Incontri domenicali

Capitolo di un lavoro in corso - W. N.

NARDON Lepr

Il grado di imponderabilità dei dettagli che concorrono alla preparazione di una visita in casa di amici – prova del nove, assieme alla gita fuori porta, di ogni legame familiare – nel caso dei suoi genitori assumeva dimensioni memorabili, cominciando ad impegnarli fin dalle prime ore del mattino domenicale e affaticandoli poi oltremisura nelle più varie occupazioni: bisogna preparare tutto, tutto deve essere pronto entro le nove. “Anna, hai preso la termos? Il regalo per Maria? Le scarpe da montagna?”. Va notato che, all’epoca di questi fatti, i ragazzi avevano ormai raggiunto un’età che consentiva loro una completa autonomia motoria: Sandra aveva sedici anni, Merkel quattordici e Peter dieci. Eppure, nella prospettiva dei loro genitori, erano ancora troppo giovani per poter contribuire alla preparazione del necessario da riporre con diligenza nel bagagliaio della familiare il cui portellone rimaneva aperto per circa un’ora e un quarto. Dovevano inderogabilmente preparare solo il loro zaino. “La tanica dell’acqua? Ah, è lì”.

Andavano a trovare un’amica di Anna che abitava in un paese di montagna a trenta chilometri da loro. Li avrebbe ospitati in casa, perciò non sarebbe stato necessario portare il fornello, l’attrezzatura da picnic con la valigia-tavolo contenente le sedie pieghevoli e il frigo portatile. Ciononostante, la preoccupazione, la noia di doversi dedicare a questi preparativi e ancor più la consapevolezza di dover considerare buttata al vento un’intera giornata festiva affliggeva diversamente i genitori: il padre, limitandolo nell’azione col pensiero delle attività che non avrebbe potuto svolgere assieme agli amici e che avrebbero previsto il bar, forse una partita a carte, sicuramente un giro in montagna e il riordino del garage; la madre, togliendole la libertà di organizzare il proprio tempo in casa, ora messo completamente in mano alla liturgia dell’ospite.

Ma c’era di peggio. Poiché la gita era giustificata dalla ragione di favorire i ragazzi, cui avrebbe fatto bene trascorrere una rara domenica tutti assieme, essa diventava clamorosamente fastidiosa, anzi molesta nel caso in cui dovesse essere affrontata senza di loro. Lì non solo i preparativi si allungavano, strisciando faticosamente dal garage verso il retro della familiare, ma l’intero viaggio – i quaranta minuti necessari a colmare la distanza verso la destinazione prefissata – si dilatava, estendendo lo spazio in una regione infinitesima e sconosciuta.

Così, mentre la macchina prendeva a salire per la strada, i due occupanti sembravano sperimentare in concreto la loro singolare, ma in fondo abituale solitudine. Se solo si fosse tracciato il segno dello sviluppo dei loro pensieri, mentre fianco a fianco guardavano in silenzio dal parabrezza, si sarebbe certo subito notato che le due linee curve si sarebbero talora avvicinate, forse fino quasi a sfiorarsi, senza però arrivare davvero ad intersecarsi per dar luogo a un insieme di preoccupazioni comuni. La loro vita coniugale, non diversa da quella di tante altre coppie di quella generazione, si articolava secondo scansioni abitudinarie ben definite che lo spazio dell’avventura fuori porta finiva per sgretolare, stendendo contro di loro la superficie marina della possibilità di una conversazione smisurata, davanti alla quale si trovavano d’un tratto senza strumenti, come se fossero finiti in una barca senza vela, né motore, né remi.

