Patria

Un testo di Primo Levi, seguito da un commento di Enrico De Vivo.

di in: Inattualità
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«Patria»: non sarà inutile soffermarsi sul termine. Si colloca vistosamente fuori del linguaggio parlato: nessun italiano, se non per scherzo, dirà mai «prendo il treno e ritorno in patria». È di conio recente, e non ha senso univoco; non ha equivalenti esatti in lingue diverse dall’italiano, non compare, che io sappia, in nessuno dei nostri dialetti (e questo è un segno della sua origine dotta e della sua intrinseca astrattezza), né in Italia ha avuto sempre lo stesso significato. Infatti, a seconda delle epoche, ha indicato entità geografiche di estensione diversa, dal villaggio dove si è nati e (etimologicamente) dove hanno vissuto i nostri padri, fino, dopo il Risorgimento, all’intera nazione. In altri paesi, equivale press’a poco al focolare, o al luogo natio; in Francia (e talora anche fra noi) il termine ha assunto una connotazione a un tempo drammatica, polemica e retorica: la Patrie è tale quando è minacciata o disconosciuta.

Per chi si sposta, il concetto di patria diventa doloroso ed insieme tende ad impallidire; già il Pascoli, allontanatosi (non poi di molto) dalla sua Romagna, «dolce paese», sospirava «io, la mia patria or è dove si vive». Per Lucia Mondella, la patria si identificava visibilmente con le «cime ineguali» dei suoi monti sorgenti dalle acque del lago di Como. Per contro, in paesi e in tempi di intensa mobilità, quali sono oggi gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, di patria non si parla se non in termini politico-burocratici: qual è il focolare, quale «la terra dei padri» di quei cittadini in eterna trasferta? Molti di loro non lo sanno né se ne preoccupano.

Ma l’Europa degli anni ’30 era ben diversa. Già industrializzata, era ancora profondamente contadina, o stanzialmente urbanizzata. L’«estero», per l’enorme maggioranza della popolazione, era uno scenario lontano e vago, soprattutto per la classe media, meno assillata dal bisogno. Di fronte alla minaccia hitleriana, la massima parte degli ebrei indigeni, in Italia, in Francia, in Polonia, nella stessa Germania, preferì rimanere in quella che essi sentivano come la loro «patria», con motivazioni ampiamente comuni, e anche se con sfumature diverse da luogo a luogo.

Fu comune a tutti la difficoltà organizzativa dell’emigrazione. Erano tempi di gravi tensioni internazionali: le frontiere europee, oggi quasi inesistenti, erano praticamente chiuse, l’Inghilterra e le Americhe ammettevano quote di immigrazione estremamente ridotte. Tuttavia, su questa difficoltà ne prevaleva un’altra di natura interna, psicologica. Questo villaggio, o città, o regione, o nazione, è il mio, ci sono nato, ci dormono i miei avi. Ne parlo la lingua, ne ho adottato i costumi e la cultura; a questa cultura ho forse anche contribuito. Ne ho pagato i tributi, ne ho osservato le leggi. Ho combattuto le sue battaglie, senza curarmi se fossero giuste o ingiuste: ho messo a rischio la mia vita per i suoi confini, alcuni miei amici o parenti giacciono nei cimiteri di guerra, io stesso, in ossequio alla retorica corrente, mi sono dichiarato disposto a morire per la patria. Non la voglio né la posso lasciare: se morrò, morrò «in patria», sarà il mio modo di morire «per la patria».

 

[Tratto da Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986]

La patria come luogo qualsiasi

di Enrico De Vivo

 

Primo Levi ha bisogno di concretizzare l’idea di “patria”, di localizzarla. Lo fa partendo dall’analisi del “termine”, per arrivare fino quasi a cancellarne la natura retorica e deterrente. La abrade con accuratezza passo passo, frase dopo frase. Vi passa sopra la carta ruvida della propria esperienza di “ebreo indigeno” in Italia, che è come dire “ebreo errante”, oppure “uomo senza patria”. Il risultato è qualcosa che quasi non si vede più, lisciato e levigato, chiaro, ma senza alcunché di rassicurante. “Se morrò, morrò in patria, e sarà il mio modo di morire per la patria”. Significa: morendo qui dove vivo, magari senza neanche capire bene come e perché ci sono finito, sarò un eroe che muore per la patria. Basterà che io sia qui, ossia nel luogo qualsiasi in cui mi è capitato di vivere in seguito a evenienze e contingenze, o a “difficoltà psicologiche”, perché io possa morire da eroe. Trascorrere la vita in un luogo qualsiasi, e ancora di più, morire in un luogo qualsiasi, è un’azione patriottica, estrema e completa. I monumenti, ma soprattutto i cimiteri; i libri di storia, ma soprattutto certi libri di finzione; le cineteche e gli archivi, ma soprattutto gli album di famiglia e gli aneddoti che ogni giorno si diffondono dalle bocche degli uomini: raccontano tutti, indistintamente, storie di gente morta “per la patria” semplicemente perché morta “in patria”.

Per illustrare quest’idea, Primo Levi suggerisce che gli ebrei – quelli “indigeni” (in Italia, in Francia, in Germania) in particolare – non sono un’eccezione, sono la regola del genere umano, dell’essere umani. E siffatti eroi, che muoiono per una patria corrispondente ai luoghi più sperduti e misconosciuti, più brutti e devastasti o più meravigliosi, più piccoli o più mastodontici, non fanno altro che morire “in patria”. Senza bisogno di armarsi e di partire, senza idee avventuriere per la testa, senza smanie di grandezza e di conquista, l’Eroe del Luogo Qualsiasi vive e muore nel qui dove vive, con senso altissimo del sacrificio. Egli, qui dove vive, si immola pagando le tasse, parlando una lingua che non è la sua, adottando costumi che non gli appartengono; e al culmine del suo cammino patriottico, gli può accadere, come accade a Levi, di incrociare la consapevolezza del suo ruolo di eroe, dimenticando per la prima volta le “difficoltà organizzative e psicologiche” di una vita passata in “eterna trasferta”. La saggezza eroica conquistata con la consapevolezza di morire “per la patria” semplicemente morendo “in patria”, è la saggezza che fiorisce nell’ordinario, nel nulla luminoso che si vede e si sente nei posti in cui viviamo, nel caleidoscopio scassato che è, ad esempio, questa nostra patria Italia. Levi arriva a questa consapevolezza in quanto “ebreo indigeno”. Noi in che modo ci arriveremo?

L’eterna trasferta della vita ha inizio e termine nel luogo in cui si vive, e del quale, senza volerlo e senza saperlo, diventeremo un giorno eroi celebrati con inni sacri, parate civili e qualche lumino. Siamo tutti morituri espatriati da chissà dove e chissà quando, in fondo siamo tutti “ebrei indigeni”. Pensate a come è morto Levi, ma pensate innanzitutto ai vostri morti: forse non tutti avevano ben capito il motivo dell’esser proprio lì, in quel luogo, ma tutti sono morti come gli eroi e i cavalieri dell’illusione di tutti i tempi, sono morti per una patria, una qualsiasi, per qualcosa la cui sostanza (tasse, lingua, costumi) sta quidove si vive, ma la cui essenza non si trova sulla terra, bensì sulla Luna di Ariosto, e sotto chissà quale forma. Perciò la festa della patria non dovrebbe essere il 17 marzo, ma il 2 novembre.

 

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