Ogni anno, ogni volta

di in: Circolari
De-Vivo-Ogni-1

Ogni anno che torno a scuola, spesso in una nuova scuola dove mi spediscono a insegnare, i primi giorni è come se vedessi tutto per la prima volta. Quando torno a casa mi viene sempre voglia di descrivere ogni cosa che ho visto, parlo al primo che incontro di ogni cosa che mi è capitata, che ho detto o che mi hanno detto, che ho fatto, mi viene voglia di avere fiducia in tutto, anche se poi non mi è accaduto niente di particolare.

Se non trovo con chi parlare, scrivo. E devo subito dire che ogni volta che sono stato a scuola, e torno qui con la voglia di scrivere, sono passate poche ore ma mi sembra un’eternità. Tutto quello che è appena accaduto dentro un’aula o un corridoio o una palestra, ecco che mi si para davanti agli occhi della mente con l’infinità e la lontananza delle esperienze indimenticabili, ma anche circonfuso di un’aura serafica ed estranea che di solito sta solo nei sogni. Mentre sono qui, mi sento così distante dalla collega piccoletta e biondina dell’Azione Cattolica che poche ore fa mi sorrideva come una santa, dalle aule con le finestre che danno sul Vesuvio e dai ritrattini colorati dei mestieri napoletani appesi in quadretti sui muri – che mi viene in mente che forse quello che sto per scrivere è il resoconto di qualcosa che non è mai avvenuto, o di un incantesimo che mi estraniava e staccava dal mondo.

 

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Eravamo rinchiusi in un’auletta in dodici, come gli apostoli, tre maschi e nove femmine, tutti insegnanti, a fare un incontro, esordisce la collega presidentessa piccoletta e biondina, “di programmazione disciplinare che evidenzi le linee guida delle nostre intenzioni pedagogiche”.

Fuori dalla finestra rettangolare stretta e lunga suddivisa in tre parti in modo da sembrare un trittico dipinto, vedo tutto quello che è possibile vedere e sento chiaramente il mio pensiero, che raramente come ora è proprio quello che vorrei sentire. Vedo il parallelepipedo di una palazzina color rosa sbiadito, alta come una torre, appoggiata a un caseggiato cubico color crema. Palazzina e caseggiato hanno un aspetto squallido, squallidissimo, ma i loro contorni appaiono chiari e netti, stagliati nel cielo come segni su una cartolina stilizzata. Semplici volumi, semplicissime e prevedibili finestre, nessuna architettura studiata da professionisti, pacifico esito geometrico di una necessità primitiva, queste costruzioni sono tutto il contrario del discorso pedagogico contorto e astratto che sta inscenando la collega piccoletta e biondina.

Eppure, la collega e l’edificio là fuori sono nello stesso luogo, nello stesso paesaggio, nascono nelle stesse condizioni di luce, di aria, di terra: ma che differenza di postura, che abisso di incomprensione le separa! Così semplice e vano l’edificio – così leziosa e pertinente la collega piccoletta e biondina.

Sopra la palazzina in forma di torre, scorrono ampie nuvole batuffolate che occupano tutta la parte centrale della finestra trittico invasa dal cielo azzurro e immenso; intravedo, al di sotto delle nuvole, solo poche antenne e qualche canna fumaria d’alluminio con la ventola girevole. Nella parte sinistra del trittico scorgo una pendice del Vesuvio e, in primo piano, due grossi serbatoi cilindrici gialli, anch’essi sobri e modesti nell’aspetto e squallidamente chiari. In lontananza, case e casette in distesa, minuscole, punteggiano la groppa del Vesuvio e l’orizzonte. Al trittico da finestra do il titolo: “Figure geometriche con nuvole e vulcano”, e me ne sto a contemplarlo tutto il tempo, facendo finta di essere assorto in riflessioni pedagogiche.

 

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Anche se, a pensarci bene, potrei ben dire che queste mie sono pur sempre riflessioni pedagogiche – benché si tratti di riflessioni pedagogiche estetiche, da visionario, indegne di chi dovrebbe “fare le programmazioni”, è vero, e un po’ me ne sento in colpa. Vorrei redimermi. Lascio perdere il trittico allora, e vengo ai miei cari colleghi-apostoli. Proverò a farne un elenco in senso orario, a cominciare dalla mia sinistra, percorrendo un arco che passa sotto la finestra e finisce alla porta con il collega Sebastiano, del quale non conosco il cognome. Siamo dunque seduti in circolo, e la finestra in forma di trittico è come se facesse da sfondo alle nostre figure che completano così la pala d’altare. Accanto a me siede una collega conosciuta qualche anno fa: adesso è ingrassata e insegna Sostegno, anche lei come me in giro purgatoriale perenne per le scuole della provincia, con un’aria leggermente sperduta, ma serena.

