Corruptio optimi pessima

Poesie di Antonio Turolo sono tratte dalla raccolta “Corruptio optimi pessima”, edita da NUOVADIMENSIONE nel 2007.

di in: Bazar
Carel Fabritius 1

DIPENDENZA

Nella tasca dei pantaloni

o al riparo dentro una borsa

non manca mai

l’amato tranquillante in un flacone.

 

Dentro il gabinetto del treno

o della sala dei professori

c’è sempre Antonio Turolo che conta

con consumata arte di drogato

le gocce del Valiu m c he discende.

 

Anche adesso,

che accarezzo la nuca della zia

o quando

un sorriso mi sfiora accattivante

sempre lì scappa il pensiero.

 

* * *

 

In un soggiorno una pendola ha scandito

per anni i giorni di noi tre in famiglia.

È un oggetto vecchio robusto e delicato insieme.

 

Quando mia zia l’aveva rinvenuto

tra le vecchie cose di mia nonna,

ricordi tramandati tra generazioni,

anche l’orologiaio –

commosso un poco e un poco incuriosito

dal suo meccanismo –

era venuto fino a casa nostra

per stabilire sul muro esattamente

l’unico punto che la faceva andare.

 

Tutto bene per un po’ di anni.

 

Un precario equilibrio

ritmava

in una scansione ordinata

i miei libri,

i cappelli della zia,

le ombre nella mente della mamma.

 

Ma

la tradizione è finita.

Io non avrò figli.

La mamma sta male, io non ho un lavoro.

La pendola è rotta.

La venderò per soldi domattina.

 

 

TREVISO UNO

a Luciano Gasper

Il Maestro

dipinge fiorellini,

mazzi di rose in vaso,

qualche paesaggio chiaro.

 

È molto popolare

nel cerchio delle Mura.

Puntuale più di Kant

due giri esatti al giorno

tra i vecchi in osteria.

 

“Cin cin felicità,

io bevo solo vino

c’era perfino nelle

tombe dei Faraoni.

Basta con quella birra

che ti farà ingrassare.”

 

Lunatico com’è

si arrabbia seriamente

se un ragazzo gli mostra

un po’ di arte moderna,

fumetti o roba astratta.

 

Soltanto la domenica

segue la santa messa

alla televisione.

Si inebria degli incensi,

dei paramenti sacri,

le musiche solenni.

 

Così un poco in ritardo

una volta a settimana

ricomincia il suo giro.

 

 

ASINO CHI LEGGE

è un vecchio scherzo, un gioco stupidino,

che da bambini tutti hanno imparato,

una piccola trappola verbale

che si disvela quando è troppo tardi

e uno c’è già ormai caduto dentro.

 

Così a volte vorrei

come disimparare la poesia

e la letteratura tutta quanta.

Meglio

un bel lavoro pratico, concreto,

mattoni campi strade affaticato

purché si fermi il tarlo roditore

che dentro me mi spinge a stare male,

fagocitando tutti i miei pensieri.

 

Ma è troppo tardi

per tornare indietro.

 

* * *

 

La ragazzina che sto per bocciare:

tredici anni al massimo,

mai visto in vita mia niente di simile

zero cultura, zero ideologia,

soltanto un’anarchia vitale originaria.

 

Si butta per terra

dice le parolacce tira i sassi

strappa quaderni e libri.

 

Le oppongo

una faccia impassibile, di bronzo.

Lei mi guarda con odio ma non sa

quanto io internamente le assomiglio.

 

Proprio nelle sue forme più perverse

l’amore mostra la sua potenza”

S. Freud

Quale tentazione sottile

quali necessarie catene

hanno indotto uno scrittore

al gioco

tutta la vita.

 

I libri antichi

spingono un mio amico

a collezionarli

senza bastargli mai.

 

Che dire poi

di quella vecchia

che proprio

non riusciva a stare

senza la musichetta

della sua radiolina!

 

* * *

 

Tu credi,

Fra Giovanni,

per i tuoi lunghi digiuni

e le elemosine

le messe le preghiere

tutta una vita

di macerazioni

di presentarti a Di

senza alcun fallo.

Chi se non me? tu dici.

 

Ma io

ti ho visto un giorno

guardare con cupidigia

un uomo potente.

 

Per quello sguardo

Fra Giovanni

tu andrai all’inferno.

 

 

Queste poesie sono tratte dalla raccolta “Corruptio optimi pessima”, edita da NUOVADIMENSIONE nel 2007. Antonio Tutolo scrive di sé nella premessa: “Mi piace giocare a carte scoperte: amo molto la poesia “narrativa”, come quella praticata qui da noi dai crepuscolari, da Saba, o, per restare tra i classici, dal grande Kavafis. Mi sarebbe difficile indicare altri modelli. Ecco: un crepuscolare nostrano, un Corazzini poniamo, con qualche tentazione pasoliniana, quando esorbita dalla propria biografia per parlare di altro, mi sembra un paradosso sufficiente a concludere una sommaria auto-caratterizzazione”.