Lettera de genere

ZANGRANDO

Caro A.,

da dove nasce questa tua improvvisa insofferenza verso chi dichiara di stare “lavorando a un romanzo” o di voler finalmente, dopo due plaquette di poesia o vent’anni di lavoro dipendente o tre da blogger, “scrivere un romanzo”?

Da sempre non condividi l’uso che della parola “romanzo” fanno le persone mediamente colte del tuo tempo – le quali, d’altra parte, attraverso quell’uso dimostrano effettivamente una penosa ignoranza dell’arte romanzesca. Ma ciò fa parte del tuo snobismo, non c’entra con questo fastidio sorto di punto in bianco dalle ceneri di… di? Di quali ceneri? Ecco il punto: questo fastidio è sorto dalle ceneri di qualcosa. Ma cosa? Chi è il cadavere carbonizzato sul cui acre polverio s’innalza questa improvvisa intolleranza verso chi si accinge allo stesso tipo di opera che anche tu hai vagheggiato per anni, ma sempre rinunciandovi dopo i primi passi? Non sarà semplice, volgare invidia?

Vero è che ultimamente hai scoperto, tu che da giovane non conoscevi questo infame sentimento e che hai sempre sofferto per l’invidia altrui nei tuoi confronti, di non esserne più immune neanche tu. Ma questo ti accade solo con chi ha un lavoro intellettuale retribuito – intellettuale, non letterario. Con i paraculi che, nel girone clientelare in cui si è formata la tua coscienza critica, sono stati piazzati e adesso si mantengono facendo qualcosa di simile a quello che sarebbe piaciuto fare a te. Ma letteratura e sostentamento non hanno rapporto nella tua esistenza, e in letteratura, a dio piacendo, l’invidia continui a non conoscerla. In letteratura continui a provare solo noia o ammirazione.

È anche vero che a cominciare un romanzo sono buoni tutti, ma di portarlo a termine è capace solo chi persevera. E tu, che ti piaccia o no, non hai perseverato. Certo, la cosiddetta forza maggiore. Il lavoro per il pane, certo. La famiglia. Ma di sposarti e figliare l’hai scelto tu, mica ti è capitato. E sempre tu hai scelto di impiegare il poco tempo che ti restava per leggere e scrivere leggendo i libri che ti chiedevano di recensire o di tradurre, per poi, appunto, scriverne una recensione o farne la traduzione. Te l’ha ordinato un’autorità superiore, o perché l’hai fatto? Meglio: cosa ti spinge tutt’ora a rispondere, a ogni richiesta di una traduzione o di una recensione, «volentieri»? Cosa ti induce a dichiararti ben disposto a impiegare il tuo tempo in letture e scritture che poco o nulla c’entrano con quello che, supponiamo, vorresti veramente leggere e scrivere? Non è forse vero, invece, che ogni scusa è buona per non mettersi a fare finalmente quello che dichiariamo di voler fare?

Vuoi forse passare la vita preparandoti all’opera, senza mai farla veramente? Non hai proprio imparato nulla, a questo proposito, da Svevo e Pasternak? Vuoi forse negare che in fin dei conti allo scrivere preferisci il vivere e il leggere, e che questo condanna dal principio i tuoi propositi? Vuoi forse negare che, se fossi davvero uno scrittore, questa strada l’avresti imboccata da un pezzo e senza tanto arrovellarti?

Ma non è questo il punto. La tua insofferenza verso chi dichiara di stare lavorando o di voler scrivere un romanzo, anzi verso le dichiarazioni in sé, a prescindere da chi le faccia, non dipende dal fatto che tu non ci sia riuscito. Dipende invece da una sgradevole intuizione.
Da qualche tempo, infatti, non riesci a liberarti dell’impressione di fondo, strisciante, che tutto ciò che ha a che fare con il romanzo, così come l’hai conosciuto e lo frequenti, appartenga a un’epoca finita. E che l’ipertrofia di tutto ciò che gli si muove intorno – recensori, agenti, editori, romanzieri e aspiranti tali – non sia altro che una sorta di brulichio tardivo. In altre parole, tutti i romanzi che si scrivono e si pubblicano oggi ti sembrano ormai fuori dalla storia del romanzo, storia che temi sia ormai finita. Sicché ormai non vedi che questo: un corpo evanescente intorno al quale si affannano indaffarate masse di verbivori intenti a celebrare la propria personale appartenenza alla schiera degli intimi. Ecco, sotto più vaghe spoglie, il cadavere carbonizzato sulle cui ceneri è sorto il tuo recente fastidio: come si può essere tanto incoscienti da stare scrivendo o voler scrivere un romanzo, se il romanzo si sta estinguendo?

