Scrittori nel buio

di in: Bazar
Scrittori

Un giorno, un gruppo di minatori rimase incastrato in una caverna. Ma grazie all’aiuto di un ingegnere intelligente e di una scavatrice sistemata nel posto giusto furono liberati. Non tutti erano lì dentro dallo stesso tempo. Alcuni compagni, infatti, avevano provato a liberare gli altri, infilandosi in cunicoli, scivolando attraverso passaggi molto stretti ma, una volta dentro, si erano feriti cadendo, o avevano inavvertitamente chiuso il passaggio, ed erano rimasti lì.

Subito la pietra venne rimossa dall’imboccatura della caverna, come ci era finita lo racconteranno, vedremo, i minatori stessi. Piano piano, impauriti uscirono al suolo e alla luce, sembrandogli essere un altro pianeta.

Poco meno di una settimana era infatti bastata a diversi fra loro, che erano in numero di 6, a sviluppare una certa sensibilità per il buio, come in certe tribù africane, tanto che potevano vederci attraverso perfettamente, come nulla fosse.

La stampa, i giornalisti e la televisione fecero un gran rumore attorno a questo caso accaduto nella regione di S.

I più cinici fra gli intervistatori non aspettarono neppure che gli uomini del buio si riprendessero, dopo le necessarie cure ospedaliere, per porre loro delle domande dirette e spesso imbarazzanti.

“Come avete fatto per il cibo? Alcuni dicono che avreste potuto seguire l’esempio di quegli sfortunati precipitati con l’aereo su una zona desolata e gelida del Polo”.

“Cioè…?”,rispose con un barlume di lucidità e può essere di curiosità uno di loro.

“…nutrirvi delle vostre feci e bere…”.

Altre domande avevano ambizioni più mistiche, o misteriche: “Avete sentito delle voci, all’interno? Si dice che un pescatore della zona un anno fa sia uscito e non sia mai ritornato, le testimonianze affermano che si aggirasse da queste parti…”.

“…Ma, in quell’oscurità”, chiese uno di loro, molto gentile e appoggiante la sua mano pulita sulla spalla negra di polvere e di sporcizia di uno fra i muratori, “i vostri rapporti all’interno… ci sono state discordie? Come è proseguita la vita sociale lì dentro? Pensavate alle vostre povere famiglie? (Carlo, inquadra le mani, ora gli occhi, grazie, va bene così). Avete… avete intuito la presenza di… Lui? Qualche voce? Avete avvertito dei movimenti, delle strane luci in fondo alla galleria della caverna, magari… (si, lì in fondo Carlo…)?”.

Passò un po’ di tempo, non molto. In quei giorni la notizia si “assestò” rimbalzando fra la prima pagina dei giornali regionali e la seconda o terza in quelli televisivi. Bisognava infatti sfruttare il caso subito, prima che, com’era “venuto”,  si sgonfiasse.
Anche i più sprovveduti fra i minatori capirono l’opportunità di pubblicare una testimonianza, in forma di diario, o di reportage realista, o di denuncia (troppo bassi i loro stipendi in rapporto al rischio intercorso), oppure una rielaborazione fantastica o visionaria, per chi fra loro ne fosse stato capace.

Una giovane giornalista propose ai 6 un libro collettivo, in cui le memorie e le impressioni si sovrapponessero “illuminandosi a vicenda”, cosi diceva lei. Uno fra loro, tra quelli che erano stati dentro più a lungo e che ancora dopo giorni non sopportava la luce solare, espresse così la sua costernazione: “Parlare di memorie, ma se  siamo stati dentro solo 4 giorni e non tutti, poi! Comunque avevamo le nostre riserve. Non siamo mica stati prigionieri in Russia”. La Russia era la prima cosa che gli veniva in mente, perché suo nonno era stato lì, e per molto più tempo di lui, e non aveva scritto niente.

L’idea, comunque, non andò in porto.

Il primo motivo era che come tutti giunsero a capire l’importanza di sfruttare la situazione con un libro, così fecero presto a far quattro conti, ed un libro diviso 6 fa certo meno soldi di un libro per uno. Inoltre, secondo motivo, sentivano come fastidiosa e ingiusta la possibilità di un’intromissione e di una manipolazione da parte della giornalista, che avrebbe potuto sistemare le cose in maniera di prendersi la maggior parte dei diritti. Erano problemi della vita quotidiana, quelli che cercavano di risolvere facendo queste considerazioni.

