La nudità

Cinque poesie di Stelvio Di Spigno tratte da "La nudità" (Pequod, Ancona 2010).

di in: Bazar
400 colpi 2

Ai poeti del secolo 21

 

Ci sono tulipani e begonie a un chilometro da qui

un solo chilometro dall’inverno e dalla pioggia

ma io rimango a qualche metro di campeggio

fuori città, come il buon amico Saba,

che aspettava lettere di due anni prima a vuoto.

 

Non mi interessa più fare il campione

di galateo plebeo e intelligenza interessata

e solo questi fiori posso dare, tulipani e begonie

fuori stagione, strappati da un mondo sotto sale

di veleno e indifferenza che vi annienterà tutti.

 

Ma è a te che li porto questi fiori

come è vero che non c’è altro motivo

che farti entrare in questo libro facile e vicino

che ti cerca e ti trascina nel tuo mondo

non per restarti in cuore, come in fondo vorrebbe,

ma per dirti chi eri e cosa hai perso

per diventare qualcuno o qualcosa,

mentre siamo niente, fratello, siamo niente.

Continuità

Ripassando per una strada un tempo amata e conosciuta,

con amici come gli altri che in quella stessa strada

davano al mondo una figura ordinata,

un viso concluso sotto un tunnel di ricordi,

 

vedendo un uomo che ti filtra con lo sguardo

quasi del colore della ringhiera di casa,

puoi non chiederti se il tempo è passato davvero

e il povero cielo vede qualcosa di nuovo,

 

ma di te puoi pensare che un altro giorno è compiuto

che davvero c’è una gru gialla che sposta materiali

che se la notte è oscura è perché nessuno la guarda

che c’è l’asfalto dove l’auto inciampa sempre.

 

Ma di certo non sai cosa rimpiangerà domani

questo vivere ancora e per sempre,

e come sei diventato il guardiano di un oceano

in uno spazio perduto e lontano

dove pochi verranno a disturbarti

e chi ti cerca non sarà un amico.

Pratica

Se lavori a giornata con ogni tua parola

e qualcuna la perdi per caso o per strada,

è perché sono alberi o pareti, facili da dire,

e servono a chi ascolta per restare in piedi,

 

non perdiamo un compagno o un fratello

ma chi non vuole entrare nel discorso

e vuole tacere per noi e per se stesso

ramazzando e lasciandoci al futuro

per fare pulizia nella mente e nel cuore.

 

Se poi è la strada o la lingua che si perde,

ricorda che è soltanto un racconto fatto al mondo

di parole messe al centro tra legname e fascine,

e se le insegui, ti ci stanchi o le rincontri,

ci metti dell’impegno e valichi il tuo tempo

scordando nel camino la tua vita da bruciare.

Pibe de oro

Assisteremo ancora in mondovisione

alle bravure mitiche di Diego

ma non diranno che avevo nove anni quando sbarcò a Napoli

e che tutto allora sapeva di speranza anche per me

protetto dal mondo e dalla mondovisione,

senza scale da salire né niente da promettere,

solo una tavola apparecchiata con povertà e grandezza

di chi vive senza sapere come né perché

contento di aver visto la luce un altro giorno

e che un altro giorno la luce si sia accesa anche di sera,

forse non pensando che il bello sarebbe finito

come finisce un calciatore o un matrimonio

e che senza badare a me non avrei fatto molto,

solo ricordare che c’era qualcuno in mondovisione

che potevo diventare come lui,

quelle cose che si pensano a nove anni,

sotto la carezza di chi ti ama proprio adesso

e ti darebbe il mondo vero se potesse

ma non lo dice come si dovrebbe

perché niente in fondo si sa dire

e ancora meno, ancora meno, si conosce.

Verso nord

Proprio qui da Vicenza dove è la clinica dei matti

nella quale mi riposo come un vecchio già da giovane

e la parola mare non suona più come parola familiare

ma solo come distanza dai nomi portati tutti falsamente

si vede meglio come la retrovia della vita

abbia ancora bisogno di un colpo di sole

che la consegni alla pace senza tanta ripugnanza

come nel silenzio delle Prealpi in lontananza

si riascoltano i morti, ora nudi ora vestiti,

a seconda del bel tempo e del vento stizzito

o del ricordo cui manca sempre o spesso

il respiro, una devianza, un freno della mente

che lo renda preciso e incostante.

 

[Queste poesie sono tratte da La nudità (Pequod, Ancona 2010) di Stelvio Di Spigno]