La tomba dell’insegnamento

di in: Circolari
Banda Tomba

[Circondato da colleghi sonnacchiosi e distratti, il Professor Dan Baha dà inizio alla sua requisitoria finale nel Collegio dei Docenti che chiude il libro Scusi, prof, ho sbagliato romanzo, di Alessandro Banda , Guanda 2006]

“E allora che senso ha avuto, tutto ciò? Che senso ha? O, detto in altri termini, che ci stiamo a fare noi qui, a scuola? A che serve la scuola? Cos’è la scuola? Cos’è diventata? O: cos’è sempre stata? Lasciamo perdere i programmi ufficiali, le circolari, le ordinanze, i PIF i POF i PEI, e il DIVA e il SARPIAD, gli UEI, gli OSA, gli ISA.

Lasciamo stare anche i numerosi pamphlet del lamento scolastico, come sono stati autorevolmente definiti, cioè gl’innumerevoli testi in cui professori e professoresse si lagnano dell’inverosimile decadenza della scuola di oggi rispetto agli austeri e severi studi che si facevano nelle scuole d’un tempo.

Visto che noi insegniamo letteratura (quelli di noi che lo fanno), rivolgiamoci ad essa. Non abbiamo paura d’interrogare i testi letterari. Non crediamo a quelli che c’impongono di distinguere tra lingua e letteratura, come se fossero due cose differenti. Anzi: questi qui chiamiamoli col loro nome: IMBECILLI. Costoro evidentemente non hanno letto Dante, impegnati a leggere come sono gl’inutili manualacci di didattica, didattica integrata e socio-psico-pedo-pornografia. Se avessero mai preso in mano Dante, saprebbero che, per lui, la letteratura altro non è che la GLORIA DELLA LINGUA ! Capito? Sissignori, la letteratura questo è: il CORPO GLORIOSO DELLA LINGUA. Altro che ridicole distinzioni surrettizie tra lingua e letteratura”.

Dan Baha apre la borsa, ne cava un volume rosa.

È uno delle Belles Lettres, non l’avrà mai aperto, se non per l’occasione, pensa la Trifena.

Dan Baha legge ad alta voce:

“I ragazzi nelle scuole rincoglioniscono completamente, perché non vedono né sentono cose reali”.

Signor Preside, cari colleghi, lo sapete cos’è questo? È il primo capitolo del Satyricon di Petronio”.

Il testo originale recita stultissimos fieri, diventano stupidissimi: le solite deformazioni del Baha, chiosa mentalmente Crepereia Trifena.

Sacer ha le palpebre abbassate, mentre Pomponia Grecina reclina il capo all’indietro, facendo oscillare la piumetta sul cappello, per un po’; poi cadono insieme, piumetta e cappello.

“Ed è, come il secondo, una lunga tirata contro le scuole di allora, scuole d’eloquenza, fossero del primo o del secondo o del terzo secolo dopo Cristo. La datazione è incerta. Certa è l’insoddisfazione degli studenti dell’epoca.

E i capitoli immediatamente successivi, terzo e quarto, del Satyricon sempre, cosa sono? Sono la replica del professor Agamennone, cioè del retore Agamennone, che si difende dalle accuse dello studente Encolpio, scaricando la colpa su chi? Ma sui genitori degli alunni. Che, in nome della fretta, vogliono per i loro figli scuole sempre più facili. Bisognerebbe spaccargli la schiena, ai genitori dice accalorandosi Agamennone”.

Macchè, lo contraddice in silenzio Crepereia, Agamennone dice: parentes obiurgatione digni sunt, cioè i genitori son degni di rimprovero; Baha è malato d’esagerazione!

Porfirione è finito con la sua grossa testa di psicologo sulle spalle ossute di Pippetti. Pippetti, per una misteriosa proprietà transitiva, s’è accomodato con la sua testina fine sull’ampia spalla di Porfirione.

“Insomma, la situazione era tal quale a oggi: distacco scuola-vita ; intrusione indebita dei genitori, che, come oggi, non capiscono niente, e nondimeno vogliono sempre dir la loro.

Quante volte non l’abbiamo sentita la tiritera del distacco scuola-vita! In genere la frase immancabile al proposito è di Seneca, lo sapete benissimo: non vitae, sed scholae discimus, chiusa dell’epistola 106 ad Lucilium, scritta forse negli stessi anni in cui Petronio scriveva il Satyricon, posto che sia davvero lui quel Petronius Arbiter ricordato in un famoso passo degli Annales di Tacito (libro xvi)”.

Baha, vedi di non strafare, gl’intima col pensiero la Trifena.

Perkollha scende con dolcezza negli abissi dell’incoscienza, quasi fossero quelli del piacere.

“Retrocediamo di poco nel tempo. Ancora Roma, ma epoca repubblicana.