Eppure, non c’è dubbio, si erano voluti bene. Il loro fidanzamento era stato costruito affettivamente su solide basi, anche se in quell’epoca forse era mancato – a loro come a tutti – un ambito privato di conversazione, ciò cui nei secoli precedenti le lunghe lettere avevano posto rimedio in modo più o meno approssimativo, lettere che nella loro circostanza si erano concretizzate solo in occasione delle lunghe trasferte lavorative all’estero da parte di lui. Poi lei lo aveva raggiunto. Lettere sincere, piene di onestà e di partecipazione per la fatica e la speranza di un futuro insieme. Per quanto riguarda invece la conversazione in generale, si erano sempre visti in gruppo, “in compagnia” in lunghe camminate in montagna, oppure nelle trasferte di un coro di cui lei per un periodo aveva fatto parte. In mezzo a quel contesto tanto eterogeneo, la loro affinità era emersa senza indugio: era facile andare d’accordo. Le lunghe soste in macchina sotto casa di lei, prima del suo rientro, erano trascorse in un’espressione che aveva dovuto farsi largo fra l’imbarazzo e il desiderio, fra le ragioni del corpo e i timori del cogito sempre rivolto al domani.

Nonostante gli avvisi di sua madre, Anna si era legata a lui fin da subito: aveva visto in lui la possibilità di sfuggire una quotidianità già segnata, che era giunta a disapprovare nella vita zie e delle cugine, contente del poco che a quel tempo, come in seguito, la sorte avrebbe loro riservato. Sua madre, tuttavia, aveva capito fin dai primi momenti che il loro dialogo si sarebbe rivelato irto di ostacoli, un po’ per questioni caratteriali, un po’ per le loro diverse ambizioni: le aspirazioni che per lei erano sogno, infatti, e che viveva quindi teneramente abbandonata con una mano a reggersi la testa, per lui erano impegno quotidiano, disciplina, fatica. Ciò che in lei era lo svolgersi di un sentimento, in lui era determinazione, impegno. Così, nell’impossibilità di concepire un sogno tenace, che per lei avrebbe rappresentato la perdita di quel languore ospitale capace di consolarla dalla ripetitività del quotidiano, Anna era arrivata giustamente a pensare che di sogni, in gioco, ce n’erano due e che per questo ci si doveva sopportare a vicenda, senza rimettere ogni volta tutto in questione. Su questo principio elementare era cresciuta la costanza un po’ tormentata della loro vicenda familiare, al largo della quale i tre figli avevano sempre navigato a distanza di sicurezza, cercando di astenersi dall’intervenire nelle migliaia di scontri serali cui avevano dovuto assistere.

“Tua sorella Ada è proprio stanca”.

La macchina saliva per uno dei tornanti che li metteva verso l’Altipiano.

“Sì. Glielo ho detto cento volte che devono farla vedere da un medico. Non può più andare avanti così”.

“Sono stata lì lì per dirlo, ad Alberto. Poi ho pensato che se lui non avesse tirato fuori il discorso, avrei fatto silenzio”.

“D’altra parte, se non sono loro a decidere, non ascoltano nessuno. Sono fatti così.

Dimmi una sola volta che mi abbiano ascoltato in questi anni, su qualsiasi questione.”

“A proposito, Sergio mi ha detto che sabato avete un pranzo del coro: quando è che l’avete deciso?” (Anche Carlo ora faceva parte di un coro).

“Non te l’ho detto? L’altra sera, al direttivo, hanno tirato fuori questa cosa, un po’ improvvisata. Non c’è niente di impegnativo, né di confermato. Anzi, vuoi venire anche tu?”

“Per carità, che poi i ragazzi restano a casa da soli.”

Ora la strada saliva più regolarmente, con qualche curva. Sua sorella Paola le aveva detto di dover fare un intervento di impianto dentario, un mucchio di soldi, proprio adesso che i figli erano cresciuti, che si poteva tirare il fiato e magari vedersi un po’ di più, passare qualche serata assieme. Altro che coro. E invece, naturalmente, niente trasferte. Sarebbe potuta andare a trovarla da sola, proprio per queste sue difficoltà.

Prendere la corriera la mattina e tornare nel primo pomeriggio. Anzi, avrebbe potuto farlo già quella settimana, martedì. No, meglio mercoledì, che Peter tornava più tardi. Poiché la notte precedente aveva piovuto molto, sulla strada che scorreva tra i pini si alzava ancora un po’ di nebbia, di umidità residua che si disperdeva nell’aria e che faceva sperare in una giornata sgombra di nubi.

D’un tratto, da sinistra balzò fuori una lepre.

