Curriculum vitae

Sette poesie tratte dal volume "Curriculum vitae – Poesie 1960-1968" di Gabriel Ferrater.

di in: Bazar
FERRATER

LETTERATURA

Così aggressivo, si disse un calamaro,

sono ridicolo: un fine raggio d’inchiostro

già depista questi mostri, assai poco critici.

Perduta l’abbondanza del cuore,

scoprì la voluttà formale:

mentirsi oggettività nell’arabesco

e con tutto ciò mostrarsi ancora soggettivo.

La posa orgogliosa per non celarsi troppo, la chiamò

sincerità: il timore di trovarsi

troppo esposto, sentimento dello stile.

Consegnato alla speranza che le convulsioni

dell’acqua lo favorissero,

ripose fede nel linguaggio. Morì

divorato: l’ineffabile lo tentò.

ATTRAVERSO I TEMPERAMENTI

Alcuni pini troppo sensibili si contorcono

lasciando intendere come si sentano patetici

mentre compiono questo dovere lirico

di esprimere il vento, che pure giunge limpido.

Le radici scricchiolano sorde, e i rami

esultano di dolore per proclamare

che è grave che soffi lo spirito. Il vento,

quando esce dal bosco, è tutto marcio di lamenti.

LA VITA PERDURABILE

La sera non dice nulla di oggi. Siamo già

piuttosto a domani. Fa freddo, come se

tutte le cose fossero giallo limone.

Come chi va per strada recando un pacco

senza ormai nessuna traccia di memoria

che gli possa aprire il ricordo di una vita

non oppressa dal peso del pacco,

così le mie mani, morte dal troppo

sopportare un tempo fattosi presente prima dell’ora,

non si levano per un cenno di addio. Non c’è

passato. Sì, faccio anche collezione

di giorni, ma ho solo doppioni.

PAESAGGIO CON FIGURE

Due reattori tarlano il cielo. Si arrampicano

fino a iniettare l’ago di pulviscolo

nel cuore del vasto oblio solare. A

terra, il mondo nasconde che il senno

gli sfugge ancora e gira con lenta astuzia

imperiosa: ogni verticale

s’inclina e scivoliamo ai bordi

del vivere nel cui centro ci troveremo

domani. Oggi è domenica. I mandorli

ridono nel vedersi, ancora nudi, nell’acqua

dei ruscelli che lasciano precipitare

le loro ombre verso il fondo. È il momento giusto,

tutto è perfetto e nulla possiede per intero

la sua primavera. Tutto è più

persuasivo così, sottile e traslucido.

E giacché ci crediamo, ci sentiamo ricchi.

Felici di assaporare tutti un unico sapore,

ci sembra di assaggiare il futuro. Dividiamoci

fra noialtri i giorni che verranno,

come gli spicchi di un’arancia. Tieni…

IL DISTRATTO

Certamente oggi c’erano nuvole,

ma non ho guardato in alto. È tutto il giorno

che vedo volti e pietre e tronchi d’albero,

e porte attraverso cui volti entrano ed escono.

Guardavo da vicino, non mi alzavo da terra.

Ora m’è venuto buio e non ho visto le nuvole.

Bisogna che domani me ne ricordi. L’altro giorno

ho guardato in alto, e oltre la ringhiera

di un terrazzo, una ragazza che s’era

lavata la testa – un asciugamano

sulle spalle – si passava

una, dieci, venti volte, il pettine fra i capelli.

Le sue braccia assomigliavano ai rami di un albero molto alto.

Erano le quattro del pomeriggio, e c’era vento.

JOSEP CARNER

Nella notte più profonda e buia, non voglio sentire

l’odore di maggio che fuori vibra, ed è piccola

la lampada che getta abbastanza luce

sulle pagine pallide del libro, le poesie di Carner,

che mi hai regalato ieri. Son passati due anni e quattro mesi

da quando donai questo libro a un’altra ragazza. Parole

che ho letto pensando a lei e che lei ha letto

per me e che sono del tutto nuove ora

che le leggo per te, pensando a te.

Parole che han parlato a tutti e tre e che fan

sì che ci assomigliamo. Parole che restano,

mentre variano i nostri giorni e i nostri sensi mutano,

offerte perché ritorniamo a comprenderle. Come una patria.

IDOLI

Allora, quando stavamo distesi e

abbracciati davanti alla finestra

aperta sul pendio degli ulivi (due

semi nudi dentro un frutto che l’estate

ha spaccato con violenza e che si riempie

di aria) non avevamo ricordi. Eravamo

il ricordo che abbiamo ora. Eravamo

questa immagine. Gli idoli di noi stessi,

per la sottomessa fede del dopo.

 

Queste poesie sono tratte dal volume Curriculum vitae – Poesie 1960- 1968 di Gabriel Ferrater, a cura di Pietro U. Dini, edito da Metauro (2010) nella collana “Biblioteca di poesia” diretta da Massimo Rizzante. È la prima volta che questo poeta catalano viene tradotto in Italia. “Concepisco la poesia come la descrizione, momento per momento, della vita morale di un uomo ordinario, quale io sono”, diceva Ferrater. “Quando scrivo una poesia, l’unica cosa che mi preoccupa e che mi costa sacrificio è quella di definire bene il mio atteggiamento morale, ovvero la distanza che c’è tra il sentimento che la poesia esprime e ciò che potremmo chiamare il centro della mia immaginazione. Uno dei motivi per cui scriviamo poesia è il desiderio di vedere fin dove possiamo elevare l’energia emotiva della nostra lingua, e ciò ci conduce a scegliere temi insidiosi, molto adatti a corromperci e a ottenere dai noi stessi un eccesso di partecipazione. Ma non dobbiamo consentirlo, e il dovere primario del poeta davanti a un tema è di collocarlo al suo posto, senza contemplazioni”.