Ma solo 3 su 6 alla fine si cimentarono, rappresentando (curiosamente) tre diverse tipologie di racconto, o almeno così mi sembra di poter dire.

Mario, il più “vecchio” (inteso come periodo di permanenza nella caverna), che ebbi occasione di conoscere, prese subito a scrivere all’indomani della sua liberazione. Ma gli editori non accettarono il manoscritto che inviò, per motivi che lui stesso giungerà a spiegarci, giustificando sommariamente il rifiuto così: “…per quel che abbiamo potuto comprendere della vostra “bozza” alquanto malscritta (a proposito, non avete pensato alla possibilità di un computer o, in seconda opzione, di una semplice macchina da scrivere?) il concetto di “luce” sembra escluso, è come se lei non fosse mai uscito da quella caverna, o fingesse che così fosse, non sappiamo per quale motivo.

La Nostra Azienda ha per obiettivo e vanto di trasmettere un messaggio positivo ai nostri Lettori, e questo caso avrebbe potuto rappresentare, con il ritorno alla luce dalla profondità della caverna, un messaggio “chiaro” ed incoraggiante (se lei considera le non vaghe implicazioni cristiane, ciò ci avrebbe favorito anche una certa parte della critica). Lei invece, per ragioni che noi ignoriamo e francamente non arriviamo a intuire, ha trascurato il “Canone”, preferendo questa malscritta metafora, peraltro incompiuta…”.

Il secondo “scrittore dal buio” sembrò invece rispettare il Canone degli Editori, anche se probabilmente non si era rivolto agli stessi che rifiutarono il manoscritto di Mario.
Un giorno, girando per un mercatino domenicale, trovai il suo libro: Adolfo Rosmiri, “Tra buio e luce”. Aveva una fascetta rossa. Sulla fascetta era scritto in bianco: “Un’esperienza al limite dell’umano. 25.000 copie vendute in 7 giorni”. E, sul retro, dalla prefazione: “Un errore nella distribuzione delle cariche, e la leggerezza di un collega, ci avevano costretti da 12 ore a stare lì dentro, immobili. Avevamo provato a rimuovere il masso da tutte le angolazioni, ma nessuna valeva. Mi ero infilato passando attraverso una cavità che usavamo per il passaggio degli attrezzi di lavoro, dall’alto. Ma quando sono arrivato a terra ho capito che non sarei potuto risalire. Ho capito che quelli sarebbero stati i miei giorni, i nostri, nel buio, ma sentivo, sì lo sentivo, come la presenza della luce fluire dall’esterno sopra noi, come il mare sulle cavità sommerse nei fondali marini, ribattere rifluire contro la superficie esterna, avvolgerla, aderirvi, rifluire piombando negli spazi più chiusi. Cercava una via d’accesso, una via di fuga per lei e per noi. Non ho mai smesso di credere alla luce”.

Queste prime righe del romanzo-testimonianza del minatore A. Rosmiri ci immergono subito in un’atmosfera sottomarina, dove rumori e colori sono sospesi e tutto appare come ovattato, svuotato, smorzato, “sdipinto”, anche il grido lucido ma straziante del narratore e protagonista (quasi il dramma vero fosse non aver più la voce per dire il dramma) che smette di aver voce quando questa disavventura inizia. Disavventura che ci riporta con violenza all’interno dell’animo umano, tra buio e luce, dove pessimismo e reazione, fede e cinismo si compenetrano, per lasciare spazio nella curiosità del lettore a una riflessione profonda, meditata”.
Io ho letto quel libro, l’ho trovato gradevole. In un certo senso, era come me l’aspettavo.
Il terzo e più “giovane” ci provò, anche lui, ma non ebbe successo (ingenuamente pensai che fosse perché c’era troppo poco “buio” in quel libro, essendo rimasto solo per due giorni), trovò tuttavia posto (e un poco di soldi per la sua famiglia) in un’antologia curata dalla giornalista citata che raccoglieva testimonianze di persone, uomini e donne, ma anche bambini, che avevano passato avventure simili fra loro.

