Vita di un poveruomo

Ulrich Bräker tradotto da Mattia Mantovani

di in: Bazar
braeker

Introduzione dell’autore

 

Per quanto io abbia in odio le introduzioni, mi corre l’obbligo di anticipare qualche parolina prima di imbrattare questi fogli con chissà quali scarabocchi. Cosa mi spinge? La vanità? Senza dubbio, se ti ha preso la smania di scrivere, anche se la mia intenzione è quella di fare una scelta delle mie tante carte, che talora guardo io stesso con avversione. Il mio desiderio è di ripercorrere i giorni della mia vita e fissarne qui gli avvenimenti più singolari. Si tratta di presunzione, di amor proprio? Senza dubbio! E tuttavia farei un grande torto a me stesso se non ravvisassi anche altre motivazioni. In primo luogo, il desiderio di rendere lode al Signore, al mio amorevole Creatore e Padre, del quale io sono figlio e creatura non meno di Salomone e Alessandro. In secondo luogo, l’amore che provo per i miei figli. Non so davvero cos’avrei dato per ricevere anch’io una storia così dal mio padre buonanima, vale a dire una storia della sua vita e dei sentimenti che ha portato in cuore. Ebbene, potrebbe essere lo stesso anche per i miei figli, e quindi questo libricino potrebbe risultare loro più utile di ciò che potrebbero ricavare se dedicassi al lavoro il poco tempo che mi occorre per scriverlo. Ad ogni modo, se anche così non fosse,  è per me motivo di gioia innocente e di straordinario diletto il fatto di ripercorrere la mia vita. Non che pensi che il mio destino possegga agli occhi degli altri qualcosa di raro e di meraviglioso, e men che meno penso di essere una creatura prediletta dal cielo. Ma se anche lo pensassi, si tratta forse di un peccato? Sono proprio convinto di no! È pur vero che la mia storia mi appare sufficientemente bizzarra, e sono straordinariamente felice che la Provvidenza eternamente saggia abbia voluto guidarmi fino a quest’ora della mia vita. Che gioia tornare col ricordo soprattutto ai giorni della mia giovinezza, ripercorrendo tutti i passi che ho mosso da allora nel mondo! Certo, mi viene da rabbrividire se ripenso alle tante volte che ho inciampato per colpa mia. Può darsi che questi punti li sfiori soltanto. Ma a chi sarebbe di giovamento una completa confessione  dei miei peccati? Nutro infatti la speranza che il mio Padre misericordioso e divino Salvatore abbia accolto la mia sincera contrizione e me li abbia amorevolmente rimessi. Ah, il mio cuore arde di intima devozione al ricordo di taluni episodi nei quali inizialmente non ravvisai la mano del Signore, che invece successivamente riconobbi e avvertii con chiarezza.  Ebbene, figli, amici, persone care! Giudicate tutto e tenete per voi la parte migliore.

I. I miei antenati

Di loro so pochissimo, il che è raro che accada. Certo, so di aver avuto un padre e una madre. Con mio padre buonanima ho trascorso molti anni, e mia madre vive ancora. Quanto al fatto che i miei genitori abbiano avuto a loro volta dei genitori, posso solo immaginarlo, perché non li ho mai conosciuti e non so nulla di loro. So soltanto che mio nonno si chiamava Michael Bräker ed era di Käbisboden, e che mia nonna, della quale non ho mai saputo né il nome, né il luogo d’origine, morì mettendo al mondo mio padre, il quale venne adottato da un cugino senza figli, J. W. di Näppis, nel comune di Wattwil, che io considerai sempre insieme a sua moglie il mio vero nonno e che amai in quanto tale, mentre loro mi considerarono quasi sempre come un nipote vero. Ho conosciuto molto bene, invece, i miei nonni materni: erano Ulrich Zuber ed Elsbeth Wäspi della Laad nei pressi di Wattwil.