Carlo frenò di colpo, ma o l’impianto non fu sufficientemente lesto nel trasmettere la volontà del conducente alle pastiglie che mordevano sui dischi, o l’agilità della lepre si era rivelata al di sotto dell’improvvisa necessità, o più semplicemente la lepre non aveva messo in conto la possibilità di trovarsi davanti a un imprevisto di tale portata, fatto sta che dallo scontro violento l’animale fu sbalzato sulla strada qualche metro avanti per giacere riverso sull’asfalto, al di là di ogni agonia, morto sul colpo.

“O mio Dio.”

“E’ una lepre. Mi è sbucata davanti all’ultimo, non ho potuto fare niente.” Con prudenza, accostarono la macchina. Prima di scendere si guardarono come se non sapessero, non potessero accollarsi la responsabilità dell’accaduto. Questo povero incidente sembrò d’un tratto, più di quanto non avessero appreso nella loro infanzia contadina (nella quale queste cose capitavano spesso) un episodio doloroso. “E’ morta”, disse Carlo, dopo essersi chinato sull’animale. La macchina non aveva subito danni. “Vuoi che la portiamo a casa?”

“No. Oggi proprio non me la sento. Forse in un’altra occasione l’avrei presa, ma oggi non me la sento.”

Steso su un fianco, con le grandi orecchie disposte sull’asfalto, quasi una sopra l’altra, quel che restava dell’animale faceva pena. Carlo si chinò ancora ad osservare con attenzione il pelo elegante, poi lo prese in mano con fermezza mista a rispetto e lo depose poco oltre il ciglio della strada, nella scarpata con la quale il monte scendeva a valle.

Anna osservava la scena. E’ sempre così quando vuoi fare una cosa, c’è sempre qualche imprevisto. Povera bestia. Qualche tempo prima avrebbe anche potuto pensare di portarla a casa e di cucinarla, ma scendendo dalla macchina era stata presa di soprassalto da un pensiero su quello che era accaduto, come se non fosse il caso di approfittare dell’incidente. Sapeva che sia suo padre, sia sua madre in circostanze simili non ci avrebbero pensato due volte, ma in questo caso sentiva di dover lasciar correre. Anzi, d’un tratto le parve che fosse giusto agire in questo modo, che fosse un gesto per opporsi a ciò che ogni giorno la teneva in pugno. Povera bestia.

Si avvicinò al marito e si fermarono un po’ a guardare insieme il cadavere della lepre, poi risalirono in macchina.

La casa di Marina, amica di gioventù e un tempo collega di lavoro di Anna, era costituita da un normale parallelepipedo bianco disposto in verticale, uno dei tanti scatoloni che avevano inondato la provincia negli anni Settanta, privo non solo di ogni ornamento – secondo i dettami di grandi architetti quasi sempre fraintesi – ma di qualsiasi attenzione che non rispondesse alle più elementari esigenze funzionali di un alloggio: le porte si aprivano, le finestre si chiudevano, il tetto faceva il suo lavoro senza turbare gli animi con inattese e preoccupanti infiltrazioni. Per il resto, anche con l’abbassamento in porfido e un paio di aiuole sistemate davanti a rendere più gradevole l’accesso, l’insieme suscitava sempre l’impressione di un lavoro appena abbozzato, abbandonato dal pigro artista molto prima di raggiungere lo stadio del non-finito e mai più ripreso in mano. Se alla sommità del tetto avessero posto il cartello “Lavori in corso”, nessun passante si sarebbe stupito, anche se in un certo senso l’insegna sarebbe stata fuori luogo, molto più di quanto non lo fosse a casa di Carlo e Anna dove i lavori, in effetti, non erano mai stati conclusi. Parcheggiarono, come le altre volte, davanti al portone del garage dove Gianni teneva alcune macchine per il legno (fresa, tornio, troncatrice, levigatrice). C’era ancora molta umidità nell’aria, ma il sole cominciava ad asciugare ogni cosa.

Marina scese ad accoglierli, i capelli ricci, pallida, sempre più magra, con la gonna grigia che era ormai diventata la sua divisa e forse la sua insegna. Gianni, purtroppo si era dovuto assentare un momento, aveva dovuto correre da sua madre a regolarle la caldaia perché come spesso, per qualche motivo, si era bloccata e non dava più acqua calda: ma sarebbe rientrato subito.

