Sinfoniette

di in: Bazar
Romano Sinfoniette

Storiella ansiogena numero 1

E adesso mi controlla pure le mutande. Dice che ne compro troppe. E me le cerca nei cassetti, fa il confronto con le sue. Chi? L’Adelaide, la madre di mio marito, mia suocera.

Mia madre sì che ne ha tante di mutande, ne ha coi pizzi, nere, colorate, di cotone, di seta. E ha anche tanti reggiseni. Ma mia madre ha il seno bello, il seno delle donne siciliane e l’ha saputo usare nella vita sua. Gliel’aveva insegnato sua madre ad usarlo, il seno, a metterlo in evidenza, non a nasconderlo, e lei lo aveva insegnato a mia sorella. A me non mi ha insegnato niente perché io di seno non ne ho. Io di reggiseno ne ho un tipo solo perché non ho il seno di mia madre. Ma di mutande no, le mutande le voglio avere e mi voglio sbizzarrire.

Dice, mia suocera dico, dice che spendo tutti i soldi, che sono una spendacciona, e che dilapido i suoi soldi. E a me mi viene di ammazzarla. Chissà, qualche giorno lo farò. Suo figlio se ne sta a letto tutto il giorno. Non lavora più. S’è messo in malattia. Gira per casa coi tappi per le orecchie. Sta sdraiato, al buio, in pigiama tutto il giorno e con i tappi per le orecchie. Quando ha voglia di sesso, cioè quasi mai, lui si rannicchia come un topolino. “Non mi schiacciare, non mi schiacciare, mi devi proteggere”, ecco che mi dice questo qua. Bell’affare m’ha fatto fare mia sorella. Se non fosse andata a quel funerale io non l’avrei conosciuto mai. Era un ragazzo bello, timido e riservato, così le era sembrato a vederlo dietro quella bara, al cimitero. Le piacque tanto, era così distinto, così silenzioso e dolce, e organizzò un incontro.Poi, per stringere i tempi, affittò la stanza dove abitavo io, perché aveva bisogno di soldi. Non sapevo più dove andare. Mi lavavo e gli asciugamani erano nella camera dell’inquilino, cioè nella mia vecchia camera. Per vestirmi dovevo andare sempre nella camera dove c’era l’armadio, cioè nella mia vecchia camera. Così mi sposai in fretta e furia, non sapendo proprio dove andare. A lui cadevano i capelli. Era un sintomo ma io non l’ho capito. Se ne stava spesso con un dito in bocca, si mangiava le unghie fino a farsele sanguinare, e lo sguardo sperso nel vuoto. Dopo la prima volta non abbiamo più fatto l’amore.

L’Adelaide, la madre, andava in giro per le case a fare tortellini e quando lavorava, quando lui era piccolo, lo teneva legato ad un tavolo perché non si perdesse e non facesse nulla di male. Questo l’ho scoperto dopo, altrimenti non me lo sarei sposato.

L’Adelaide m’insulta sempre, dice che sono stata la rovina di suo figlio. Invece io penso che sono loro, lui e lei, a essere la mia rovina. Dice che le rubo i soldi. Dice che gliel’ho portato via e che lui non c’era neanche quando è morto il padre che ha avuto la bella pensata di morire proprio quando noi siamo partiti per il viaggio di nozze. Io non le rispondo. “Tu devi parlare solo quando piscia la gallina”, così mi ha inculcato mia madre. Fai quello che vuoi, ma parla poco. Evaristo, il padre, faceva il gelataio e faceva anche delle paste molto buone. Io ne ho assaggiate poche perché come ho detto è morto presto, ma così dicono, che faceva paste molto buone. Mi ricordo che nel portone di casa una sera che tornavo c’era un uomo che si toccava il pisello e mi chiamava e mi correva dietro. Avevo dodici anni. Entrai trafelata e mia sorella mi disse: “senti Maria , se mai vedi qualche uomo che si rimescola il pisello non farci caso, non fanno del danno”, bell’aiuto che mi diede. E anche adesso che ogni tanto spio mio marito rimescolarsi il pisello tutto solo e di nascosto, davanti a qualche programma TV, io mi ripeto paziente quella frase: “se vedi qualche uomo rimescolarsi il pisello non farci caso, non fanno del danno”. Io non so se è proprio vero che danno non ne fanno, perché a me mi viene una gran rabbia, e mi monta tutto uno sconvolgimento. E compro mutande: Lovable, Roberta, Intimo Missoni, Liabel, le compro tutte, culottes e tanga, le compro e le metto da parte. Talvolta me le metto e mi guardo nello specchio e poi mi dico: ma che te ne fai? A che ti servono? Non certo a risvegliare gli istinti del dormiente. Ma non posso farne a meno, esco e compro. E mi sento d’improvviso più leggera.