Mio padre visse tutta la vita in povertà. Io stesso non ho mai avuto gente ricca tra i miei amici. La nostra famiglia appartiene alla classe dei beneficiari dello «stipendio»1. Se ad esempio io o un mio discendente volessimo avviare un nostro figlio agli studi, costui si vedrebbe assegnati 600 fiorini. Fino all’anno scorso è stato un mio cugino di Kappel ad amministrare questo capitale. Ma io personalmente non so di nessun Bräker che abbia studiato. Mio padre beneficiò per anni di una rendita agraria, ma poi, in seguito ad una riforma, ne fu privato insieme ad altre famiglie che, come la sua, non possedevano sufficienti attestati che ne giustificassero il godimento. Per quanto invece riguarda il beneficio dello stipendio, era tutto in regola, sebbene io stesso non sappia come venne istituito questo beneficio e quale dei miei antenati abbia contribuito alla formazione del fondo.

Vedete dunque, figli miei, che non c’è motivo di essere orgogliosi dei nostri avi. Tutti i nostri amici e parenti sono gente povera, e anche a proposito dei nostri antenati non ho mai sentito nulla di diverso. Per quanto mi risulta, nessuno di loro ha mai ricoperto nemmeno la più modesta carica pubblica. Il fratello di mio nonno era sagrestano in quel di Kappel, e suo figlio amministrava il beneficio dello stipendio. Questo è tutto ciò che so a proposito della nostra vasta parentela. Possiamo quindi ritenerci immuni da quella spocchia che si impossessa di tanti poveri balordi che hanno parenti ricchi e altolocati, anche se poi questi ultimi non li degnano neanche di uno sguardo. No, per quanto ne so, grazie a Dio, nessuno di noi Bräker è afflitto da questa piaga! E potete ben vedere, figli miei, che nemmeno io ne sono afflitto, perché in caso contrario avrei quantomeno cercato di ricostruire meglio il nostro albero genealogico.  So che mio nonno e mio padre erano povera gente che aveva poco di che sfamarsi. So che mio padre non ereditò un solo centesimo, che le ristrettezze lo angustiarono per tutta la vita e non di rado si trovò a gemere sotto il peso peraltro non rilevante dei debiti. Ma è proprio per questo motivo che non mi vergogno affatto dei miei genitori e dei miei nonni. Anzi, ne sono piuttosto orgoglioso, perché malgrado fossero poveri non ho mai sentito che tra di loro ci sia stato qualcuno che abbia dovuto fare i conti con la giustizia a causa di un ladrocinio o di qualche altro crimine. Per quanto ne so, tra di loro non ci furono mai viziosi, crapuloni, bestemmiatori e calunniatori.

So invece che tra di loro ci furono persone probe, che si procuravano di che vivere in maniera onorata e onesta e non andavano in giro a mendicare. Quelli tra di loro che ho conosciuto di persona erano gente costumata, devota e di animo mite. E’ per questo che ne sono orgoglioso e desidero che lo siate anche voi, figli miei! Desidero che non si offuschi questa reputazione ma che anzi si cerchi di perpetuarla. Ed è precisamente con questo intento che desidero rendervi nota questa storia della mia vita.

II. Il giorno in cui nacqui (22 dicembre 1735)

Fu un giorno importante per me. Mi si disse che ero venuto al mondo prima del tempo e che quindi i miei genitori avevano dovuto renderne conto2. Può darsi che abbia nutrito il desiderio di vedere la luce già nel grembo di mia madre, perché questo desiderio di luce mi ha accompagnato per tutta la vita. Sono stato il primogenito di mio padre, e lo ringrazio anche ora che è polvere! Era un uomo irruente e sanguigno. Ho pensato migliaia di volte a questa sua indole, e talora avrei preferito un’altra origine, quando violente passioni mi si agitavano in petto e mi costringevano ad ardue lotte per dominarle. Però, una volta passata la bufera e la tempesta, tornavo a ringraziarlo per avermi trasmesso quel focoso temperamento in virtù del quale ho potuto godere più intensamente tante gioie innocenti.

Ebbene, venni al mondo quel 22 dicembre. Mio padre mi diceva spesso di non aver provato alcuna gioia, perché ero un esseruccio gracile con nient’altro che due gambette e la pelle tutta raggrinzita. Eppure giorno e notte cacciavo strilli così terribili che mi sentivano anche nel bosco. Spesso, quando in seguito mio padre mi ha raccontato di questi miei strilli, mi sono infuriato e ho pensato che in fondo anche gli altri neonati avranno strillato allo stesso modo. Mia madre, però, gli dava sempre ragione. E sia!