Mentre le due donne si allontanavano – Anna con in mano la torta regalo per l’ospite – Carlo chiese di poter fare un giro nell’orto e nel frutteto vicino, ufficialmente per sgranchirsi le gambe, in realtà per farsi restituire dalla visita parte del tempo che gli aveva sottratto.
L’orto era discreto, diviso in piccole aree contrassegnate ciascuna da un’immagine delle rispettive piante: carote, prezzemolo, sedano, cipolle, zucchine. Lungo il bordo, pomodori, poi verze; più avanti, ordinate per linee parallele, le patate e a destra le aste sottili cui si arrampicavano le piante di fagioli. In basso l’erba era stata sradicata da poco, tornava appena a mostrarsi. Ad una delle aste era legato un nastro con i colori della bandiera americana. Carlo era occupato da una riflessione che in quei giorni portava avanti a più riprese. Il fatto che i figli crescano risulta in fondo incomprensibile. Prendono te come esempio, come un dato di fatto. Naturalmente ti senti responsabile per loro fin dai primi momenti. Poi, un giorno, senza alcuna ragione, cominciano ad avere le tue preoccupazioni, le tue stesse preoccupazioni, a prescindere da quale sia stata la risposta che hai cercato di dare ai problemi e tu ti trovi a sentire di non poterci fare niente. La questione sembra davvero senza senso. Una ripetizione che disperde forze, energie. Peter non ha alcuna voglia di studiare. Lavorerà, troverà qualcosa: lo abbiamo fatto tutti. Merkel invece è bravo, si vede quando lavora, ma si perde in studi che probabilmente non porteranno a niente. Andrà a finire che nella nostra vecchiaia dovremo attaccarci a Sandra, che forse è l’unica che capisce qualcosa.

Anna e Marina lo osservavano dal poggiolo mentre proseguiva nel suo giro verso il fondo, per non dare l’impressione di essere venuto a ispezionare l’orto degli amici. D’altronde era difficile avere l’aria dell’esploratore in cento metri quadrati, la superficie di un buon appartamento. Arrivato alla capanna degli attrezzi, dove si offriva un’apertura nella recinzione, le salutò con la scusa di dare un’occhiata nel bosco – nel caso ci fossero funghi – e uscì per incamminarsi su un sentiero. Se tutto non era che un’unica ripetizione, quale soddisfazione si poteva trovare nel vedere i figli proseguire nel proprio lavoro? Perché provava un dispiacere nel riconoscere che forse il solo Peter avrebbe potuto proseguire un lavoro come il suo?
Il bosco non era molto fitto, pini, faggi, qualche larice. Il sentiero era molto segnato. Chissà perché non aveva voluto che portassimo a casa la lepre. Si era messa a sostenere che non fosse il caso di approfittarne, visto che non ce n’era bisogno. In fondo avremmo reso miglior omaggio all’animale se lo avessimo cucinato. Un animale ci fa pena quando è solo, perché è isolato: quando siamo assaliti da un branco di animali, invece, o quando ci danneggiano l’orto, non lasciamo loro molta scelta. E non lo facciamo neanche negli allevamenti, nelle stalle. In più qui si era trattato di un incidente, non di una crudeltà inutile. Forse sarebbe stato il caso di passare a riprenderla.

Il sentiero si apriva d’un tratto ad una radura che dava sulla strada. Un prato incolto, qua e là rimboschito, soprattutto nella parte più a monte, chiuso poi da un cancello robusto proprio poco prima di una baracca di zinco, sporca e abbandonata come tutto il resto. Si inoltrò di nuovo nel bosco.