Storiella ansiogena numero 2

Porco demonio, l’ho mangiata, ho mangiato la ciambella, e adesso che ho mangiato la ciambella la devo smaltire. La ciambella una volta mangiata mi si accumula subito nel sedere, qui proprio ai lati mi vengono due rigonfiamenti, due bugni grossi proprio come le fette che ho mangiato.

Adesso salgo le scale così la smaltisco, su e giù finché non ritorna mio marito. Lui esce la mattina e ritorna la sera.

Mio marito non lo sa che per smaltire la ciambella io faccio sopra e sotto per le scale, per ore. Non sa neanche che mi mangio una ciambella intera. Non sa neanche che so preparare la ciambella perché non gliel’ho fatta mai. La ciambella è una cosa che tengo per me. La preparo per me e me la mangio tutta. Lui non lo sa e io non glielo voglio dire. L’altro giorno ho quasi soffocato mia figlia perché ridendo stava per dire sai cosa fa mamma quando tu sei al lavoro? Zitta, taci, le ho messo una mano nella bocca e gliel’ho premuta così tanto che alla fine gli occhi erano viola e fuori dalle orbite. Mammaaaa ma che fai, sei impazzita, quasi m’ammazzavi!

Mamma mamma, ma che mamma d’egitto. È un segreto mio questo. Fatti gli affari tuoi. Sono affari miei se mangio la ciambella e non voglio che mi si depositi nel culo! Solo affari miei. Sempre e solo affari miei! Che ne sa mio marito, che vuoi che ne sappia lui che se ne va a lavorare e quando torna è bello e placido e vuole che tutto a casa sia bello e placido. Ha telefonato nessuno? E mia madre l’hai sentita? Che facciamo domenica,

andiamo a fare un giro al mare?