Orazio ricorda che il suo maestro, Orbilius, gli faceva leggere opere disgustosamente arcaiche, lontane dai gusti attuali (attuali nel primo secolo avanti Cristo), che non suscitavano in lui alcun interesse, come, per esempio, l’Odusia di Livio Andronico; al punto che il suddetto Orbilius , a Orazio, l’Odusia gliela faceva leggere a suon di sganassoni o frustate o peggio”.

Ma è possibile che non faccia una citazione giusta che sia una? Orazio definisce Orbilius semplicemente plagosus, manesco; il resto è tutta roba del Baha (Trifena, ancora lei, tra sé).

Toboso sta sperimentando uno stato di assoluta atarassia.

“Adesso invece balziamo in avanti. Un gran bel salto. E siamo in pieno Rinascimento. Rabelais. La molto spaventevole vita del Grande Gargantua, capitolo xvi. È il padre di Gargantua, Grangola, ad accorgersi che il figlio alla scuola dei pedagoghi Thubal Oloferne e Jobelin Bridé (Sciocco-con-le-briglie) non ne profittava niente, di quell’insegnamento e, quel ch’è peggio, diventava folle, scemo, rimbecillito, stupido. (Una volta tanto un genitore che fa osservazioni puntuali!)

Da Petronio a Rabelais son passati secoli e secoli, più d’un millennio, ma la sostanza non cambia: la scuola rincoglionisce!

Ora un’altra acrobazia cronologica: tre romanzi in lingua tedesca del primi anni del Novecento. I Buddenbrook di Mann (1901), Sotto la ruota di Hesse e il Toerless di Musil (entrambi del 1906)”.

Vorrà dire I turbamenti del cadetto Toerless, Die Verwirrungen des Zoeglings Toerless (ancora Trifena, sempre Trifena, sempre in silenzio, ma con meno verve di prima).

“Che la scuola in essi rappresentata sia il convitto militare di Maerisch-Weisskirchen (oggi Hranice)”.

Al suono di questo toponimo slavo Malgorzata Zebitowska si riscuote un attimo dal suo torpore, ma subito vi riprecipita dentro, impercettibilmente.

“Come in Musil, o il seminario teologico di Maulbronn, come in Hesse, o un liceo di Lubecca (Mann) non muta nulla.

Leggetevi le pagine del colloquio tra il cadetto Toerless e il suo professore di matematica a proposito dei numeri immaginari; o quelle del colloquio tra l’allievo Giebenrath e il Rettore del seminario teologico a proposito delle cattive compagnie. O quelle che chiudono il romanzo di Mann e che sono la cronaca di un giorno nella vita del piccolo Johann Buddenbrook, nella cui classe il primo della classe aveva nome Adolf Todtenhaupt (Adolfo Testa-di-morto) e i professori erano un derelitto autoritario peggio dell’altro (o uno sfigato autoritario peggio dell’altro, per servirci delle locuzioni in auge presso i nostri alunni). Sì leggetevele, quelle pagine. Vi troverete un uguale vuoto, un uguale orrore, un’identica dichiarazione d’inimicizia, quando non di guerra aperta, tra il genio e la corporazione degli insegnanti, una frattura profonda, antica di secoli, o millenni, tra professori e alunni geniali o, più modestamente, tra professori e alunni intelligenti; o tra professori e alunni e basta.

Permettetemi di continuare in questi miei vagabondaggi nel tempo e nei libri”.

Veramente non dovrebbe chiedere il permesso a nessuno, Baha, neanche al Preside, neanche più alla Trifena.

“Nessuno mi toglie dalla testa che tra i motivi fondamentali che spinsero alla conversione Agostino ci fosse l’abbandono dell’insegnamento. Chissà che non fosse proprio il motivo fondamentale.

Agostino, è noto, insegnava retorica a Cartagine – e lì gli studenti erano, a dir poco, tumultuosi. Irrompevano nell’aula berciando, strepitando, rendendo difficile la lezione. Vi ricorda niente questo fatto? Comunque: allora Agostino si è trasferito a Roma, dove, in effetti, gli studenti erano più disciplinati – però, al momento di pagare, se la squagliavano senza lasciare tracce; decide quindi di passare a Milano, dove insegna, ma non per molto. Con quale gioia riferisce delle sue dimissioni dalla scuola, giusto in coincidenza con le vacanze per la vendemmia (bei tempi, quando esistevano queste benedette ferie agresti!). Non ne voleva più sapere di stare su quella cattedra di menzogna a spacciare parole vane.

Dove ho letto dell’esistenza di un gustoso volume dei signori Goertzel&Goertzel dal titolo Cradles of Eminence, resoconto dell’infanzia e adolescenza di ben quattrocento personaggi eminenti della nostra epoca? Ebbene non ce n’è pressoché uno, di questi quattrocento eminenti, che non abbia vissuto la scuola come incubo, come inferno”.

Sacer si agita nel sonno.

