica distrazione. Siamo di fronte alla storia di una virtuale metamorfosi. Un desiderio docile e innocente che si trasforma col tempo e con l’impotenza, in una forma di infelicità senza scampo. Uno straniero in patria. Un emigrato senza radici. Possiamo chiamarlo un romanzo che rimette in moto le nuove anime di un esistenzialismo lontano e dimenticato?

Rimane il ritratto doloroso e carnale di un personaggio disperato che punta l’ultima speranza sull’osservazione ironica di sé e dei suoi contemporanei. Una specie di canto animoso e ilare di un moderno Candid che vorrebbe non vedere ciò che vede.

PREFAZIONE a Marco Aliprandini, LETTERE D’AMORE A ME STESSO, Travenbooks, 2006