In ascolto del destino

Intervista con Ivan Levrini, autore di "Semplici svolte del destino" (QuiEdit, 2011)

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D. B. Hai scritto un libro di racconti. Come mai, visto che gli editori non li vogliono?

I. L. Intanto non ho mai pensato di scrivere seguendo un genere preciso, sarei troppo indisciplinato anche solo per un tentativo, e poi, costretto a rispettare certe regole, mi sentirei in prigione. Più che altro ho seguito il bisogno di inventare delle storie che mi piacessero e di scriverle in una lingua adeguata ai personaggi e alle situazioni che pian piano venivano fuori. Quanto alla scelta degli editori di sbarazzarsi del racconto sarebbe meglio che andassero a vedere il genere in cui è grande la nostra letteratura, che secondo me è proprio la novella. Se oggi le cose stanno come dici tu mi dispiace. In altri paesi il racconto continua a essere amato. In Italia è vero che si scrivono romanzi e che il mercato li vuole, però mi sembra che in molti casi i romanzi degli scrittori italiani siano un po’ copiati.

 

D. B. Ma copiati da chi?

I. L. Non penso a un autore in particolare, però molti sanno di roba già letta, di situazioni prese in prestito da altre culture. Prendiamo ad esempio il successo del giallo. Altrove è una produzione robusta, che ha una sua tradizione, ma qui da noi ha qualcosa di orecchiato.

 

D. B. Veniamo al tuo libro. S’intitola Semplici svolte del destino e fa pensare che gli argomenti dei racconti abbiano a che fare con la vita. Io ci vedo due temi che hai trattato principalmente: uno è il tema dell’iniziazione, ad esempio quella amorosa, e l’altro è il rapporto di coppia, che non sempre sembra la migliore soluzione per l’essere umano.

I. L. In effetti la vita secondo me non smette mai di essere un apprendistato. A vent’anni non l’avevo capito e credevo che si potesse asserire qualcosa in modo perentorio, affermare questo e quello senza stare a perdere troppo tempo per imparare. Poi sono arrivati gli insuccessi, così a forza di problemi ho capito che si è sempre un po’ alle corde, e per venirne fuori non c’è altra via che affidarsi agli altri, quelli che si meritano fiducia. E vorrei anche dire che in genere sono proprio quelli che non si atteggiano a maestri. Quindi nella mente ho chiara la situazione dell’apprendista, una situazione aurorale dove tutto è possibile, dove c’è una grande apertura. Le cose mi sembrano molto più interessanti all’inizio e al tramonto. Per quanto riguarda il rapporto di coppia credo che nei miei racconti emerga una situazione di agonismo. Non so se sia così anche per gli altri, ma io ho l’impressione che nelle coppie sia inevitabile lo scontro perché da tutte e due le parti si avanzano sempre delle pretese, troppe pretese, e l’alternativa è semplice: o soccombi o lotti per sopravvivere. Non credo a un’armonia a buon mercato.

 

D. B. L’ultimo racconto è il più bello del libro, secondo me, e vorrei sapere da dove viene.

I. L. È un racconto dove anzitutto confluiscono delle voci, un coro di voci anche dissonanti che io sentivo quando ero piccolo, e che su di me hanno prodotto un’immaginazione mitica: ad esempio le speranze che avevano i comunisti di migliorare il mondo e la paura degli altri che temevano il loro miglioramento comunista, speranze e paure che io ho conosciuto bene negli ambienti che frequentavo. Poi nel racconto c’è l’ammirazione per uno zio che nonostante sia rimasto in lontananza, visto che l’ho frequentato pochissimo, per me è sempre stato un esempio di come si possa reggere ai duri colpi della vita. Insomma c’è uno sfondo di storie a cui sono legato, vengono da un mondo ormai scomparso che però ha una forte carica affettiva, per me. Forse si capisce anche da altri racconti, ad esempio quello che ha per titolo Carlomagno.