 

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Prima di arrivare all’auletta stretta in cui si tiene la riunione mattutina inaugurale del nuovo anno scolastico, ho girovagato per i corridoi di questa nuova scuola dove sono stato spedito, ho visitato i piani, ho preso l’ascensore, mi sono mosso come per una casa nuova, senza sapere che cosa fare né dove fermarmi. In realtà, in questi primi giorni di settembre, nessuno sa mai bene che cosa bisogna fare a scuola, perciò spesso si va in giro così, senza motivo, come per una casa nuova. Ho visto insegnanti, in certe scuole, in servizio da diversi decenni nella stessa scuola, andare in giro tutti i giorni – non solo a settembre quindi – per piani e corridoi senza avere mai niente da fare, con aria persa e curiosa.

A fianco della collega ingrassata, è seduta un’altra collega. Quest’altra collega, poco più che cinquantenne, ha avuto una paralisi e si muove lentamente, claudicando. L’ho incontrata in portineria, ha un sorriso mite e inerte, si vede che ha avuto la paralisi da poco tempo, sta ancora abituandosi a certi movimenti ordinari. Ha bisogno di appoggiarsi per camminare, deve chiedere aiuto per qualsiasi cosa, ma ha una faccia decisa, di donna che ce la farà. Sorride forse perché è ancora sorpresa della sua nuova condizione. È un sorriso meravigliato, il suo, e la sua mitezza incanta perché è la mitezza di chi ha scoperto l’arcano, di chi ha ricevuto la rivelazione di dove si trova e perché vi si trova, e capisce ormai tutto, apprezza tutto, perfino le riunioni per “fare le programmazioni”.

Subito dopo viene la collega Scoppola , che ieri mi si è presentata spontaneamente, non so perché, stringendomi la mano in maniera ferma e facendomi subito domande burocratiche sulle cattedre e sull’orario. Aveva un’ agenda in mano, e mentre parlava con me guardava sempre da un’altra parte, con la distrazione tipica di chi si sente impegnato in qualcosa di superiore. Oggi qui alla riunione degli apostoli voleva mandarmi a fare le fotocopie: “Allora tu vai a fare queste fotocopie…”. Io a fare le fotocopie? Io sono contro le macchine, i computer e le fotocopiatrici – mi sono inventato così, su due piedi. “Sono un luddista, io!”, ho esclamato impettito e serio (ma non è vero). Lei mi ha replicato: “Ognuno ha la sua religione”. Aveva capito che ero un buddista.

 

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Lasciamo la burocratica Scoppola e arriviamo a un’altra collega seduta nello spigolo dell’emiciclo, che adesso però non riesco proprio a ricordare chi fosse, nonostante i miei esercizi di memoria. Quindi vengono altre due signore di mezza età, e al centro, assisa come la madonnina sul comodino tra figurine di santi e lumini, la collega piccoletta e biondina, con gli occhialini, sorridente perenne, bianca in viso: la nostra presidentessa, che non starebbe male con un vestito da monaca, di Madre Superiora. Mi dirà poi nel corridoio che è molto amica di una mia zia, anch’essa cattolica fervente e praticante. Anche mia zia infatti sorride sempre con quel tipo di sorrisi illuminati, da santa, caratteristici di molte donne frequentatrici di chiese e sacrestie. Si tratta di sorrisi spesso fasulli e di circostanza, ma devo dire che sul volto di mia zia, come su quello della serafica collega presidentessa, non mi danno alcun fastidio, forse solo un po’ di imbarazzo.

Invece su tutti gli altri volti di donne di chiesa, dietro i loro sorrisetti da sante, ho sempre percepito ipocrisia e clausura. Ma forse questo è un limite della mia percezione, come di ogni percezione, che quando è basata sull’affetto pretende di aver ragione, e quando invece è basata sulla frettolosa indifferenza si sente autorizzata a giudicare. È anche per questo che io cerco di scrivere sempre con concentrazione percettiva e collegamento affettivo, facendo ben risuonare nelle corde interne ogni minimo particolare: per evitare ipocrisie da narratore oggettivo e lamentele da grande moralista – altrimenti è inevitabile condannare tutto in nome delle proprie idee o giudizi. Soltanto sotto la lente dell’affetto perfino una collega bizzoca può apparire affabile con il suo sorrisetto finto, mezzo di circostanza e mezzo di sacrestia: perché anche le circostanze più infelici e le sagrestie più muffite possono essere amabili, viste da un’auletta con dodici insegnanti come dodici apostoli intorno a nessun sacrificio e a nessun olocausto, sotto una finestra che mostra che il vero paradiso sta fuori, nel trittico dietro il vetro, nelle forme colorate che si stagliano nel cielo azzurro e immenso.