“Quali conclusioni trarre da questo andirivieni nella storia e nei sistemi scolastici più vari? Una sola, molto semplice, a mio parere: LA SCUOLA E’ IRREDIMIBILE, SEMPRE E OVUNQUE!”.

Si riaprono contemporaneamente molte paia di occhi; sbattono molte paia di ciglia.È un incrociarsi d’espressioni imbambolate. Porfirione, Pippetti, Sacer, la Trifena, la Grecina, Toboso, Perkollha. Dove siamo? Che ore sono? Ma quando Baha riattacca, cedono di nuovo, l’uno dopo l’altro, al sonno che li avviluppa saldamente.

“Qualunque tipo di scuola, pubblica, privata, parificata, laica, confessionale, steineriana, montessoriana: irredimibile, irredimibile! Qualsiasi metodo adotti, autoritario, democratico, permissivo, anarco-casinistico: irredimibile, irredimibile!

Ma non crediate che io disprezzi l’insegnamento o, come scrivono i manuali di didattica, una volta tanto giustamente, l’insegnamento-apprendimento, col trattino, perché è verissimo che chi insegna impara, e chi impara insegna: processo di magnifica reciprocità.

Io venero l’insegnamento, e in esso ammiro una delle forme più sublimi di attività umana! L’insegnamento è come l’amore – ma non ha niente a che fare con la scuola.

E se la tomba dell’amore è il matrimonio, la scuola è la tomba dell’insegnamento.

Si vede che sia l’uno che l’altro, insegnamento e amore, sono esperienze troppo forti, troppo coinvolgenti e alte – per esser sopportate dall’umanità tutta. Ergo si tende a spegnerle o fiaccarle, attutirle: con la scuola o il matrimonio”.

Grrruuuunfff… pffffh… fffiiiiihhh….

“Cos’è il matrimonio, se non la versione legalmente regolata, burocratizzata, dell’amore? Cioè la sua morte.

Cos’è la scuola, se non la versione legalmente regolata, burocratizzata dell’insegnamento? Cioè la sua morte”.

Gnooooaarrrrrrhh… gnurrrrhh… sgnarrhh…

“Cristo, Buddha, Socrate: altrettanti maestri, o insegnanti e insegnavano infatti, a discepoli, alunni, scolari del loro magistero.

Ma ve l’immaginate Cristo che, nel bel mezzo del discorso della montagna, viene interrotto dal suono della campanella: Beati i… dlin dlin dlin vabbè, Maestro, ce lo dirà la prossima ora; o Buddha nel bel mezzo della predica di Benares; e Socrate? Socrate sarebbe stato buttato fuori con ignominia dalle scuole di ogni ordine e grado perché, data la sua nota avversione alla scrittura, non teneva in ordine il registro, anzi non lo teneva proprio…”.

Gnrrrhh… gruuuhhh… sgnooaarrrrhh…

“Già di per sé la cornice burocratica è un limite mortale a qualsivoglia tipo di serio insegnamento. Ma oggi, poi! Oggi la cornice è talmente estesa che si è mangiata il quadro. C’è solo cornice, il quadro è un puntolino non più visibile a occhio nudo, e nemmeno con la lente – ci vuole un microscopio, elettronico, per vederlo, il quadro. Altro che cornice!”.

L’intero corpo insegnante è ormai un insieme di corpi arresi senza condizioni al sonno: stravaccati sulle poltroncine rosse, piegati gli uni sugli altri, alcuni letteralmente stesi a terra, supini, bocconi – e russano senza alcun ritegno.

“E se la scuola è irredimibile, vuol dire anche che è irriformabile – a meno che non sia riformabile la natura umana, cosa di cui mi permetto di dubitare. Comunque, in attesa che qualche governo si proponga, tra i punti salienti del suo programma, LA RIFORMA DELLA NATURA UMANA – che fare? Perché, mi direte voi, continuare a venir qua, a scuola, a scaldare la cattedra? Non sarebbe meglio, date queste premesse, cercarsi un altro lavoro? Lasciare al suo destino questo cieco impianto collettore di circolari, ordinanze, regolamenti e protocolli che è la scuola?

Certo la cosa migliore sarebbe venir qua, prendere i ragazzi e portarli fuori a vedere le stelle, come faceva Ponocrates con Gargantua, o l’abate Blanes con Fabrizio del Dongo.

Ma se la scuola è un incubo, un inferno, forse la cosa migliore è stare ben dentro l’inferno, per cercare chi e cosa, dentro l’inferno, non è inferno, e dargli spazio e farlo durare; per cercare, con fatica disperata, di mantenere vivi frammenti d’insegnamento dentro la camera mortuaria degli orari e dei debiti e dei crediti”.

Solo adesso Dan Baha si accorge che intorno a lui dormono tutti. Ha parlato al vuoto. Non importa.

“Uno deve vegliare”, dice a se stesso, nella sua sconfinata presunzione, il prof. Dan Baha.