All’avventura, lontano dalla tristezza

Intervista con Francesca Andreini, autrice di "Nessuno ti può costringere" (QuiEdit 2009)

All'avventura lontano dalla tristezza

GP: Marianne Schneider, all’inizio della sua prefazione, dice che il suo romanzo si legge con i cinque sensi. Questa frase mi ha molto colpito; cosa significa esattamente?
FA: Trovo affascinante esplorare tutte le dimensioni offerte dalla realtà e restituirle attraverso il linguaggio. Non volevo scrivere una storia bidimensionale in cui un personaggio agisce e parla solamente. Mi sembrava limitativo; e allora non ho descritto solamente Gino che cammina per strada, per esempio, ma ho cercato di ricreare le sensazioni che gli dà quel camminare. E fa molta differenza se, mentre cammina, Gino ha la pancia piena o vuota, se l’aria che respira è profumata o puzzolente, se il vento gli porta o meno il suono degli uccelli…

 

GP: Gino, il protagonista del romanzo, è presente in tutte le scene. Tutto ruota e, direi, prende vita, intorno a lui; tutto accade seguendo l’ordine cronologico delle sue esperienze. Da cosa dipende la scelta di un intreccio così lineare?
FA: Come diceva Enrico de Vivo , il mio è “un romanzo molto poco romanzesco”. È nato come un racconto di avventure, che la rivista “Zibaldoni e altre meraviglie” pubblicava a puntate, via via che io le scrivevo. Non avevo in mente una trama precisa, non volevo esprimere un messaggio peculiare e men che meno sapevo come sarebbe finito. Scrivevo per la gioia di inventare e di esplorare il mondo attraverso le esperienze di Gino. Questa leggerezza, questa mancanza di intrecci asfissianti credo si sia mantenuta anche nella versione attuale, nonostante ci siano stati dei piccoli cambiamenti nati dalla necessità di rendere la narrazione meno “episodica”.

 

GP: Lei afferma che nel suo romanzo non c’è un messaggio, eppure il titolo sembrerebbe delinearne uno.
FA: “Nessuno ti può costringere” non è un insegnamento chiuso, l’espressione di un dogma da parte di chi ha capito come funziona il mondo. È solo un atteggiamento mentale; la voglia (che per Gino è quasi un’esigenza fisica) di non farsi chiudere in schemi di alcun genere. È la capacità, a mio avviso preziosissima, di passare indenne attraverso le esperienze della vita senza farsi “marchiare”. Gino lo sente chiaramente, a un certo punto del romanzo, dopo essere caduto in un giro di malavita e aver rischiato la pelle. In un momento in cui non riesce a liberarsi dalla sensazione di essersi “sporcato” per sempre, guardando l’alba, capisce che niente può obbligarlo “a vivere triste il resto della vita”. E da lì rinasce.

 

GP: Come definirebbe il suo rapporto con la lingua?
FA: Amo le parole. Mi piace usarle, verificarle, spingerle e associarle al limite del loro significato per vedere quali nuovi sensi riescono a raggiungere. Per il mio romanzo volevo creare un linguaggio particolare, e credo di esserci riuscita.

 

GP: In che modo?
FA: Con una specie di controcanto. C’è una melodia sottesa al testo che evoca qualcosa di lento e ancestrale; una specie di pulsare dolce e potente che si accorda alla forte presenza, nella storia, della natura e dei fenomeni naturali. Andamento melodico al quale fanno da contrappunto toni più rapidi, più taglienti che derivano da una mia rivisitazione del toscano; un dialetto che possiede alcuni giri di frase, un certo uso ellittico e quasi sincopato della sintassi che mi pareva degno di essere esplorato.

 

GP: Parliamo della storia. Da dove ha preso una trama temporalmente così lontana dalla sua esperienza?
FA: Dai racconti ascoltati nell’infanzia. Le storie di nonni, zii e genitori. Che parlavano anche di eventi molto remoti, di conoscenti e parenti lontani per epoche e nazioni. Ho ascoltato per anni, affascinata.

 

GP: La sua allora è una sorta di biografia familiare?
FA: Assolutamente no. Dai racconti dell’infanzia ho tratto atmosfere, situazioni, personalità, ma le ho poi rielaborate in eventi del tutto inventati.

 

GP: Un’operazione complessa…
FA: Non più di tanto. Nell’introduzione alle puntate pubblicate su “Zibaldoni” avevo scritto: “Provate a raccontare una fiaba a una persona che non ha la predisposizione. Gli sembrerà un’accozzaglia di assurdità. Provate a raccontare episodi seri a un bambino. Diventeranno fiabe”. Intendendo per “fiabe” le immagini dilatate, mitizzate, estremizzate, di episodi di vita più o meno eccezionali. Ecco, io non ho fatto che utilizzare queste immagini immettendole in una nuova trama.

 

GP: Lei parla però anche di eventi storici ben precisi.
FA: Sì. Ci sono, all’inizio come sfondo all’azione e poi sempre più preponderanti, l’avvento del fascismo, il colonialismo, la guerra e infine la liberazione di Firenze. Tutto ispirato, come sempre, da racconti orali; anche se poi mi sono fatta le mie brave ricerche storiche: parlando di fatti molto noti non volevo che l’attenzione del lettore stridesse contro imprecisioni grossolane. Ho preso qualche piccola libertà lì dove mi sembrava di non urtare la sensibilità di nessuno.

 

GP: Ha accennato prima ai “racconti orali”. Si sente molto l’influenza del “parlato” nel suo romanzo.
FA: Sono contenta che lei dica questo. È stato il mio sforzo maggiore: restituire la freschezza e la capacità evocativa della tradizione orale. Nonché quel piglio un po’ brusco e cinico tipico del carattere toscano. Del resto, è da lì che viene tutto: dagli episodi che mi hanno raccontato persone abituate a raccontare. Ho avuto l’immensa fortuna di conoscere le ultime generazioni spontaneamente capaci di narrare oralmente le loro storie, sia vissute, sia inventate. Ho sentito fortemente l’esigenza di sfruttare questa preziosissima occasione.