Rosebud, Rosebud

di in: Inattualità
De Vivo Rosebud

Primi anni Settanta. In uno studio televisivo della RAI si trovano Enzo Biagi, conduttore del programma, Pier Paolo Pasolini e due suoi vecchi amici.

Pier Paolo Pasolini: Il fatto di aver trovato i miei amici qui, alla televisione, non è bello. Per fortuna noi siamo riusciti ad andare al di là dei microfoni e del video e a ricostituire qualcosa di reale, di sincero. Ma come posizione, la posizione è brutta, è falsa.

Enzo Biagi: Perché? Cosa ci trova di così anormale?

Pier Paolo Pasolini: Perché la televisione è un medium di massa e il medium di massa non può che mercificarci e alienarci. […]

Enzo Biagi: Ma noi stiamo discutendo tutti con grande libertà, senza alcuna inibizione. O no?

Pier Paolo Pasolini: No, non è vero.

Enzo Biagi: Sì, è vero. Lei non può dire tutto quello che vuole?

Pier Paolo Pasolini: No, no, non posso dire tutto quello che voglio.

Enzo Biagi: Lo dica!

Pier Paolo Pasolini: No, non potrei perché sarei accusato di vilipendio, uno dei tanti vilipendi del codice fascista italiano. Quindi in realtà non posso dire tutto. E poi, a parte questo, oggettivamente, di fronte all’ingenuità o alla sprovvedutezza di certi ascoltatori, io stesso non vorrei dire certe cose, quindi mi autocensuro. Ma a parte questo, non è tanto questo, è proprio il medium di massa in sé. Nel momento stesso in cui qualcuno ci ascolta dal video ha verso di noi un rapporto da inferiore a superiore, che è un rapporto spaventosamente antidemocratico”.

da Terza B. Facciamo l’appello,1971

Pasolini è sorpreso e infastidito dalla presenza dei suoi due amici che il conduttore ha invitato in studio con evidente, ma televisivamente funzionalissima, buona fede. Dalla sorpresa e dal fastidio prende avvio il suo discorso critico, nel quale, come spesso in Pasolini, non si riesce a distinguere con precisione quanto ci sia di intuitivo e di ingenuo, e quanto invece sia calcolato, da abile profeta mediatico. Un discorso contro la televisione, all’interno della televisione, è quantomeno paradossale, quindi efficacissimo. Ma di cosa parla Pasolini quando parla di “censura o autocensura” nel momento in cui si trova insieme ai suoi amici in televisione? Qui sembra che Pasolini tocchi un nervo sensibilissimo non solo del cosiddetto sistema mediatico, ma dell’intero sistema sociale e istituzionale della vita pubblica e della politica moderna. La vita pubblica, e la politica moderna, istituzionale e non, così come la sua quintessenza, il cosiddetto quarto potere dei media, vivono e si generano e rigenerano attraverso una primaria e precisa separazione o isolamento spaziale dei corpi e delle anime: questa è l’intuizione di Pasolini. Creando dei piedistalli, quanti più piedistalli, e assolutizzando la distanza, la vita pubblica moderna consente al potere di perpetuarsi con una facilità forse mai vista prima, ma anche di cambiare aspetto in maniera inaspettata e sorprendente. Ecco dunque – grazie alla proliferazione dei piedistalli – rivitalizzata e restituita a nuova vita l’antichissima separazione tra ciò che si può dire e ciò che non si può dire, tra ciò che, ingurgitato dal Sovrano (Televisivo), può essere, sempre attraverso la sua sacra bocca, risputato in forma di istituzioni e leggi e morale, e ciò che invece è destinato a rimanere in basso, non raccolto, per terra, come una sterpaglia non commestibile – sotterrato, dimenticato: come un qualcosa di prezioso ma che deve rimanere invisibile.