 

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Gli unici insegnanti maschi presenti, come dicevo, sono tre: oltre me, un sedicente Assessore ai trasporti di non so quale Comune, dal vestiario sciatto e bolso, e il collega Sebastiano, dall’aspetto giovanile ma dall’età effettiva di 58 anni, con una marea di tic e un vestiario cupo, grigio e blu, da prete, che fa risaltare ancora di più la fede d’oro al dito. Sebastiano è inquieto, si alza in continuazione, va avanti e indietro, esce, rientra, poi alza la voce e dice solo cose nervose, in cui vibrano i nervi in maniera malata. Invece l’Assessore, giovanissimo, non parla mai, lancia soltanto occhiate alle donne, occhiate sessuali. Le donne ricambiano, qualcuna per scherzo fa battute oscene, e così la riunione per “fare la programmazione” comincia a prendere una piega più svagata, come al solito in questo tipo di riunioni, almeno da queste parti: si fanno ammiccamenti, battutacce, si urla, ci si sbraccia, si ride pesantemente, si fa la solita sceneggiata. Un po’ è un sollievo, bisogna dire, ma poiché la sceneggiata va per le lunghe, la noia, a rievocarla adesso, è notevole. Meglio riprendere le descrizioni e l’appello dei dodici colleghi-apostoli che impreziosiscono la pala d’altare della finestra.

Sul lato dell’arco formato con i banchetti dell’aula, ci sono altre tre colleghe. Una è scura di carnagione e sensualissima, sembra una turca. Un’altra è quasi nana, con due grossi nei sulla fronte. Un’altra ancora è vecchia come non ne ho mai viste in una scuola (mai viste nemmeno presidi o bidelle così vecchie). Non dicono quasi mai niente, queste tre donne, sono molto discrete, ogni tanto parlottano tra loro ma a bassissima voce. Soltanto quando è entrata la collega Ferracuti, capelli ricci e fisico bestiale, si sono animate e hanno discusso qualcosa di sanguigno. La Ferracuti sembra una boxeur perché agita sempre i pugni minacciosamente e urla, come se dovesse picchiare qualcuno da un momento all’altro.

Infine c’è una collega che mi incuriosisce molto perché parla con incredibile freddezza, quasi abbandonando le parole al loro destino, come se non fosse lei a pronunciarle, come se a parlarle fosse un altro. È intervenuta nel dibattito due o tre volte con discorsi forbiti e procaci a fare osservazioni alla collega presidentessa che leggeva la “programmazione”. Ma appena qualcuno sollevava un’obiezione ai suoi discorsi forbiti e procaci, lei subito taceva e si distraeva parlando con altri, lasciando sospesi nell’aria i pensieri, che così perivano e svanivano come per carenza d’affetto, per mancanza d’attenzione da parte della loro stessa genitrice. Pensieri e parole detti tanto per dire, si scopriva allora, ben fatti ma frutto del disamore, e perciò abbandonati senza alcuna pietà a un destino di indifferenza. Non bisognerebbe mai comportarsi così con le parole e i pensieri.

 

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La collega bruna che sembra una turca mi ha fissato in un momento di pausa con occhi di fuoco, ma io ero molto più attratto dal mio trittico, magari un’altra volta le restituisco il favore. Il mio trittico verso la fine della giornata scolastica si presenta così: cielo immenso e azzurro senza più nuvole; palazzina e caseggiato con i colori più sbiaditi da un sole più alto; tante piccole antenne che fanno capolino dai bordi della finestra; la pendice del Vesuvio che, come tutte le cose troppo lontane, va sfumando nella foschia settembrina di mezzogiorno.

 

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Suona la campanella, usciamo finalmente, per oggi abbiamo finito. I dodici apostoli sbaraccano in attesa di altre convocazioni amene. Sbaraccano in fretta e furia come sempre, come se fosse suonato un allarme, spostando banchi e sedie senza risparmio di rumori. È come se all’improvviso la pala d’altare si fosse animata nei suoi personaggi, che fuggono via sbalzati dallo sfondo di cielo azzurro immenso e figure geometriche rosa e gialle. Fuggono i personaggi, anche se per fortuna resta il sottofondo della finestra in forma di trittico, che potrò contemplare a piacimento nelle ore buche che mi aspettano nei prossimi mesi.

 

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L’impulso a scrivere di cui dicevo all’inizio, l’impulso che mi viene quando esco da scuola i primi giorni, forse può venire a chiunque in seguito a uno scampato pericolo, dopo il suono di una campanella o di un allarme – ovvero di una campanella che altro non è che un allarme che invita a mettersi in salvo. E solo quando ci si sente salvi, si avverte veramente il bisogno di raccontare quello che abbiamo patito, riuscendo ad avere una fiducia nelle parole che in altre occasioni non abbiamo mai, o è più difficile avere. Un po’ come se si fosse cascati in un burrone profondissimo, ma si scoprisse, risalendo o destandosi, di essere miracolosamente illesi: è così che mi sento, che sento l’uscita da scuola soprattutto i primi giorni dell’anno scolastico. Non credo ci sia altra interpretazione plausibile per quello che ho scritto qui.

 

[Questo testo è stato pubblicato, in forma leggermente diversa, nel volume di Enrico De Vivo Divagazioni stanziali, QuiEdit 2009]