Ebbene, perché sia tutto bello e placido io mi devo sfogare e siccome non ho con chi farlo questo sfogo mi preparo una ciambella, me la mangio e poi faccio le scale. Ah le scale… Mentre salgo e mentre scendo scalino dopo scalino delle immagini mi passano davanti come in un film, mi salgono le rabbie e se ne vanno. Mi vengono delle frasi. Inveisco contro tutti. Ce li vorrei avere davanti per dirgli tutto, tutto quello che mi sta dentro. “Voi non sapete niente! Niente, e non volete sapere!” e “tu cali la testa e te la nascondi come gli struzzi, non domandi niente, fai finta di niente”. Vi volete difendere! E per difendere non domandate niente! Cosa c’è di meglio che non domandare, fare come se tutto andasse per il meglio, senza guardare gli occhi degli altri né le mani né i gesti. Tutti bastardi siete! Non vedete come mi avete ridotto! Tutto monta: mio padre e mia madre con quel negozio di alimentari. Mi lasciavano sempre dai miei nonni. Ecco, sono al centoventesimo scalino. Come vi siete ridotti voi! Non pensate che a fare quattrini! La scala ha quarantaquattro scalini. Coi miei nonni ci stavo bene, ero serena, finché poi i miei hanno cambiato il negozio e ne hanno comprato un altro in un altro quartiere, un negozio di elettrodomestici dalla parte opposta della città e mi hanno portato a vivere con loro. Devo farne ancora settecentoventicinque di scalini perché la ciambella non si depositi. Duecento grammi di burro ci vogliono per farla, bisogna scioglierlo bene. era un quartiere brutto, lontano. Palazzoni grigi senza balconi e senza un albero. Gli alberi cresceranno. Ma qui non conosco nessuno, almeno dai nonni… Troppo lontano i nonni, dall’altra parte della città. Posso prendere l’autobus. Troppo pericoloso l’autobus. I miei al negozio, io da sola. A cinema non ci vado mai, nessuno mi porta al cinema così per vedere delle immagini io salgo e scendo le scale. Mi si affollano nella testa tutta una serie di persone, di facce che parlano, si abbracciano, camminano, parlano, vanno, e grandi spiazzi deserti, colline e mari. Quando suonarono alla porta andai ad aprire. Mille scalini quattro cinque dieci volte al giorno questa è l’unica cosa che mi resta da fare. Porca miseria il cuscinetto di grasso c’è ancora, non s’è sciolto, su e giù ancora mille volte finché non scompare. Ma perché non riesco a resistere alla ciambella? Ho voluto mangiare? Non ho resistito alla tentazione e ora sono punita, espio la mia colpa. Duecento grammi di farina, due di zucchero, due ettolitri di latte, amalgamare. Potrei mettermi due dita in gola. Quando suonò quel tipo, il marito della vicina che stava al piano di sotto, io ero là da sola. Entrò. Devo correre adesso, correre in su e in giù. Lievito bertolini una bustina, scorza di limone grattugiato, zucchero, 250 grammi…mentre corro su per le scale la testa è come un frullatore, quanto tempo, quanto tempo è passato, un tempo lungo e buio, la televisione era accesa su rintintin, un lungo buio, ihuuuuuuuuuu rinti, mia madre che torna a casa, io sento male, ma perché, perché mi ha fatto male?e che cosa dire? Non lo dire a nessuno altrimenti ti ammazzo. Non lo dire a nessuno scema, tanto nessuno ti crede. Non lo sa nessuno. Trent’anni sono passati. Mai nessuno ha saputo. Io sono sporca. Non merito niente. Sono una bugiarda e nessuno mi crede. Non merito neanche id andare al cinema. Solo le scale, su e giù, giù e su. Mia madre mi portava a casa le merendine per farsi perdonare. Io mangio, se mangio mi si deposita tutto nei fianchi, nel sedere, all’interno delle cosce. Io non voglio né fianchi né sedere. Quando ho avuto mia figlia sono dimagrita dieci chili, lì sì che stavo bene. Mio marito non mi ha toccata per due anni. E io stavo bene, ero pulita. Serena. Magra e asciutta come un chiodo. Mi potevano mettere davanti anche cinquanta ciambelle fatte a mano fresche e profumate e io non le toccavo. Mio marito arriva sorride mi dà un bacio mi dice come va? Bene, bene, tanto se ti dico di no fa lo stesso. Manco mi guarda. Non si rende conto neanche di quanto stanca sono. Ho fatto cinquemilaseicento scalini. Non domanda niente. È tranquillo. Siamo felici. Una famiglia felice. Una famiglia felice in una casa felice e con le scale, tre rampe di scale. E per essere felice io devo andare su e giù per queste scale. Quando lui ogni tanto dice “avrei pensato di cambiare casa, un bell’appartamento in un condominio, senza scale, più sbrigativo da pulire, più facile per te”, mi viene da saltargli addosso e cavargli gli occhi. E dico nooooo, mi piace questo appartamento qui, ci sto bene, ci sono nate le bambine”. Scusa sai, lo facevo per te non per me…non ci pensare”. Il sabato e la domenica quando tutti sono a casa è un’ossessione, un vero inferno, soffoco; ma perché non ve ne andate a fare un giro? Averceli tutti attorno, le scale occupate, o vuote che mi aspettano e io non ci posso andare, sono controllate. Vado in cucina e mangio, afferro biscotti, merendine, marmellate, tortine paradiso, mangio e mi distendo. Non sento neanche il sapore. La domenica la ciambella non la faccio perché se no mi scoprono. Poi mi peso e mi guardo allo specchio. Di faccia, di profilo. La pancia mi si sarà gonfiata? Il sedere si è allargato. Lunedì ma perché non arrivi? E mi sento agitata. Non avevo amici quando ero piccola. Non volevo uscire quando ero piccola, mai. Quando suonano alla porta e sono sola a casa anche adesso ho paura. Io voglio tornare dai miei nonni. Perché non mi ci portate? Non apro più a nessuno. Crepino pure. I miei nonni non ci sono più. Era tanto tempo fa. Neanche loro sapevano. Non potevano immaginare. Non lo sa nessuno. Ma perché non escono? Perché non se ne vanno fuori a farsi un giro. Scusa ma perché le bambine non te le porti un po’ a passeggiare, ai giardini, io devo stare a casa ho delle cose da sbrigare. La scala, la scala, ho mangiato troppo devo smaltire, su e giù, su e giù…