Pasolini, in quella trasmissione televisiva, davanti ai suoi amici, è costretto a interrogarsi sulla sua presenza in quel luogo del potere, perché nei luoghi del potere (primo, secondo, terzo o quarto) una delle cose più preziose che vengono sotterrate e che risultano quindi particolarmente indigeste a qualsiasi Sovranità, è appunto l’amicizia. Come si può parlare con gli amici, “amichevolmente”, tra amici, davanti a un pubblico e da un pulpito? Tutto diventa falso, è ovvio, perché dal pulpito – o da uno scranno tribunalizio o da un palco di un comizio o da uno studio televisivo, o addirittura, come avrebbero detto Artaud o Beck, perfino da un palco teatrale – si parla a qualcuno che sta in basso, non al nostro stesso livello. E come si fa, allora, stando in alto e davanti agli altri ai quali io sono obbligato a offrire lo spettacolo di una Sovranità, a parlarsi amichevolmente? Potrei mai apostrofare il mio amico con l’epiteto scandaloso che uso solo nell’intimità di quando prendiamo il caffè? Potrei mai parlargli con quel tono terra-terra ma serissimo che usiamo anche nelle questioni filosofiche più ardite? Potrei mai usare con lui quella lingua misteriosa dell’affetto fatta di parole inventate che nessuno conosce? Certo che no! Perché in pubblico – stando in alto – non si può essere amici né manifestare l’amicizia in alcun modo, non si può essere amanti né manifestare l’amore in alcun modo, e, ancora, non si può parlare delle cose che ci appassionano, e che spesso sono cose che interessano solo noi, o al massimo altri quattro gatti.

Quello che sta in basso, insieme allo spettatore mediatico-pubblico-politico, è il mondo dell’emozione e della passione, e in basso deve rimanere, non ingurgitabile per alcun Sovrano più o meno Televisivo, pena l’inoppugnabile certificazione di falsità – come false (“inumane”, sempre secondo il lessico di Pasolini) sono tutte le parole e le leggi e le morali che il tronfio Sovrano risputa dalla sua bocca. La riflessione da fare non è sull’uso buono o cattivo dei diversi gradi di potere, ma sull’ingordigia del Sovrano (Televisivo) nella moderna Società dello Spettacolo.

Ma per quale motivo il Sovrano (Televisivo) ha bisogno di ingurgitare tutto, anche l’amicizia, anche l’amore, anche le nostre più intime passioni, i nostri racconti? Perché non ci lascia mai in pace – noi “umani” – in basso nella nostra ottusità, nel nostro sottobosco, nelle nostre sottoterre, nei nostri sogni e nelle nostre fantasie? Perché vuole ingurgitare di continuo anche le cose più insulse, portarle in alto o sistemarle su un piedistallo per ricavarne dei trofei? Perché non capisce che c’è un’altra vita al di fuori dei meccanismi e i dispositivi (“commerciali” ed economicistici anche secondo Pasolini, come secondo Debord e tanti altri) che essa non cessa di produrre, e che questa vita ha un’attualità molto più universale, comune e generale di quella che si dà nella Storia, in qualsiasi Storia?

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A pensarci bene, è molto strana l’avversione che noi stessi portiamo a noi stessi, – giacché non c’è dubbio che siamo noi stessi che manteniamo e innalziamo il Sovrano (Televisivo) –, avversione che Pasolini contempla con sbalordita ingenuità, o intelligenza profetica, soltanto nel momento in cui anch’egli è diventato Sovrano (Televisivo) – serissimo Sovrano (Televisivo) che argomenta e dibatte dall’alto. È molto strana, una tale avversione, appunto perché è ormai evidente che un Sovrano (Televisivo) alberga dentro ognuno e fagocita, probabilmente per venderlo al miglior offerente, pressoché tutto, anche il più riposto dei nostri sogni, il più dimenticato dei ricordi, il giocattolo più misterioso della nostra infanzia, che pure – magnati tra i magnati – quasi abbiamo smesso di evocare. Eppure è proprio nella cupa stranezza della nostra avversione a noi stessi che può scorgersi una via d’uscita – che è da quest’altra parte dello schermo, nella parte di noi stessi che sfugge allo spettacolo delle merci addormentandosi o sproloquiando, sola o in compagnia, disperata e senza gloria: ma saldamente al di qua.