In quel piccolo paese, non è più successo nulla. Gli abitanti hanno ripreso la loro vita normale, com’era normale prima del fatto dei minatori, come è stata normale, senza sospettare nulla, mentre gli uomini erano imprigionati. Anche i giornalisti se ne sono andati, e le telecamere, e le “voci”.

Tutto è bene…

Mario non ha smesso di scrivere, e di inviare le sue bozze agli editori. Ho anche pensato che forse sperava solo di fare soldi, come tutti gli altri, come chiunque. Forse, per qualcuno, per la moglie del terzo uomo (il più giovane) e per il giornalaio, era cambiato; forse, per qualcun altro, un ragazzo postino, non è cambiato per niente, invece ha solo qualcosa in più, che però è come qualcosa in meno, e la gente ha bisogno di favole, è patetica.

Sono continuati i lavori alla miniera, sbloccato il masso, e anche se la storia passata aveva procurato un bel po’ di soldi a qualcuno, nessuno aveva lasciato il lavoro, forse per una sorta di scaramanzia, ma soprattutto perché le loro vite non erano sostanzialmente cambiate. Mario lasciava il lavoro sempre prima degli altri, indossava il suo paltò grigio e su una bicicletta da donna lasciava il posto salutando tutti, allegro, come uno che va a casa pregustando una sorpresa. Tra il gruppo, si diceva che avesse dato un po’ di cervello, sapevano che continuava a scrivere nonostante gli insuccessi e tutti potevano pensare che si credesse un genio incompreso, trovandolo ridicolo.

Con la sua Audi nuova, Adolfo mi portò a vedere la sua casa, là dove abitava, tra campagna persa e città che irrompe con la superstrada: “Lì, eccolo, vedi la finestra, io passo tutte le sere da questa parte per andare a casa, sono il suo vice, termino le ultime manovre dopo che tutti se ne sono andati. A proposito, ti piace
la mia Audi ?”.

“È una bella auto, Adolfo”.

“L’ho presa con i miei risparmi. Non credere. I soldi “altri” sono andati per i figli. Comunque, quando passo, lo vedo sempre seduto a quella scrivania, nella penombra, che fissa qualche cosa. Non si capisce che ci sia, lì, da cercare. Inoltre al buio. Non è normale, eh?”.

“No, non lo è, neanche per me”.

“Mario fa bene il suo lavoro, non ho niente da lamentarmi, è sempre il nostro capo. Anche se esce 1 ora o 2 prima non compromette nulla, perché fa in minor tempo quello che doveva fare. È coscienzioso. Ma si vede che non l’ama più, almeno come prima, il suo lavoro. Forse ha trovato qualcos’altro. Ti porto a casa?”.

“No, lasciami qui, vado a vedere”.

“Ok”.

“Un momento, senti, Adolfo, ma con la sua famiglia, non per farmi gli affari suoi, ma…”.

“Ah!Ah! Non ti preoccupare, non è diventato uno “strambo” e non è nemmeno pericoloso. Non ti farà nulla, non corri rischi. Anzi, guarda, sua moglie è molto amica di mia moglie e io la conosco bene, se ci fosse stato qualcosa che non va, ce l’avrebbe detto. Anzi, Ottavia (la moglie) dice che è più calmo, più affettuoso, certi tic nervosi da stress del dopolavoro, sono quasi spariti del tutto. E con i figli, perfino, è più attento, amoroso”.

“E questo non ti puzza?”.

“Perché? Dopo esser stato rinchiuso in una caverna, a rischio di perder tutto, compresa la vita, mentre senti la luce…”.

“Lo so, lo so, salta quella parte, l’ho già letta”.

“Beh, rinchiuso con un po’ di pane e di acqua, e rischi di morire e di lasciare tutto ciò che hai fatto e amato, sfido io ad apprezzare di più le cose che magari prima davi per scontate, tipo l’amore di tua moglie e dei tuoi figli, la tua casa… io stesso sono cambiato… se n’è accorta la moglie…”.

“Insomma, la cosa strana sarebbe solo questo fatto della mania di scrivere e del fissare qualcosa nel buio…”.

“Per me, sì. Non c’è altro. Ti lascio qui, allora?”.

Si fa un gran rumore, sulla superstrada, ma quando mi avvicino alla porta lui ha già aperto, prima che suoni. Forse ci ha visti sostare in strada.

