Filosofia della badante

ANTOMARINI Chi

Da un osservatorio aereo, a occhio d’uccello, dentro molte finestre aperte per il caldo intravedi svolazzare lenzuola e biancheria di cotone, di lana e di carta, panni candeggiati e disinfettati, tutto un biancore di varichina. Piccoli gesti si ripetono in queste case per tutto il giorno e per tutta la notte, a intervalli di poche ore: pulire, nascondere, fingere che sia nulla. Si gira e rigira un corpo vecchio e malandato, con una certa tecnica gli si sottrae da sotto un lenzuolo sporco, per metterne uno pulito. Si lava il corpo, si riveste, si cura come quello di un bambino. Ma non è un bambino. Non va verso l’autonomia, o va verso l’autonomia assoluta, di chi non ha più bisogno di niente. Le mani della badante sono veloci e agili, la voce è cinguettante, le braccia e la schiena sono forti per tirare su, mettere giù, rivoltare, imboccare. Il lavoro della badante: molto corpo e molta macchina (flebo, sedie a rotelle, letti ortopedici, lastre, analisi del sangue), cura delle parti nascoste e vergognose, trasformazione della vergogna in pulizia.

Poi ancora la macchina che la mette in contatto con la famiglia lontana, skype, email, facebook. Il suo corpo là dentro si riprende, si distrae, ricostituisce un’unità affettiva. Solo le macchine rendono questo lavoro possibile e umano. I vecchi europei morirebbero molto prima senza la badante, che si abitua, dice è un lavoro come un altro.

Altro che, è un lavoro storico: l’Europa allettata sarebbe già morta, si sarebbe spenta come un enorme fungo che non succhia più sostanze dall’humus che ha consumato tutto, sarebbe sfumata di mappa in mappa, confini sempre più confusi, precari, paesi deboli aggettanti su altri paesi deboli – grucce reciproche e graduatorie fittizie del potere finanziario, che lambiscono steppe o mari indifferenti. Si sarebbe sparsa in pezzi su tutto il suo territorio come un’architettura sconnessa e smossa da radici potenti di alberi tenaci, avrebbe subìto un destino organico, anzi entropico, tra parabola vitale e innaturale gestione del disordine crescente e spiattellante, se.

Se da tutt’intorno, dalle periferie europee e più in là, come la foresta semovente verso il castello di Macbeth, non fossero arrivati eserciti di giovani invasori, affamati di cibo e di piccola proprietà, di soldi e di riscatto sociale, formiche inarrestabili che in cambio di sostentamento e sogni, si accalcano, in efficace eterogenesi di desideri, attorno al moribondo inerte, abbastanza elegante, incluso e poi escluso ‘dentro’ un sistema sociale, in cui gli invasori esclusi diventano inclusi. Si danno da fare attorno ai moribondi, gli danno un movimento che non avrebbero, per evitare il decubito, gli mettono abiti di buona fattura, che loro non si possono permettere, lo medicano con medicine che loro non hanno, lo riducono a uno spazio igienico, dalla stanza da bagno a quella da letto.

La tenacia a non morire, sfruttata dalle industrie farmaceutiche e chirurgiche, ha coinciso con la tenacia a curare, nel punto di fuga della convenienza, della necessità, dell’accoglimento, del ricatto, dell’affetto, tutto insieme.

Sul moribondo europeo vecchissimo si accaniscono terapeuticamente i giovani che vogliono sostituirsi a lui come una nuova popolazione in un  territorio che sta per svuotarsi.

L’esercito-badante non può guarire il vecchio, ma lo custodisce, perché gli conviene. Da un matrimonio di convenienza però scaturisce un’affettività di second’ordine, fatta di bisticci e tenerezze. L’Europa non può che trasformarsi e tradirsi nelle mani di estranei che la adatteranno gradualmente a loro. I giovani immigrati non sono mercenari, imparano un mestiere che include la qualità affettiva. La badante straniera si affeziona di un affetto automatico e inevitabile, perché tocca, solleva, lenisce, accomoda, accarezza e parla, come si parla ai disperati e ai bambini. Se non lo fa, perde il lavoro, il vecchio o muore o rifiuta la sua presenza, che deve arrivare fino all’intimità più imbarazzante. Così l’Europa deve scegliere: o mantenere il suo orgoglio e fingere programmi di espansione e di patetica ‘crescita economica’ (mentre i corpi decrescono) o lasciar entrare nella sua vecchia intimità le generazioni di estranei che sono i soli a non provarne disgusto. Il suo territorio è per loro un possedimento temporaneo e se ne occupano con indifferenza mista a grazia, con un sorriso che finge di rispettare una fierezza che non c’è più. E’ una curiosa rivalsa, che avviene in forma di salvezza.

 

Far morire bene l’Europa, senza strascichi e rimpianti, per sostituirsi a lei. Un nido da riempire, ma è meglio se l’Europa se ne va lasciandolo pulito, in ordine, con affetto e lenzuola cambiate.

 

E agli orecchi degli europei le lingue dell’est suonano sempre più potenti e insinuanti, codici segreti di una guerra segreta d’occupazione. Le associano a malattia, cura e segreti. Senza capirle, le temono e le subiscono.

Un esercito di esploratori in avanscoperta, che deve capire quello che dice il vecchio di incomprensibile, lo tiene a bada, lo manipola, per dominarlo, per prenderne la ricchezza e portarla via. Per prenderne regole civili per impararle o distruggerle, per distorcerne la lingua. Tornano a casa con una lingua mista, come sempre gli emigranti; ma questi emigranti hanno un potere, si auto-includono tra di noi, con forza di braccia e coraggio di stomaco e di solitudine. Mentre noi usiamo il web per auto-escluderci, loro lo usano per comunicare le loro scoperte e includere i parenti lontani nella nuova terra che gli apparterrà tra poco.

Abituati alle distanze e ai distacchi, sono un popolo giovane, perché i loro vecchi non hanno badanti a loro volta, muoiono presto, e senza tante storie. Freschi di dittature e confusi di ribellioni, gli espropriati hanno trovato le nuove proprietà, nelle quali ci lasciano sparire, in tutta calma, nel loro abbraccio e nella loro pena per noi, con il loro affetto a tariffa, ma sincero.

Noi, creature protratte in una vita senza forze, con una chiave puramente metafisica d’esistenza, la doniamo senza saperlo a chi ci guarda; a loro piacciono i nostri sguardi pensosi, persi o distanti, attenti ad avvenimenti senza importanza, attenti al nostro corpo che sparisce, aggrappati al corpo badante, forte, che cresce, alla biancheria di carta anti-odore e anti-decubito che è la loro arma gentile.

Un commento su “Filosofia della badante

  1. Stefania

    La suggestione evocata così bene, di cure attente mani mobili ed estranee, lingue sconosciute eppure suadenti come cantilene, mi ha fatto ricordare un film italiano di qualche anno fa, magari imperfetto, ma a suo modo coraggioso nel tentativo di affrontare questa realtà senza retorica. Inclusione ed esclusione si rovesciano una nell’altra.
    Eccolo, “Mar Nero” di Federico Bondi.
    http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=56967

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