Col passare del tempo, la visita in casa di un amico di gioventù tende a fissarsi sullo schema delle frequentazioni familiari, con i tempi fissati del pranzo, del tè, dei giochi dei ragazzi, delle fotografie da guardare, come se progressivamente fosse sempre più difficile discostarsene, superare la fatica di rilanciare le ragioni dell’incontro. Di fronte a un servizio da tè disposto sul tavolino della conversazione domenicale, anche l’indole più intraprendente comincia ad avvertire la premonizione dello sconforto. Con la nascita dei figli e successivamente con la loro crescita, il profilo degli amici tende, infatti, a sbiadire fino a farsi simile a quello dei parenti. I giovani non riescono a trovare la ragione di queste periodiche frequentazioni, sovente destinate alla sola e vaga rievocazione del passato, più che a uno sguardo concreto sul presente. Di fronte ad Anna, solo il cucchiaio spaiato che emergeva dal cumulo bianco sporgente dal bordo della zuccheriera sembrava lasciar intravedere ancora una possibilità di riscatto.

Carlo non amava le frequentazioni diplomatiche: per questo preferiva riempire il tempo libero di impegni presi con i compagni di lavoro, gli amici della vita quotidiana, anche nel caso in cui queste imprese potessero limitarsi a un pranzo da organizzare assieme. Amava più la vita comunitaria che quella familiare.

Tornando indietro verso la casa di Marina, camminava sulla strada provinciale quasi deserta. La località si era potuta dire turistica solo per circa vent’anni e certo non per i residenti nella provincia: il paesaggio era quello che era, faceva sempre un po’ troppo freddo, sia in estate, sia in inverno per via dell’altitudine e della scarsa esposizione.

Da ragazzo, al tempo in cui il paese nel quale viveva arrivava a coincidere in estensione con il cosmo, sua madre gli parlava a volte dell’Altipiano come se si trattasse di un altro mondo, vicino al punto da poterne scorgere le cime, eppure così remoto da apparire totalmente estraneo. In effetti, per chi era rimasto a trascorrervi la vita presentava davvero caratteristiche molto diverse rispetto al posto in cui abitavano loro, un che di più duro ed aspro, che sopravviveva nell’aspetto degli insediamenti, nel disegno di molte case e nei loro cortili. Dal suo punto di vista, vivendo vicino alla quota limite dell’agricoltura, aveva imparato a comprendere nel paesaggio dell’Altipiano le prime caratteristiche della vegetazione di montagna.

Quanto al lavoro, non era mai stata una sua zona. In vent’anni ci aveva lavorato molto raramente e tutto sommato non se ne dispiaceva. Considerata la sua origine poteva sembrare un fenomeno strano, ma la sua disposizione d’animo lo portava a scendere verso la città, per cui aveva sempre accettato i cantieri che lo spedivano da quella parte.
Senti il rumore di un’auto, poi un clacson e voltandosi riconobbe la macchina di Gianni.
“Sei rimasto a piedi?”

“Ma non eri in giro a cercare di fare l’idraulico?”

“Per oggi è finita, per fortuna.”

Carlo conosceva Gianni abbastanza bene, anche se sul lavoro si erano incontrati poche volte.

Lo sfiato della caldaia della casa di sua madre, un piccolo tubo alto venticinque centimetri e posto sulla facciata principale dell’edificio imboccava troppa aria; così, nelle giornate di vento o nei temporali troppo forti il bruciatore tendeva ad andare in blocco, allarmando la signora. Ogni volta che succedeva – e la periodicità ormai si era fatta molto frequente, sul ritmo di una volta al mese – Gianni doveva andare a rimetterlo a posto ed aspettare che la pompa ripartendo rimandasse acqua calda in cucina, altrimenti la madre non l’avrebbe lasciato in pace. Inutile chiedere all’idraulico: gli aveva già detto che era ora di cambiare l’impianto. Il fatto è che sua madre da quella parte non ci voleva sentire e lui, avendo il mutuo della casa, non si poteva permettere di affrontare la spesa da solo. A sua sorella, poi, che faticava a tirare avanti, di queste cose non poteva neanche parlare.

“Metterci mano costa, è inutile discutere. Hai provato a piegare il tubo dello sfiato verso terra? L’anno scorso a *** abbiamo avuto un problema simile. Non è detto che la cosa si risolva, ma ho visto che in certi casi funziona.”

Gianni guardava avanti: “Vedremo.”

Ci fu un momento di pausa. Carlo non voleva riprendere la parola su questo tema.

“Sai che venendo qui abbiamo messo sotto una lepre? Era da tempo che non mi succedeva una cosa del genere. Morta sul colpo.”

