Era tutto un sogno

di in: Bazar
TEDESCHI Squalo

“Era tutto un sogno”. Quante storie d’ogni genere si concludono con questa frase? Oppure con un fatto, un’acquisita consapevolezza da parte del protagonista che fa comprendere allo spettatore che tutto ciò che ha ascoltato era solo un mero volo onirico?

“Era tutto un sogno”. Lascia l’amaro in bocca a chi ha ascoltato la storia fino alla fine. Ci si sente presi in giro, ci si sente giocati. È come se tutta la storia in cui ci si è immersi diventasse improvvisamente inutile. E vuota.

Ma c’è qualcosa di più di uno scrittore che non riesce a concludere la sua storia.

Sì, c’è qualcosa di più.

Questa è la mia storia.

Non finisce con “era tutto un sogno”, no. Questa non è la fine del mio racconto. Ne è l’inizio. E non è al passato, come i racconti che sanno un po’ di vecchio. È al presente, perché la storia inizia adesso.

È tutto un sogno. Non uno di quei sogni come si vedono nei film, in cui tutto sembra seguire una logica appartenente al mondo della veglia. È un sogno vero. Dove le persone diventano altre persone, i luoghi si trasformano in altri luoghi, e le frasi che si dicono e si sentono mantengono il proprio senso solo entro i confini del sogno, perché nella realtà perdono ogni significato. Non si tratta di sospensione dell’incredulità, ma di un ordine delle cose completamente alieno, che risponde a una logica preclusa alla mente umana cosciente.

Solo alcuni elementi irradiano una luce stabile e coerente.

Lui è uno di questi. Ed è davanti a me.

Siamo nel giardino di casa della mamma, al mare. Ma è una casa diversa, assomiglia più a un castello, ci sono strane statue di pesci su capitelli corinzi. Nicolas se ne sta là, seduto, la schiena appoggiata a una colonna. Giocherella con un piccolo squalo di gomma. Poi alza lo sguardo e mi sorride, come si sorride a qualcuno che non si vedeva da lungo tempo.

Il cuore mi si stringe, perché questo è tutto un sogno. E io non posso avvicinarmi a lui, non posso toccarlo. Ogni sguardo, ogni sorriso, ogni frase appena sussurrata svanirà al risveglio, si dissolverà come la nebbia mattutina non appena i raggi del sole imporranno il loro dominio.

Nicolas guarda davanti a sé. Guardo anche io. C’è un uomo. Un uomo alto e magro, con la pelle bianca e i capelli neri e arruffati, intabarrato in un lungo mantello nero. I suoi occhi sono neri e profondi. L’uomo fa un cenno a Nicolas, poi si avvicina a me.

“Giovane donna, io ti regalo un sogno”, mi dice con una voce che profuma di stelle e notte e luna. Un maestoso corvo dei santi tempi antichi si posa sulla sua spalla.

Chiudo gli occhi.

“Non lo voglio”, dico, “non lo voglio perché al risveglio soffrirò”.

L’uomo accenna un sorriso, poi si allontana. Scompare dietro un capitello, e nulla più.

Sospiro. Voglio che questo sogno finisca.

Nicolas si alza, ora non ha più in mano lo squalo di gomma, ma solo una rosa. Per me. Mi raggiunge.

“Ti ho aspettata per anni”, mi dice.

Io abbasso lo sguardo.

“È solo un sogno”, sussurro.

Nicolas sorride, e il suo sorriso mi fa più male di un ago che entra sottopelle.

“Sì, è solo un sogno. Ma i sogni sono veri, e sopravvivranno quando la realtà sarà ridotta a oblio”.

E poi mi tocca, mi sfiora una spalla.

Non voglio amarlo. Tutto cambia, attorno a noi. Non siamo più nel giardino del castello della mamma, ma in uno strano corridoio, un corridoio con tante macchine da cucire. E attorno a noi pesci strani e abissali nuotano nell’aria, sfiorandoci di tanto in tanto, guizzando nel loro mare. Nicolas mi porge la sua rosa.

“Prendila”, mi dice. E mi sorride ancora, e io tremo.

Prendo la rosa. È rossa e bella, e non ha spine.

“Il futuro che ci mostra il sogno non è quello che accadrà, ma quello che vorremmo accadesse. La mente popolare si comporta qui come fa generalmente: crede in ciò che desidera”.

È la voce di un uomo anziano, un uomo che sta seduto su una poltrona rossa antica. È calvo, e ha una barba folta e bianca. Porta un panciotto e un paio di occhiali. So chi è.

Nicolas lo guarda, sembra turbato.

“Non mi piace, qui”, dice.

“Quell’uomo ha ragione”, sussurro, “tu sparirai alla fine del sogno, e io piangerò per sempre.”

Nicolas mi abbraccia, e io non ho mai desiderato tanto qualcosa così intensamente. Una grossa murena ci avvolge, nuota lentamente attorno a noi.

In un ultimo, disperato barlume di razionalità mi divincolo dall’abbraccio del ragazzo che amo.

Il mondo cambia di nuovo, il sogno si evolve, e noi siamo sotto un cielo rosso in una sconfinata distesa di sabbia gialla. Ho ancora la rosa di Nicolas in mano, ed emana un profumo inebriante. A un tratto, i petali diventano tanti piccoli pesci tropicali purpurei, che in breve di dissolvono.

