Il libro diventato quasi un uomo

di in: De libris
Quint Bucholz Libro 3

In un passo di Umano, troppo umano di Nietzsche, tratto dal paragrafo Il libro diventato quasi un uomo, si legge: “È cosa che non finisce mai di sorprendere uno scrittore il fatto che il libro, non appena si sia staccato da lui, continui a vivere una vita per conto proprio; per lui è come se la parte distaccata di un insetto proseguisse il suo cammino. Forse egli lo dimentica quasi del tutto, forse si eleva al di sopra delle idee espresse nel libro, forse anche non lo capisce più e ha perduto le ali con le quali volava allora quando concepì quel libro: intanto quello si cerca i suoi lettori, infiamma esistenze e allieta, spaventa, genera nuove opere, diviene l’anima di proponimenti e di azioni, insomma: vive come un essere dotato di spirito e anima e tuttavia non è un uomo. La sorte più felice sarà toccata all’autore che, da vecchio, potrà dire che tutto ciò che è stato in lui di pensieri e sentimenti vivificanti, nobilitanti, rischiaranti, continua a vivere nei suoi scritti, e che egli stesso ormai non rappresenta che la grigia cenere, mentre dappertutto il fuoco viene salvato e propagato. Se poi si considera che ogni azione di un uomo, non soltanto un libro, diventa in qualche modo motivo di altre azioni, decisioni, pensieri, che tutto ciò che accade si annoda in modo indissolubile con tutto ciò che accadrà, si conosce la sola vera immortalità che ci sia, quella del movimento: ciò che una volta ha mosso, è incluso ed eternato nella catena totale dell’essere, come un insetto nell’ombra”.

Questo significa che lo scrittore non è ancorato in eterno alla disposizione fantastico-creativa da cui sgorgò l’opera e che è di un’impellenza assolutamente esaudibile lo scrivere sotto le esalazioni fatate o mefitiche dell’ispirazione, intesa quale idea vivente ab eterno, platonicamente preesistente, che non può essere strozzata; e che quindi qualsiasi intento programmatico, proveniente da istanze esterne, può essere eluso, a favore di quel caos interno che chiede formalizzazione e che non sempre conosce la sua fonte né la sua foce, quindi movente e destinazione. È meraviglioso creare – poesie, racconti, romanzi, dipinti, composizioni musicali – per bisogno ineludibile di esternazione, il cui ascendente è squisitamente interno, arroccato su apogei intimi, che possono non volere per nulla commistioni con la realtà. A questo proposito, vorrei ricordare un passo delle Lezioni americane di Italo Calvino, che in Leggerezza ricorda il salto di Cavalcanti (simbolo di plasticità fisica che accompagna un dire acuminato e leggero) nel Decamerone, oltre le grandi arche funebri dintorno a San Giovanni, quando la jeunesse dorée fiorentina, che se ne andava in brigate per la città, si recò là per provocarlo, visto che da loro era considerato un empio e austero filosofo, tutto incline alle meditazioni e poco alle baldorie. Cavalcanti rispose che in quel luogo potevano dirgli quel che preferivano, perché loro lì erano di casa. Così dicendo “sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fusi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se ne andò”. Qui Calvino scrive che la vera leggerezza è quella della pensosità, che può fare apparire la frivolezza come pesante e opaca. La gravità pensosa conterrebbe quindi il segreto della leggerezza, “mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’ automobili arrugginite”.

Allora: un libro che possa essere così leggero – e non si parla, si badi, di fughe dalla realtà o nell’irrazionale – da librarsi oltre il cordone del suo scrittore-scrittoio, per ritornare a quanto ricordato all’inizio citando Nietzsche, e che possa vivere quindi di vita propria, così leggero da avere le ali e fluire fra vissuti sconosciuti e animarli e allietarli e soggiogarli, non deve mai risentire della pesantezza del mondo, ma nutrirsi alle sue proprie logiche, a nuove ottiche di conoscenza e di verifica. Come si fa? Si urla e si sussurra, e al disfattismo si rompono i legamenti e alle convenzioni dell’eloquio si strappano i denti e alle imposizioni del commerciabile si fa un sorriso di sdegno. Picaresco e pindarico, fond de l’inconnu, anarchia di intenti, eloquio e ispirazioni la sanno uccidere la pesantezza del mondo che vuol attaccarsi alla scrittura. Basta respirare una boccata d’aria in più prima di entrare nei gironi inquinati, cercare sempre di fare un nodo leggero fra un emistichio e un altro che ci compongono, senza doversi per forza uniformare a una linearità che probabilmente non ci appartiene, e scalpitare a ritmo di una sardana che può essere irriverente anche senza ostentare anticonformismo e surrogati da beat.