“Mi spiace, ma capita. Venerdì scorso, alle dieci di sera, mi ha attraversato la strada una volpe e c’è davvero mancato poco che non la centrassi.”

“Sulle prime avrei voluto portarla a casa. In altri tempi l’avrei fatto senza pensarci, ma subito non me la sono sentita. Mi sembrava quasi di approfittarne. Però poi ci ho ripensato, non era un cattivo animale e ne poteva anche venir fuori qualcosa.Vuoi che andiamo a vedere?”

“Sicuro. E’ lontano da qui?”

“No, dieci minuti.”

A differenza di quel che accadeva nelle frasi disinvolte e discrete di Anna – in parte minimizzanti, a vantaggio dell’amica – nel discorso di Marina la preoccupazione per il figlio aveva assunto un tono che dava per superata ormai da tempo la soglia di guardia dell’ansia. La diligenza affannosa con cui cominciava a parlarne denunciava insieme la necessità e il disagio con il quale si apprestava ad affrontare l’argomento. Continuava a muoversi per il soggiorno con in mano il vassoio, le tazze già lavate, la zuccheriera da riporre nella vetrina. Claudio, l’unico figlio che aveva avuto da Gianni, era un ragazzo particolarmente difficile. La timidezza sulla quale tanto avevano insistito le maestre, esponendo i dettagli del caso durante le udienze generali, nascondeva in realtà una più profonda introversione che si manifestava a tratti in modo scontroso, testimoniato da numerosi conflitti con alcuni dei suoi compagni di classe e da un generale disinteresse per lo studio che lei avrebbe voluto confondere con l’indolenza. Non aveva particolari problemi (la prospettiva di una bocciatura era da considerarsi del tutto remota e infatti alla fine era stato promosso), ma non mostrava neanche spiccate inclinazioni: non eccelleva in alcuna materia e in più sopportava di mal grado lo stare in classe. Manifestava maggior interesse solo per la bicicletta da corsa, il trombone e gli scacchi, ma anche in questi casi non al punto da impegnarsi eccessivamente: lo soffrisse o meno – ed è probabile che l’influenza materna incidesse pesantemente su questo aspetto del suo comportamento, facendo propendere per la prima ipotesi – sembrava detestare l’agonismo. Anche nel corso di strumento non aveva certo dimostrato di voler affrettare i tempi per accedere al più presto alla banda.

“Potessi dire almeno che sono soddisfatta di lui in qualche cosa. Ma invece sembra farlo apposta per farmi un dispiacere.”

Anna guardava un vecchio souvenir di montagna. Quindici anni prima erano state colleghe di lavoro. Allora Marina, più sicura e intraprendente, le era stata molto di aiuto, insegnandole i primi erudimenti delle macchine tessili, il regolamento di fabbrica e facendole conoscere qualche ragazza con la quale poi aveva legato. “E non c’è verso di farlo ragionare. Se si ficca in testa qualcosa, puoi fare quello che vuoi ma lui l’idea non la cambia”.

Nei loro incontri cominciava a trasparire qualcosa di singolarmente ossessivo, come se si dessero la parola l’un l’altra solo per disporre ragionevolmente del tempo a disposizione, non più per starsi a sentire. Con l’aspettativa nutrita per una domenica migliore, Anna cominciava a sentirsi leggermente a disagio. Perché non parlare di qualche conoscenza comune, di quel che la stagione stava per offrire, o di vestiti? Seduta al tavolo con la mano percorreva la parte interna dell’orlo della gonna, che superava appena il ginocchio destro.
“Figurati, se non ho provato. Ho provato di tutto.”

Aveva taciuto fino ad allora la novità della giornata, perché non voleva tornare sulla sua decisione e non voleva discuterne con Marina. Tuttavia, a questo punto dovette cedere al suo proposito: “Sai che venendo qui da te ci è successo proprio qualcosa di strano?”

