Una visione piranesiana

di in: De libris
Una visione piranesiana

Stavolta andai a zonzo nella direzione opposta, verso le ciminiere. Un sentiero, a sinistra, conduceva al terrapieno della ferrovia, proprio accanto al ponte, e qui potei vedere che uno dei binari correva alle spalle dei terreni della fabbrica; per cui al seguito, sulle traversine bruno torba.

Legname, parecchio legname !Imponenti cataste di tavole al coperto delle rimesse; in pannelli di compensato posti gli uni contro gli altri. Anche delle travi, ma poche. Tronchi colossali nel cortile, grigio elefante, perlopiù faggio, fra gli 80 e i 100 centimetri di diametro : peccato per i begli alberi. Però il materiale era tutto eccezionalmente asciutto, durante l’inverno avrebbe bruciato alla grande – Vabbè; mi tirai in piedi sospirando (al pensierodell’ammazzata per segare e spaccare tutta quella roba) e assorto uscii lemme lemme dalla recinzione, davanti alla quale erano ancora piantate, in attesa, le gambe di zebra del noto cartello : dunque era questa l’industria del legno.

Betulle da cui colava linfa. Da qualche parte (chissà quando) avevo letto che se ne può ricavare un vino. “Vino di betulla”, parola che è un sottabito donnesco, fluttuante (Ora mi diventi forbito ? E ripresi a vagolare indignato sulle traversine).

Cos’è che era ? : ah, già. Col binocolo si vedeva con precisione persino la rudimentale scala del palchetto da posta, e per un momento mi sognai lassù, dove il vento ravviava i capelli e la cute, nulla intorno se non le vette solitarie degli alberi, lucenti; Natty aveva ben ragione : le foreste sono quanto v’è di più bello ! E io ero appena quarantenne; se tutto fi lava liscio ( ? ) potevo vagare ancora a lungo per la terra deserta di uomini : non avevo bisogno di Nessuno ! –

La stazione :linda e minuta. Il rosso del vagone merci : erano là, soli e in catene, e tornai con la mente alla penultima guerra mondiale (la seconda), quando noi prigionieri eravamo rinchiusi cinquanta alla volta in quei cosi; gli olandesi ci scagliavano contro fango e pezzi di mattone, alle fiancate i rimbombi, terribili e monotoni. Su un binario secondario una piccola draisina, e per ridere vi provai le mie forze : si muoveva con relativa facilità (ma forse dava una mano la lieve discesa).

Il caravanserraglio dirimpetto : manifesti per la birra, dai colori a smalto chiassosi. Come ornamento una libreria da burla, dov’era inserita servizievolmente la chiave; spalancai uno dei libriccini : «… Che sia ammazzato / con una clava di peso doppio…» e alzai subito i tacchi. (Ancora nel corridoio sprizzavo dalle grosse labbra getti d’ilarità : forse una volta, presso gli accampamenti degli unni, ci sarà stata la “clava da guerra leggera, da 53”; come pure la “C. d. G. doppia, da 17” per i pesi massimi : due bagagli lessicali e il concionatore prende e parte ! ).

In basso : un mulino nei pressi di due begli stagni; la passatoia imputridita, ma io funambulai sulla testa delle travi. Un posticino con una tuia eccezionalmente alta, misurava almeno 15 metri; un cortile più grande; sulla sinistra la lunga fi la di rimesse e garage : ma che ci andavo a fare nelle tane degli uomini ? Per contemplare ancora i sempiterni scheletri ? Per ritrovarmi ancora a pensare : forse costui era un trippone, pago di masticare il salsicciotto della sera; questo qui un tipo leptosomico con basco e baffetti alla Menjou; quell’altro un imbecille spennacchiato, con la testa a pera; qui una verginetta di fede cristiana con o senza occhiali. E un omarino tutto d’un pezzo, con l’andatura del portalettere e una pipetta fi losofale (ma che giocava di nascosto al totocalcio). – – Minacciava pure una bella acquata, e tagliai la corda, verso il nord, alla volta del quartier generale (coprire bici e rimorchio col telo da tenda). A destra barbicava una sega circolare.

Crepuscolo : ebbi l’idea per un racconto fantastico : serpentelli velenosi, alati, che svolazzano per l’aria, specie di notte; conseguenze terribili (e trovai all’impronta un titolo polveroso :

Achamoth
ovvero
Dialoghi dei Dannati

questa è la
compiuta et ueridica relatione del uiaggio che intraprese il nauigatore napolitano Giouanni Battista Piranesi nell’autunno dell’anno 1731

alla uolta
di UUeylaghiri, la Città Inferna;

oue contienesi l’accurata descrittione del Paese et di sue genti, loro costumi (o uero malcostumi), le curiose usanze inferne, gli istituti, non che gli strani et lamentabili tormenti, sì come i singulari deuerbi che il summentouato G.B.P. in più occasioni conduce o intende, con graue pericolo del corpo e de l’animo suo; ogni cosa

su propria testimonianza,
come più fiate sacramentato,

fede facendo la narratione in lingua toscana nella sera dell’11 maggio nell’anno di gratia 1738 tenutasi et la susseguente notte di Luna piena, su la Piazza di Pesci a Napoli, in presenza del doct. iur. utr. Markmann e Volquardt, stabilitisi da lungo tempo in quelle contrade, del Past. emerit. di passaggio Stegemann, come dell’autore medesimo et d’una gran folla di gente d’ogni conditione; da poco uòlto con cura in alamanno ad uso del pubblico interessato, per sua speciale

istruttione et edificatione.)

Ha piovuto molto.

Il testo che segue è tratto dal volume “Specchi neri” di Arno Schmidt (Lavieri 2009, euro 14,50, pagg. 20-22). Lo “specchio nero” è uno strumento usato dai pittori per rimpicciolire e raccogliere, come in una palla di vetro, grandi vedute o paesaggi. Trattasi, dunque, di un riduttore in miniatura della realtà, che riporta alla mente le deformazioni prospettiche in cui si aggirano il Gulliver swiftiano o la Alice di Carroll. Lo “specchio nero”, nel libro di Schmidt, va messo assieme alla dimensione della postumanità – il mondo senza più Nessuno – su cui si stagliano gli eventi minimi e quasi insignificanti del racconto; ma anche alla bellissima, a tratti leopardiana traduzione di Domenico Pinto, che ci restituisce un narratore dedito all’osservazione di un mondo desolato e primordiale, benché postumo, colmo di vibrazioni poetiche e animistiche. Vibrazioni che, almeno in certi passaggi, pare che quasi allontanino Schmidt, senza che lui stesso se ne accorga, dai progetti di scrittura illuminista e “spaccacapelli”; o forse son proprio questi medesimi progetti a rendere possibile l’emergere di un nuovo, primitivo sguardo empatico. In ogni caso, è solo grazie alle deformazioni dello “specchio nero” – che potrebbe essere paragonato alla coppella di Giambattista Basile o a un qualsiasi oggetto magico – che lo scrittore riesce a cogliere la realtà, proponendo un modo di guardarsi in giro e di cogliere le cose più minute e nascoste che sentiamo molto vicino. Con uno sguardo che restituisce nelle giuste e vere (artisticamente parlando) proporzioni la realtà, il mondo diventa finalmente accettabile, anche il più terribile dei mondi postumani, senza più Nessuno intorno, solo con grandi silenzi dilaganti o piccolissimi suoni o fruscii. Un mondo vuoto da domenica pomeriggio d’estate, dove tutto deve ancora accadere. (E. D. V.)