“Tu sei Rosario, il cugino di Adolfo?”.

“Sì”.

“E perché non si è fermato anche lui, ha paura che lo mangi? Ah!Ah! Vieni, ti presento la mia famiglia. Ma poche chiacchiere, tra un quarto d’ora comincio”.

E mi presenta la sua famiglia, i suoi figli, sua moglie…

“Perché io credo che ci sia stato un malinteso, voi dovreste potere… è impossibile fra due mondi diversi, ma dietro la naiftà…”.

“Si rende conto di quello che dice? Si esprima più chiaramente, e vada al dunque, noi della Mobili siamo sempre molto impegnati, ci sono molte persone, come lei, che vogliono raccontarci storie, e molti seccatori, pure”.

“So che “VOI” siete sempre “NOI”… Mi senta, so di tutti e 3 loro, e credo che qualcuno ne abbia approfittato, ma chi non lo farebbe, nella necessità?”.

“La necessità, certo, la necessità è molto diffusa; ma hanno regalato la loro esperienza, è stato utile per tutti i nostri lettori…”.

“E il tempo per riflettere?”.

“Hanno riflettuto in caverna. E poi, si sarebbe potuta spegnere la riflessione dei nostri Lettori, ai nostri Lettori c’è bisogno di continui stimoli. La Curiosità è la loro caratteristica. Non crede che la Curiosità sia una bellissima qualità, Signor Rosario?”.

“Lo credo”.

“Sì. Continui”.

Proseguo a rievocare quel pomeriggio passato alla casa d’edizione, preso dall’idea di aiutare Mario a pubblicare il suo libro…

“…invece Mario è un uomo molto semplice, ma non così ingenuo, sappia. Da 15 anni lavorava in quella miniera, se la ricorda la miniera? Perché tutti parlano dell’Esperienza ma nessuno della miniera, era un’Esperienza anche quella, no? Mi ha mostrato i suoi appunti, e il manoscritto originale, ancora lì, con le lettere di rifiuto: “Ognuno ha fatto le sue riflessioni, là dentro, lo sai? – mi diceva – non solo io. Noi siamo tutta gente normale, che non ha niente da pensare strano, noi non l’avevamo. Non è successo nulla, lì dentro, abbiamo pensato tutti ai nostri cari e alle nostre famiglie, al tempo perso che bisogna recuperare lavorando di più, certa gente è perversa, e ragiona per perversioni, pensano che gli altri siano come loro. Cosa voleva dire tutto quel buio? Si stava zitti, nessuno di noi ben capiva. C’era anche freddo, mi coprivo cogli stracci da lavoro. Noi stavamo vicini, si aspettava. Altro che le divinità e Dio e i buchi nel tempo e i pescatori persi. Balle!”.

“Mi sembra che le manchino 15 minuti”.

“Nel salotto ancora illuminato, quella sera, c’erano tutti quei piccoli segni…: “Scrivo dalle 6,7 fin quando non vedo più, non accendo la luce, non uso
luci artificiali per
scrivere. Al massimo – diceva – potrei comprarmi una macchina da scrivere. Ma vedi, o non vedi, ah ah? Io ho preso confidenza col buio, l’ho scelto per scrivere, scopro le stesse cose e le scopro in modo diverso. Mi diverto, ma col buio quando arriva, perché quando arriva mi pare che ci sia perché si muove, colora, non quando è arrivato, perché è fermo, sembra che ci sia sempre stato ed è allo stesso tempo come se non ci fosse”.

“Confuso”.

“Nei primi quaderni, nelle prime pagine, forse ancora si riusciva a distinguere qualcosa, essendo le righe un po’ più separate, anche se la calligrafia era davvero confusa e minuscola: “No, non devi guardare lì, lì ero ancora all’inizio, forse è per questo che non mi hanno accettato. Guarda le ultime, nel fascicolo”. Le date più recenti recavano un germoglio, un groviglio di righe, una matassa che, si sarebbedetto, lui stesso non riusciva a sciogliere. “Queste righe, vedi, io, in realtà, non è che scrivo, lascio che si accumulino, si avvicinino, la mia è “avvicinazione”. È molto importante che io cerchi di far capire il mio “colore”…”.

“Sempre più confuso e non mi incuriosisce per niente”.