Nicolas mi prende per mano, e io fremo. Camminiamo in silenzio per un po’. Lui sorride. È felice.

“Ti ho aspettato tanto”, dico con un filo di voce, “ti ho aspettato ogni notte. Ma ora che sei qui, ho paura. Non è possibile fare due volte lo stesso sogno”.

Un grosso pesce scorpione emerge dalla sabbia, ci guarda, poi si alza in volo e scompare all’orizzonte.

Nicolas si ferma. I suoi occhi si incrociano coi miei.

“Allora abbiamo solo stanotte. Abbiamo solo un sogno. Ti ho desiderata per tanto di quel tempo…”.

E il sogno cambia ancora. Una metropoli gremita di strani individui ci circonda, il rumore dei clacson delle macchine mi si insinua nelle orecchie. Stringo ancora la mano di Nicolas, ma quando alzo gli occhi mi rendo conto che non è più lui. È un grande pesce antropomorfo, in giacca e cravatta. Non mi fa paura. Ciò che mi terrorizza è non avere più al mio fianco Nicolas. Mi guardo intorno. Vedo teste di pesce ovunque, una folla impazzita di passanti che si affrettano per le vie della città.
“Dove sei?”, urlo, “Dove sei? Non lasciarmi! Ti prego, non lasciarmi…”.

Mi accascio al suolo. Piango. L’ho perso. L’ho perso, e non lo rivedrò mai più.
“Le serve aiuto, signorina?”. Alzo lo sguardo. Un uomo che al posto della testa ha un polipo i cui tentacoli sembrano una lunga barba mi sta porgendo la mano.

Scuoto debolmente la testa.

“L’ho perso. Il sogno sta per finire. Lo sento”.

L’uomo si stringe nelle spalle.

“Oh, no”, dice gentilmente, “il sogno non è ancora finito. C’è ancora un po’ di tempo, prima del risveglio, signorina. Si alzi, la prego. Lo troveremo, il suo Nicolas”.
Mi asciugo gli occhi e prendo la mano della creatura, che mi aiuta ad alzarmi.

“Vede”, mi dice, “questo, come lei ben sa, è un sogno. Un bel sogno. Qui le cose non accadono, vengono fatte accadere. Ora ci pensi bene: cosa è che desidera?”
“Desidero lui”, rispondo.

“Molto bene, allora”.

E in un attimo la città, la folla e la piovra si dissolvono. Sono sdraiata sul bagnasciuga di una spiaggia al tramonto, davanti a un oceano calmo. L’acqua del mare mi accarezza, e il silenzio è rotto solo da un leggero sciabordìo, un rumore gentile. Le dita di Nicolas si intrecciano con le mie.

Mi passo la lingua sulle labbra. Avverto il sapore del mare.

Ci guardiamo e cala la notte. Una miriade di stelle che si contendono la volta celeste sovrasta l’oceano. Mi abbandono all’abbraccio salato delle acque, lasciandomi cullare come un bambino.

Nicolas fissa il cielo.

“Sai da dove deriva il termine ‘desiderio’?”.

“No”, rispondo.

“Dal latino ‘de-sidera’, che significa ‘assenza di stelle’. Perché quando le stelle non si vedono, chi guarda il cielo le vuole. Le desidera”.

Il mare continua la sua serenata, e noi rimaniamo abbracciati. La notte finirà, prima o poi. E la luce del giorno porrà fine al sonno. E quindi al sogno.

Le dita di Nicolas mi accarezzano il volto. Ci uniamo in un abbraccio caldo e disperato.

“Baciami”, sussurra Nicolas. E io lo voglio fare, perché è come se avessi vissuto fino a questo punto per dare questo bacio, per vivere questo sogno.

Il suo respiro sulla mia bocca, le sue dita sulla mia pelle. Ora neanche il mare parla più. Le nostre labbra stanno per sfiorarsi, quando il mondo inizia a spegnersi.
“No”, sussurro. Non urlo. Mi lascio semplicemente andare a un pianto silenzioso.

In lontananza, al di là della spiaggia, del mare, dell’orizzonte e del sogno iniziano già a intravedersi i primi bagliori dell’alba. Una nebbia dorata si diffonde tra noi. Diventa sempre più fitta, fino a rendere indistinguibili i contorni di tutto ciò che ci circonda.

Guardo Nicolas un’ultima volta. È spaventato, come se non capisse ciò che sta accadendo.

“È così che finisce?”, chiede con voce tremolante.

“Non uccidermi”, singhiozzo, “ti prego, non dimenticarmi”.

Poi, più niente.

Apre gli occhi. Un raggio di luce filtra dalle persiane socchiuse. Ha un cerchio alla testa.

“Oh, ben svegliato”, canticchia sua madre, passando davanti alla sua stanza, “ti sei di nuovo dimenticato la luce dell’acquario accesa”.

Nicolas si guarda intorno. È di cattivo umore, non ne conosce il motivo.

Ha fatto un sogno. Forse è per quello che si sente così triste. Tenta di ricordare cosa ha sognato. Non ci riesce. Si alza e si lava la faccia. In breve dimentica quel dubbio.

In fin dei conti, era solo un sogno.

Era tutto un sogno.