Storiella ansiogena numero 3

Mi hanno portato via i miei ovini e io che faccio? Che posso fare, ditemelo che posso fare per piacere. Erano miei gli ovini, sono miei e me li hanno portati via. Ogni volta vengono, quelli là, e me li portano via. Me li portano via e poi li danno, li distribuiscono, uno a te, uno a te, uno a te, e a me? Non me ne rimane più nessuno? Bevi troppo, dice, senti che puzza fai! Ma tu non ti sei mai sentito? Ueeee dico tu non ti sei mai sentito? Senti la puzza che fai tu sotto le ascelle e da tutte le parti. Puahhhh che schifo, voi si che puzzate. Avete voglia a spruzzarvi chissà che cosa, sempre puzza fate. È la puzza di chi non ci ha più il cuore e tutto sta marcendo dentro. Bevi troppo dice, così dicevano quelli lì che sono venuti a prenderseli, tu bevi e tuo marito beve pure lui troppo. Gli ovini hanno bisogno di cura. Così dicevano. Ma li ho fatti io. Ho la pancia che brulica di ovini, io, li ho sentiti muovere , nelle vostre pance putrefatte gli ovini non ci possono stare. E poi che bevo non è vero. Non bevo io. Solo un bicchierino ogni tanto. Che male c’è? Voi non bevete? Non bevete mai?Bevete solo acqua? Ci avete le budella putrefatte e continuate a bere acqua? Ci sarà un pantano nel vostro stomaco e in quel pantano sprofonderete. Le viscere, ammuffite ce l’avete. Sono umide, mollicce e con l’umido e il molliccio gli ovini non stanno bene, stanno bene solo al calore che dà il vino.

Tutti passeggiano tranquilli. Guardali. Ognuno ha il suo ovino. Ci passeggia per mano col suo ovino cresciuto. Lo porta in giro e gli sorride. Ora sì che devo bere. Dammi un bicchiere, dài, versami da bere un gocciolino. Che c’hai da guardare? Non ti agitare, non mi guardare così, ti pago ti pago che ti credi, credi che non ti pago? Ce li ho i soldi, tienili e non mi guardare in quel modo. Sono loro che mi fanno bere. Siete voi che mi costringete a bere. Mi rubate i miei ovini. Mi rubano gli ovini,questi ladroni. La mia casa non è un ambiente adatto per gli ovini. Parlano bene loro, mica urlano come faccio io, guardano, spiegano, io capisco un accidente quando loro parlano perché non so dove le vanno a trovare quelle parole là, ma loro pure non capiscono un accidenti, e io grido e mi dibatto, prima sono buona, faccio la buona ma quando mi portano via gli ovini comincio ad urlare e mi sbatto per terra, mi ci rotolo e poi mi alzo e mi ci butto contro a testate, vorrei spaccargli quel petto che hanno tosto e duro come una corazza, no io non ve li do i miei ovini, e certo che a quel punto devo bere. Sono anni che me li portano via. Me li portano via e io li rifaccio. Almeno li tengo dentro per un po’. Come dei girini che mi vanno a spasso per la pancia. Io ne ho tanti dentro di ovini e ne farò ancora finché si stancheranno di portarmeli via. Me li portano via e io li rifaccio. Loro me li portano via e allora sì che io bevo. Bevo sì. Sono loro che mi fanno bere. Io li tengo al caldo: l’ovino Giuseppe, l’ovino giulia, l’ovino teresa, l’ovino marcello, l’ovino adelmo, l’ovino pasquale, chissà dove siete adesso. Chissà che faccia avete, che occhi avete, che capelli avete. Chissà se incontrandovi vi riconoscerei, se c’è qualcosa di me ancora in voi. Come una mosca mi fanno fare! Deporre le uova e via. Dicono che sono fetente, che dove abito è fetente. Giovanna la fetente mi chiamano, così mi chiamano. Non lo dicono chiaro ma è così che dicono. Loro me li tolgono e io li rifaccio.