Il battesimo ebbe luogo a Wattwil il giorno di Natale. Sono sempre stato molto felice di aver ricevuto il battesimo proprio nel giorno in cui si festeggia la nascita del nostro Altissimo Salvatore. Si tratta forse di una gioia da poco. E allora? Ce ne sono anche di più puerili. I miei padrini furono Hans Georg Hartmann di Kappel, Au, e Annemarie Müller delle Schomatten, una vasta zona agricola tra Wattwil e Lichtensteig. Lui era un ricco scapolo dal sangue caldo, lei una graziosa e benestante signorina. Lui è morto scapolo. Lei è rimasta vedova ed è ancora viva.

È probabile che nei primi anni sia stato un po’ coccolato, come accade di solito con tutti i primogeniti, ma è pur vero che mio padre prese ben presto a trattarmi con la frusta. Mia madre e mia nonna mi proteggevano. Mio padre stava poco in casa perché lavorava alla bollitura del salnitro qua e là nella regione e nei paesi vicini. Quando tornava a casa, mi pareva un estraneo, e io gli stavo alla larga. Il buon uomo la prese male, e tentò di addolcirmi con la frusta. Molti giovani padri commettono la sciocchezza di pretendere dai primogeniti lo stesso attaccamento che costoro rivelano nei confronti della madre. E’ una cosa che ho notato anche in me e in molti altri padri: si esige dai primogeniti una disciplina insensatamente dura, ma poi questa severità si attenua via via coi figli che seguono e infine si estingue completamente.

III. Il mio più lontano ricordo

Va da sé che non posso risalire – o scendere – con la memoria oltre il mio secondo anno di vita. Ad ogni modo, ricordo benissimo che riuscivo a scendere a gattoni lungo un sentiero pietroso per implorare a gesti qualche mela da una vecchia vicina.  Ricordo bene che dormivo poco. Mia madre, infatti, per guadagnarsi qualche soldo all’insaputa dei nonni, di notte filava di nascosto alla luce di una lanterna. Siccome io non volevo restar solo nel letto, lei stendeva un grembiule per terra, mi adagiava sopra nudo e io giocavo con l’ombra del suo fuso. Ricordo che spesso mi portava in braccio per i prati incontro a mio padre, e che io mi mettevo a strillare come un pazzo non appena lo scorgevo. Anche lui, a sua volta, si metteva a strillare perché io non volevo andargli in braccio. Ho ancora vivi davanti agli occhi la sua figura e i suoi gesti.

IV. Condizioni dell’epoca

I generi alimentari, in quel periodo, erano a buon mercato, ma la gente guadagnava poco. La carestia e la guerra del 17123 erano ancora vive nella memoria. Quando mia madre ne parlava, il che accadeva spesso, io cominciavo tutto a tremare. La filatura del cotone venne introdotta nel nostro villaggio solo verso il 1740, e mia madre fu probabilmente una delle prime a filare il cotone utilizzando il mezzo chilo come unità di misura. Il nostro vicino A. F. fu il primo a vendere il filato al prezzo ad uno scellino sul Lago di Zurigo, al punto che riuscì perfino a raggranellare un ducato d’oro tutto suo. Allora si mise in proprio e, poco a poco, riuscì a guadagnare alcune migliaia di fiorini. A quel punto smise, si ritirò dal commercio e morì. Gli anni della mia infanzia furono anche gli anni in cui in paese vennero piantate le prime patate.

V. Già in pericolo (1739)

Mio padre prese a benvolermi quando indossai i primi calzoni. Talvolta mi portava con sé. Nell’autunno di quell’anno lavorava alla bollitura del salnitro in quel di Gandt, a circa mezz’ora di strada da Näppis. Un giorno portò anche me, ma siccome il tempo volgeva al brutto, mi tenne con sé anche la notte. Il capanno del salnitro si trovava davanti al casolare, e il letto si trovava nella cucina. Mio padre mi ci adagiò, mi accarezzò e mi disse che presto si sarebbe coricato anche lui. Intanto continuava a tener desto il fuoco sotto le caldaie. Io mi addormentai.