“Si metteva al tavolo, l’ha fatto mentre io ero lì, come si fa un rito, invitando l’ospite, si metteva e cominciava a tracciare quei tratti schiacciati e sempre più piccoli, entravano le “I” nelle “G”, non so come, arrampicandosi le “L” sulle “T”, in quella stanza le cose si accumulavano sulla pagina, ma distendendosi allo stesso tempo. Io ho sentito la sua chiarezza, e mi è sembrato di essere sereno più che sciocco, o suggestionabile o…”.

“Folle?”.

“Sì. Mi ha detto: “Io vedevo tutto piatto e chiaro, in quella caverna, sai, piatto e chiaro. Anche gli altri lo hanno visto, sai, ma lo hanno dimenticato, presto, come si dimentica la notte se si dorme”. Quelle righe, quel groviglio che non si districava…”.

“Lei ha 5 minuti”.

“…o forse lui stesso le teneva, le incrociava, si costruivano sotto le sue mani, che erano inabili a scrivere ma tenevano, tenevano, tramavano, imprigionavano, liberavano, costruivano, ma come al contrario…  È come se avesse qualcosa in più, che però è come qualcosa in meno. Forse il postino l’aveva visto scrivere, magari anche forse una cartolina, o firmare una ricevuta, si doveva vedere anche lì”.

“Lei ha 4 minuti e mezzo”.

“Poi ha smesso di scrivere. Mi ha guardato. Era sorridente. Era raggiante. Era appena stato felice, o comunque molto molto  “sereno”. E ancora: “Io vedo tutto calmo e piatto, Rosario, lo vedranno anche loro”.

“Ha quasi finito il suo tempo massimo, dopodiché la caccerò personalmente a pedate nel culo”.

“Bene, potrà sembrare assurdo, ma tutto stava in quelle poche ore. Lei non ha capito nulla, però. Mi dispiace. Sempre a dirmi quanto tempo manca. Tra poco è sera, e allora? Mario starà già ricominciando a scrivere…”.

“Tre minuti e mezzo, nulla più, dopodiché… ma potrei anche anticipare. Lei vuole far credere che ci fosse un qualche senso in quelle memorie di un disturbato? Il Signor Mario, non solo scrive male, ma è da ricovero, come lei! Si rende conto di quello che dice, sembra sotto effetto di droghe!

Lei è il prodotto derivato di un folle!!! Sì!!!”.

“No. Era sereno, e lo ero anch’io. Anche lei dovrebbe esserlo, anche la signora che ha detto che Mario è cambiato, e il giornalaio. Lavorava su quel tipo di materia, è solo diversa. Più riempiva quei fogli, senza lasciar spazio alla luce, ricreando in scrittura la caverna, e più ritornava a vedere calmo e piatto, e anch’io. Io stesso gli suggerivo dei punti nei quali avrei messo una G o una Q, per coprire gli spazi. Voi dovreste cercare di riscoprire, ma veramente, il silenzio, lasciarvi penetrare, come Mario, non c’è nulla di male, è un lavoro duro perché ormai c’è troppa luce, tutto sembra definitivamente sotto la luce del sole o dei teleobiettivi, delle telecamere dei flash, degli occhi che per troppo guardare bruciano quello che vedono, dei fari e delle urla. Per ritrovare le dimensioni delle cose bisogna ritornare in quella caverna…”.

“Come i trogloditi?”.

“Non mi fraintenda, bisogna riappropriarsi del buio, del vero silenzio che riempie, a suo piacimento, e non “ tappa i buchi”, non serve a paggio del clamore, delle troppe parole che bruciano…”.

“Basta così, Signor Rosario, NOI abbiamo finito. Quella con la luce verde, a proposito, è l’uscita. Vada pure, è stato molto gentile a raccontarmi questa storia. Vuole che le chiami un medico?”

A distanza di anni, a S., continua a non succedere niente.

I minatori stessi, e tra questi anche mio cugino Adolfo, non ne parlano più, forse se lo sono dimenticato. Dopo quella conversazione alla
casa editrice, ho perso molta fiducia ma Mario, si dice, continua a scrivere.

Si pubblicano ancora diversi libri di Memorie in giro per l’Italia, alcuni avranno successo, alcuni no, come il mio.”