Danzando tra caso e volontà. Un ricordo di Eric Rohmer

di in: Inattualità
Rohmer

È probabile che la probabilità renda sicuri?”

Pascal, Pensieri (599-908)

Il mio primo ricordo di un film di Eric Rohmer è l’immagine di una spiaggia in estate. Una spiaggia vissuta con lentezza, quasi astratta, con lo sciabordio del mare a fare da contraltare al rumore sottile dei pensieri del protagonista. Tutta una pellicola basata sul nulla di fatto, su incontri solo sfiorati, intenzioni appena rivelate, e tante, tante esitazioni. Era, allora, il ritratto perfetto dei miei vent’anni. Un film  con un linguaggio classico, eppure inedito, che ancora stentavo ad afferrare. Poi una pausa di qualche mese, fino al secondo indizio. Un piccolo ritaglio di giornale, un riquadro ai margini, in un quotidiano altrimenti spoglio, grigio. Presentava un’intera notte dedicata alla proiezione dei film di Rohmer, e un breve elenco dei titoli in scaletta. Il rituale ormai in disuso della videocassetta, che già mi era familiare, assumeva ora un sapore strano, quasi di presentimento, come ci fosse davvero qualcosa da non perdere, qualcosa di prezioso e sommesso da conservare, che si sarebbe  rivelato solo durante la  notte, col silenzio e il tempo dilatato dall’oscurità. Da allora quelle cassette le ho custodite come un piccolo tesoro. Il nastro si è rovinato, e un po’ cancellata è pure la mia grafia di allora. Ma a loro è corso il mio pensiero pochi giorni fa, a quanto le ho viste, e riavvolte per riascoltare un dialogo, e prestate infinite volte. E se dovessi pensare all’elemento naturale che più incarna la poetica rohmeriana sceglierei l’acqua, come riflesso mutevole, come  mormorio discreto, qualcosa che sfugge scivola s’incanala poi si perde in mille rivoli, sostanza imprendibile ed imprevedibile, trasparente eppure ambigua, che dell’innocenza trattiene la pura parvenza. L’acqua e il vento, che il regista ha saputo far parlare, accogliere nella sua visione, così mobile eppure fedele a se stessa, sono autentiche voci, raffigurate come autonomi controcanti accanto alle voci e i racconti dei personaggi, sui quali si è letteralmente fondata la sua lunga e originale filmografia. Rohmer dei suoi film è stato architetto, pittore, abile musicista e direttore d’orchestra, filosofo, urbanista, poeta e dotto moralista. Eppure, al di là dei tanti studi che  hanno focalizzato la solidissima preparazione teorica e i mille riferimenti colti di questo regista schivo, vicino a Kant e Pascal, cugino di Marivaux, ciò che manca, oggi, è la sua leggerezza, la leggerezza di una ripresa che non conosce forzature, né zoom, né flashback, ma segue in punta di piedi i protagonisti, lasciandoli rivelare attraverso le intermittenze della volontà, le inconsistenze dei propositi, e i corpi appena giustapposti, per lo più solo sfiorati, quasi delle composizioni di colori. Restano allora i prati e i corpi eterei eppure così concreti del suo ultimo film, di quell’Astrea e Celadon che come un meteorite è precipitato tra una produzione di massa sempre più zeppa di colpi di scena e montaggi ad effetto. E addolora pensare  che nella mia città non sia mai stato proiettato. L’ho rivisto appena pochi giorni fa, questo film “alieno”, ed è un’altra lingua, un sapore arcano eppure eterno, il suo. È come se nei suoi lungometraggi Rohmer riuscisse a rivelarci i nostri “materiali di scarto”: le esitazioni, le cose pensate e non fatte, le aspettative, i raggiri delle nostre proiezioni. Lui sapeva intessere un arazzo di queste cose infinitesime eppure così importanti, delle danze di caso e volontà, traiettorie finissime, ragnatele di segni e strade, e passi che mai incontravano ciò che chiedevano bensì altro, l’imprevisto, il benedetto imprevisto che ci porta sempre oltre noi, per fortuna. I suoi eroi e le sue eroine in bilico sembrano tutti tanti Perceval pieni di partiti presi, e lanciati, e lasciati per strada, ognuno al suo specchio infine. Mi manca sapere che non ci sarà più lui a creare quelle partiture gentili, quei drammi trattenuti eppure pieni di ironia, a districare le nostre piccole ombre. Mi manca. Ci mancherà.

Di Stefania Conte, puoi leggere anche “La quête e il racconto morale: il Perceval di Eric Rohmer”.