Estinguendo, il romanzo? La forma letteraria più adattabile di tutte? Ma dai. Non sarà piuttosto un’intuizione posticcia, la tua, volta a giustificare il fatto di non essere riuscito a portare a termine il tuo piccolo, insignificante tentativo? Non avrai fatto del tuo piccolo caso personale un destino esemplare, l’indizio di un decorso universale?

D’altra parte ognuno di noi è figlio del suo tempo, e se tu non riesci a scrivere un romanzo, potrebbe effettivamente essere non solo a causa della tua non idoneità, ma anche perché è l’epoca a indurti a fare così. Così come? A rinunciare prima. A stufarti presto. A distrarti. A leggere e scrivere ormai soltanto testi brevi o molto brevi. Brevi come un post di Facebook? Non esageriamo. Però internet c’entra. C’entra eccome. Ecco il punto. Con un salto logico poco generoso con chi ti sta seguendo, a questo punto affermi che saresti disposto ad accettare la dichiarazione di stare lavorando a un “romanzo”, o di volerlo scrivere, solo se la persona che lo dice ha una familiarità speciale con la rete e i suoi utilizzi.
Perché dici questo?

Perché hai l’impressione che la rete, quatta quatta, nel giro di dieci anni abbia cambiato radicalmente il nostro modo di leggere e scrivere, più ancora di quanto lo avesse cambiato l’avvento del computer. Pensa ad esempio a quelle webzine e a quei blog nati intorno al 2000 e che hai seguito per un decennio, i pionieri della passione online per la letteratura. Com’è che nell’ultimo paio d’anni hanno cominciato ad apparirti così superati? Per un momento hai creduto che altri siti nati nel frattempo potessero raccoglierne l’eredità, che sapessero guardare oltre quel modello, ma presto hai capito che non era così: la proliferazione di pagine, la moltiplicazione degli autori, l’accumulo di testi, l’accelerazione della lettura, l’approssimazione della scrittura, tutto questo ti respinge ormai molto più che interessarti.

Ma la cosa più grave è che la reazione più auspicabile a questa repulsione, ossia il ritorno a una passione letteraria più isolata e raccolta, non si verifica. Lontano dal computer, infatti, ti scopri irrimediabilmente cambiato: non sei più in grado di stare su un libro per ore, leggi velocemente e ti sembra di capire, ma senti di non saper più abbracciare il testo nel suo insieme, di non essere più capace di concentrarti su di esso. Tutto questo, certamente, è dovuto anche al fatto che fuori da quel libro, posto che tu abbia scelto di leggerlo per diletto, ti aspettano il lavoro per il pane, la famiglia, le recensioni, le traduzioni. Ma c’è un’altra ragione, più specifica, cognitiva, ti sembra, forse persino epistemica – o biologica. La ragione è che negli ultimi dieci o quindici anni sei mutato. Si è verificata in te, attraverso l’uso del computer e di internet, una mutazione che ti ha reso in tempo record un’altra specie di lettore, e forse di scrittore.

Un’altra specie di scrittore? Bum. La verità è che, se in te è rimasto qualcosa del talento che qualche anno fa ti riconosceva più d’uno, la navigazione lo ha ridotto a un semplice ricettore di risposte già pronte, ormai incapace di porre alla realtà delle domande originali. Insomma, nel migliore dei casi sei diventato un nuovo tipo di copista. Davvero non c’è niente di più letale, per l’immaginazione, di un browser efficiente.

E del lettore mutato, che ne sarà? È forse giunto il momento di acquistare un ebook reader? No, finché un simile marchingegno è inutilmente pensato per tutto ciò che la letteratura e il romanzo sono stati fino a ieri, con il solo effetto supplementare di costipartelo davanti. Quello che ti aspetta e cui devi andare incontro innanzitutto, ti sembra, non è un acquisto, ma una rinuncia – se non l’hai già compiuta a tua insaputa. C’è qualcosa che devi imparare a lasciarti alle spalle, perché non ti appartiene più, anche se lo ami ancora. Pensa a quello che Kierkegaard chiama il «piacere dell’interruzione», non trattare il tuo voto letterario come un simposio che si prolunghi inutilmente, quando ormai tutto è stato detto. Se il tuo è stato un atto di fede, ricorda che anche gli dèi prima o poi muoiono.

Un’ultima cosa: forse non troverai nulla ad aspettarti dopo questo lutto, nulla cui tu possa contribuire da lettore e scrittore, e questo comporterà una sottrazione di senso alla tua vita: ti conviene prepararti. A meno che tu non scelga, a quarant’anni suonati, di appassionarti ai videogames.

Tuo

Z.