Certo quella, la vedi quella, quella non è come me. Non puzza. Anche lei come voi chissà quanti litri di profumo si spruzza addosso. E anche lei non ci ha il cuore perché se ci aveva il cuore te lo dico io che gli ovini se li faceva da sola e non ci aveva la pancia putrefatta. Forse non beve, ma ci ha la pancia putrefatta e dentro di lei la vita non ci nasce. E anche quell’altra e quell’altra ancora. È a lei che avete dato i miei ovini? Ma lo volete capire che sono solo miei. Sono tutti miei. Mio diritto. Dannati maledetti schifosi voi me li togliete e io sono pronta a farne altri e ne rifarò ancora, all’infinito, nella mia pancia si riproducono e si muovono migliaia di ovini pronti ad uscire, a fare i primi passi nel mondo. Cos’avete da suonare tanto? Vabbé vabbé mi sposto. Ma che hanno da suonare tanto in questa stramaledetta città? Eh beh sto un po’ in mezzo alla strada ma che ragione c’è di fare tutto questo putiferio, rallentate un po’. Fermatevi, aiutatemi, per pietà aiutatemi a ritrovare i miei ovini, a non farmeli portare via. Tutta questa gente che corre e che non ha tempo dove lo troverà il tempo per badare ai miei ovini? Vabbé mi sposto, ma che ti sporco la vetrina? Me ne vado, me ne vado, non mi guardare con quella faccia, non rubo niente io. Piuttosto non mangio, piuttosto che toccare qualcosa di quella frutta tutta lustra che pare passata di lucido da scarpe sto digiuna, piuttosto sto senza mangiare per una settimana. Per settimane sto digiuna ma ridatemi gli ovini. Io ce l’ho il tempo, non ci ho lavoro e non ci ho fretta, non ho mai fretta io. Così loro me li portano via e io li rifaccio. Vi ho sentito, maledetti. Infermiere, dottori, assistenti sociali, dottoresse, assistenti sociali, maledetti gli assistenti sociali e chi li ha creati. E tutti quegli uffici. Non capiscono un accidenti dei miei ovini e non fanno che parlare e si spruzzano e rispruzzano per non puzzare. Inutile, tutto inutile, ascoltatemi, puzzate lo stesso e più di me. Puzzate perché puzzate dentro. E’ il cuore vostro che puzza, non lo sentite il vostro fetore. I miei ovini con me stavano bene, mangiavano, si divertivano. Che credete, che le vostre parole improfumano le vostre puzze. Vi ho sentito, vi ho sentito dire che fra poco finalmente ovini non ne potrò più fare. Noooo, vi piacerebbe, ma non vi darò pace. Sono sana io. Bevo ma sono sana, puzzo ma sono sana e qua dentro sono piena di ovini. Mi si riproducono a migliaia, li sento. Mi si muovono dentro. Non sono ancora diventata così vecchia. Questa pancia è piena di ovini. Ho la testa che brulica di ovini, e le mani e le braccia, e mi vanno su e giù lungo le gambe e i piedi. Io al posto del sangue ho gli ovini che mi scorrono. Eccoli che ritornano. Mi sbattono giù la porta di casa. Dicono: lei beve, suo marito pure. Questi ovini li prendiamo noi. Con noi staranno meglio. Saranno più protetti, Li daremo a chi di ovini non ne ha. Io rivoglio indietro tutti i miei ovini. Voglio vedere come sono cresciuti. Che occhi hanno. Anche se sono in giro senza di me sono sempre io che li ho fatti, che li ho tenuti dentro, per dio. Io ci parlavo. Io non volevo farli uscire. Dopo che mi hanno portato via i primi due, che avevano due e quattro anni, io gli altri volevo portarli sempre con me, e per questo sono scappata. E tenevo le gambe ben strette. Non uscirete. Vi terrò dentro, al caldo. Vi dondolerò e vi cullerò. Ma mi hanno ritrovata, mi ritrovano sempre, ci sono spie da tutte le parti. Io scappo e loro mi ritrovano. Io sono sola e loro sono tutti. E parlano, parlano come se sapessero tutto degli ovini. Lo sanno perché l’hanno studiato e dicono paroloni che non capisco ma non li hanno avuti nella pancia come li ho avuti io, per mesi e mesi, sono io che li conosco i miei ovini, non voi fetenti veri. Lei non può avere i suoi ovini, non può, non è sana di mente, l’ambiente non è igienicamente adatto a degli ovini. Che forse questa strada è adatta? Eh, ditemelo, che forse quei quadrati e rettangoli grigi e rossi e gialli sono adatti a fare vivere gli ovini miei? Che queste strade sono adatte? Li schiacciano gli ovini. Come mosche e come insetti li schiacciano. Sono miei gli ovini. Perché me li portate via? Forse che l’aria che respirano è diversa? Io li sento, li sento dentro, a grappoli me li sento dentro. Si muovono, annaspano, come delle ranocchie, mi fanno prurito alla pancia. Mi fanno compagnia. Devo trovare il modo di non farli uscire. Se riuscissi a resistere, a tenerli dentro a difenderli nessuno me li porterebbe via. Sono miei, sono l’unica cosa che ho, perché, perché?