 

D. B. Tu hai una formazione filosofica. Che difficoltà hai incontrato a scrivere narrativa?

I. L. Io ho sempre avuto la tendenza a spiegarmi la filosofia con delle immagini. Devo vedere per capire. Ma ai piani alti della filosofia i concetti sono figurativamente meno visibili, e può darsi che mi sia venuto l’impulso a scrivere proprio per assecondare una naturale attitudine immaginativa. Le difficoltà sono state due: liberarsi da una lingua scolastica, e liberarsi dall’introspezione.

D. B. Dici una cosa che non viene percepita dal lettore comune, il quale di solito ammira l’introspezione; mentre anch’io penso che l’introspezione sia una grande pacchianeria, la cosa più facile da scrivere. Quello che è difficile per chi scrive è l’esteriorità. Come hai fatto a risolvere questo problema, se l’hai avuto?

I. L. L’introspezione è un aspetto inevitabile della vita quotidiana, è prezioso per sbrogliare certe situazioni complicate, permette di fare dei passi indietro che poi spesso sono dei passi avanti. Ma nello scrivere l’interiorità deve rimanere sullo sfondo, e funzionare come un motore immobile, tanto per usare una celebre figura filosofica. L’aspetto psicologico genera il movimento narrativo ma l’interesse va alle cose che succedono. La difficoltà è qui, far succedere qualcosa. È come la bellezza del cielo notturno: sta nelle costellazioni visibili, non nelle leggi che regolano i moti planetari. Certamente anche il principio di gravitazione universale ha una sua bellezza, ma è di altro tipo.

 

D. B. Ci sono degli scrittori che hai letto con ammirazione, che ti hanno fatto prendere una certa strada? So che è sempre un po’ narcisistico citare altri scrittori come fonte, ma chi ti piace.

I. L. È narcisistico perché si ha la tendenza a farsi una propria parentela e a considerarsi eredi di qualcuno. Ce ne sono parecchi che si fanno “l’albero genealogico”, come dice Baldini in Carta canta, a proposito di scrittori che mi piacciono. Fare dei nomi è quasi un orgasmo. Chi viene intervistato pensa di assimilarsi a dei modelli riusciti: se cito quello scrittore lascio intendere che sono un po’ come lui. Ma è un errore. Intanto non è detto che gli altri ti riconoscano, e poi ognuno deve trovare una voce, un tono musicale. Io sono rimasto incagliato a lungo su questo problema della voce: scrivevo ma era come se parlassi imitando un altro. A parte il fastidio, succedeva che quello che avevo da dire non usciva bene. Detto questo, degli italiani mi piacciono Malerba, Celati e Cavazzoni. Ho letto molto i russi, e poi ho avuto e continuo ad avere una mania per Thomas Bernhard, che è la più bella esperienza di lettura che si possa fare. Quando sono giù di corda apro un suo libro a caso, e a leggere anche solo una pagina ci scappa la risata.

 

D. B. Il tuo libro ha il titolo di una canzone di Bob Dylan. È importate per te la musica? Cosa ascolti?

I. L. Secondo me la musica aiuta a trovare un senso ritmico. Nella poesia è più scontato che ci debba essere questo senso ritmico, ma nella narrativa lo è meno. Bisogna distinguere fra il ritmo che lo scrittore fa vivere nel testo, e l’effetto di coesione tra frase e frase che chiunque può produrre quando vuole farsi capire dagli altri. In questo secondo caso non c’è bisogno di nessun ritmo particolare, l’importante è che le frasi abbiano un senso acquisito, riconoscibile. Ma quando si scrive è diverso. Io penso che il ritmo abbia a che fare con gli usi espressivi della lingua, con la potenza racchiusa nella sua oralità, quando la lingua è usata per esprimere una forte carica emotiva. E per avvicinarsi a questo ritmo bisogna liberarsi almeno un po’ dalle regole grammaticali. Pascoli parlava di ritmo nativo, quello che veniva dalla lingua che lui ascoltava da bambino. Per tornare alla musica, quando scrivo ascolto Bach, che non è l’ultimo arrivato. Invece delle volte sono capace di partire in macchina solo per ascoltare Van Morrison, e quando sento And the Healing has begun mi viene una carica che dura per delle ore.