Poco dopo mi svegliai e lo chiamai. Nessuna risposta. Mi alzai, sgambettai in camiciola da notte fino al capanno gli girai intorno, chiamai e gridai, ma di mio padre nessuna traccia. Allora credetti per certo che fosse tornato a casa da mia madre. Indossai in fretta i calzoncini, mi avvolsi la sciarpina intorno alla testa e cominciai a correre per il lungo prato che confinava col capanno. Era una notte di pioggia, e c’era un buio pesto. Alla fine del prato, c’era un torrente impetuoso che spumeggiava attraverso una forra. Non riuscii a trovare il ponticello, ma volli passare ad ogni costo per tornare a casa, a Näppis. Fu allora che inciampai su un tronco d’albero e caddi nel torrente, le cui acque presero subito ad ingoiarmi. Ero disperato, e feci appello a tutte le mie forze di bambino. Fortunatamente riuscii a salvarmi. Riguadagnai il prato a gattoni, avvinghiandomi ad arbusti e cespugli, poi mi misi a correre alla cieca senza riuscire a trovare il casolare. All’improvviso il vento apri uno squarcio tra le nubi e io vidi due figure in cima ad un albero. Erano forse dei ladri di mele o di pere. Mi rivolsi a loro, chiedendogli di indicarmi la strada. Nessuna risposta, niente! Forse mi avevano scambiato per uno spettro, e non è da escludersi che loro, lassù in cima all’albero, tremassero più di me che, poveretto, mi trovavo in mezzo al fango.

Nel frattempo, era tornato mio padre, il quale mentre dormivo era andato a prendere qualcosa in una casa lì nei dintorni. Non trovandomi, mi aveva cercato in tutti gli angoli dove mi sarei potuto nascondere, non trascurando di accendere la lanterna per dare uno sguardo nelle caldaie che bollivano. Infine udì le mie grida, ne seguì la direzione e ben presto mi trovò. Ah, come mi strinse al petto, come mi baciò, e quante lacrime di gioia versò ringraziando il buon Dio! Non appena tornati al casolare, mi lavò e mi asciugò. Ero bagnato fradicio e tutto coperto di melma. Inoltre, per la paura, me l’ero anche fatta addosso. Il mattino seguente mi condusse per mano nel prato. Dovevo indicargli il punto dove ero inciampato e scivolato. Ma io non lo trovai. Alla fine fu lui stesso a scoprirlo seguendo le tracce che avevo lasciato scivolando. Allora, tutto terrorizzato, si portò le mani al volto, pensando al pericolo che avevo corso. Poi ringraziò e lodò la mano di Dio che, lei sola, aveva potuto salvarmi. «Vedi», mi disse, «ancora pochi metri e il torrente si precipita contro le rocce. Se l’acqua ti avesse travolto, adesso saresti laggiù sfracellato!». Di tutto questo, allora, non capii una sola parola. L’unica cosa della quale ero consapevole era la paura, non il pericolo. Furono in particolare le due figure sull’albero che mi apparvero davanti agli occhi per molti anni, non appena si parlava di questa vicenda. Oh, Dio mio! Quanti bambini morirebbero miseramente se i tuoi angeli custodi non vegliassero su di loro! E con che affetto anche il mio ha vegliato su di me! Ti rendo lode e grazie ancora oggi e per tutta l’eternità!

  1. Si tratta di un fondo creato nel 1601 da un gruppo di abitanti del Toggenburgo (tra i quali un Bräker) per finanziare annualmente gli studi in teologia di due discendenti maschi dei fondatori. Il fondo fu creato perché i protestanti del Toggenburgo, soggetti all’abate principe di San Gallo, trovavano sempre maggiori difficoltà nell’esercizio della propria fede e consideravano uno svantaggio il fatto che i propri Pastori non fossero quasi mai autoctoni.  
  2. I rapporti prematrimoniali, per quanto abbastanza frequenti nelle zone di campagna, erano severamente proibiti e potevano comportare un’ammenda fino a sei fiorini oppure il carcere a pane e acqua.  
  3. Si tratta della cosiddetta guerra del Toggenburgo o guerra del ’12, causata dall’oppressione esercitata dall’abate principe di San Gallo nei confronti degli abitanti di fede protestante di Wattwil. Berna e Zurigo si schierarono dalla parte dei rivoltosi, mentre altre città più piccole, di fede cattolica, si schierarono dalla parte dell’abate. La fine della guerra fu sancita il 25 luglio 1712 con la pace di Aarau.