Guardavano entrambi verso la scarpata. Il corpo della lepre si trovava nella stessa posizione di un’ora prima, quando era rotolato fino a fermarsi davanti a una pianta di nocciolo selvatico. Attorno al corpo, quasi a semicerchio, la vegetazione era più bassa, con l’erica in parte schiacciata dalla caduta precedente. Mentre Gianni faceva con cautela i primi passi, Carlo ricordò un episodio analogo capitato molti anni prima a suo padre, che aveva investito un capriolo rovinando il paraurti anteriore della macchina, il quale poi dovette essere sostituito. Dopo cena erano andati assieme a casa del guardiacaccia, nel soggiorno foderato a metà di legno di abete, e poi sul luogo dell’incidente. Steso il verbale, il guardiacaccia li aveva esortati ad essere più cauti e quindi aveva consegnato loro quel che restava della povera bestia, dando una mano a caricarla nel bagagliaio. Poi se n’erano andati. Suo padre gli aveva perfino chiesto un parere: “Non avrà mica creduto che l’abbia fatto apposta? Con quello che mi costerà rimettere a posto il paraurti” L’avevano portata subito dal macellaio, con cui il padre aveva fatto un accordo sulla divisione delle parti. D’un tratto si era detto che lui non aveva mai avuto accanto i figli in una di queste circostanze. Gli sarebbe piaciuto sentire quello che Merkel avrebbe avuto da dire, anche se probabilmente non sarebbe andato d’accordo con lui. Il pensiero di questa conversazione si insinuò leggermente nelle sue riflessioni, rendendole un po’ più vive. Si vedeva in tenuta da lavoro con i figli a fianco e Sandra un poco più indietro.

Gianni guardava l’animale.

“In macchina, nel bagagliaio, c’è un sacco. Tiralo fuori. Credo che possa andar bene.”
Carlo risalì fino alla macchina e fu di nuovo in basso con il sacco.

La misero dentro e in breve furono sulla strada del ritorno.

Nessuno aveva parlato di cosa fare della lepre, non avevano deciso a chi dovesse andare. Sulle prime Carlo pensò di lasciarla agli amici, ma poi sentì che in questo gesto, più che il senso di un regalo, si faceva strada la volontà di non riconoscere quello che era accaduto. Gli sembrava che fosse giusto portarla a casa, che se l’avesse portata a casa si sarebbe sentito meglio: avrebbe raccontato dell’incidente e avrebbe poi parlato del suo dispiacere. E, davanti alla lepre, tutti avrebbero capito. Poi l’avrebbe fatta pulire da Anna e qualche domenica più tardi l’avrebbero arrostita per pranzo tutti assieme.

“Che ne dici, facciamo a metà?”

“Guarda che è tua. Ti tocca tutta. Poi, se vuoi fare a metà, per me va benissimo. Ma se vuoi te la pulisco io, così ve la portate via subito.”

Carlo pensò subito di rifiutare, in omaggio alla cortesia, ma esitò: non avrebbe mai voluto dare l’impressione di essere egoista – questa era una delle ragioni che guidavano problematicamente il suo comportamento – ma forse qui non si poneva il caso. Tentò in qualche modo di lasciar spazio alla sua volontà. Del resto, non è che quello fosse un bene conteso.

“Beh, allora ti ringrazio molto.”

Un’ora dopo erano pronti per la partenza.

“Grazie ancora di essere venuti.”

“Ma di che? Magari riusciamo a rivederci prima che cominci la scuola.”

“Beh. Allora Ciao.”

“A presto, allora.”

“Ciao Gianni e ancora grazie.”

Erano quasi le sei.

Le condizioni del traffico sulla strada provinciale continuavano a mantenersi su un livello inferiore alla media. In macchina, avevano ritrovato una conversazione più stretta. Quando le disse della lepre che aveva nel bagagliaio Anna non reagì bruscamente come si sarebbe aspettato, gli sembrò che anche lei fosse ritornata sulla sua prima reazione e questo, mentre guidava, gli fece piacere. Dopo uno sfogo su Marina sempre più stanca, sempre più preoccupata e soprattutto sempre più lontana dall’amica che conosceva, Anna aveva ricominciato a parlare della cena, degli impegni settimanali dei ragazzi. Si erano sentiti sollevati, rivolti ormai verso la parte conclusiva di un pomeriggio trascorso insieme.

Riflettendo sulla lepre, Carlo pensò che forse ci sarebbe stata un po’ di clemenza anche per lui.