 

D. B. Vorrei tornare di nuovo sul perché hai voluto scrivere della narrativa, visto che la tua radice era un’altra.

I. L. Col tempo mi sono sempre più convinto che siamo racchiusi dentro il linguaggio, è lì che conduciamo gran parte della nostra vita. Io però da bambino non mi trovavo a mio agio in questo abito: mia madre parlava male l’italiano perché aveva in mente il francese e mio padre parlava male l’italiano perché aveva in mente il dialetto. Anch’io parlavo male l’italiano, per forza, e a scuola non facevano che rinfacciarmelo. La scuola può essere la rovina dell’essere umano, ma mi fermo subito perché altrimenti prendo una deviazione che non finisce più. Dunque, la filosofia è una cosa complicata, ha una sua lingua, e io l’ho voluta imparare per farmi un po’ di chiarezza attorno. Forse ho reagito alla confusione che mi circondava da bambino. Poi ho sentito il bisogno di una lingua diversa, che dovevo imparare per raccontare le storie che man mano hanno preso consistenza emergendo da questa confusione. È un processo che va avanti ancora adesso, non si impara mai fino in fondo: questo è il lato positivo della faccenda. Quello che uno fa è solo un movimento per imparare qualcosa. Perciò bisogna stare sempre in ascolto, e giudicare poco.

 

D. B. Le idee che hanno generato i racconti vengono da esperienze autobiografiche oppure le hai inventate? Ad esempio è successo veramente che alla vigilia dell’invasione di Praga tu fossi con una ragazza cecoslovacca sulla Riviera adriatica?

I. L. Beh, nel 1968 avevo solo dieci anni e non ero tanto precoce. Però ero veramente sulla Riviera adriatica, questo sì. In un certo senso potrei dire di aver condensato nel racconto delle cose successe a degli altri, cose che avendole sentite raccontare sono diventate mie. Secondo me succede spesso così, anche nella vita di tutti i giorni. Qualcosa succede a un altro, magari la leggiamo sul giornale, e per qualche momento è come se fosse successa a noi. Certi scienziati di Parma hanno anche spiegato il perché, dipende da certi fenomeni che accadono nel cervello, e non è nemmeno una prerogativa umana, capita anche ai babbuini. Ma più che altro vorrei risponderti con le parole di un filosofo tedesco: ciò che di personale c’è nei miei scritti è falso, diceva. Ecco, secondo me c’è un gran cumulo di credenze che andrebbero rimosse intorno all’idea di individuo. Nei secoli ha fatto comodo questa idea, serviva a controllare la vita degli altri, ma più passa il tempo più mi convinco che quando uno parla ci sono centinaia di altri che parlano dentro di lui; quando uno pensa, pensa coi pensieri degli altri. E tanto per appoggiarmi a un altro filosofo, uno che disprezzava in tutto e per tutto il filosofo che dicevo prima, questo secondo filosofo era convinto che l’io fosse una dannazione. Da qualche parte ho poi letto che Satana si annida nell’anima individuale, ma lasciamo perdere queste cose.

 

D. B. Per la verità anche Franz Kafka pensava cose del genere. E tu lo citi direttamente nei tuoi racconti. È stato importante anche per te?

I. L. È un grandissimo scrittore che io leggo e rileggo, e vorrei anche sapere perché l’hanno associato a qualcosa di triste. Secondo me fa ridere, altro che triste. E per concludere il discorso di prima, direi che l’io è un povero stupido che cerca la garanzia di essere qualcos’altro, ma rimane sempre quello che è. Naturalmente, a proposito di io, resta il fatto che io sono poi contento di aver fatto questo libro. Anch’io sono soggetto alla mia dannazione. In questo libro ci sono delle situazioni e delle cose immaginate che hanno fatto parte di me proprio come individuo, e adesso sono riuscito a metterle lì fuori, visibili anche per gli altri, a chi interessa. Questo però non toglie nulla al discorso di prima, cioè che un individuo non sia qualcosa da dare troppo per scontato. E adesso che siamo in chiusura mi scuso se sono sembrato un po’ troppo vanaglorioso nel dire certe cose.