Oltre di me

Vedi, Weiss, ieri ho ricordato un mio antico racconto (forse troppo sentimentale), un uomo si apposta sempre nei luoghi da cui passa una donna, lascia che lei vada oltre, attende un minuto, poi la segue ritmando i passi sui suoi. Questo per cinque, sette secondi, un’eternità. E infine, con un breve saltello (che acrobata!), la supera, cammina svelto svelto per essere notato, anche solo di schiena, per un attimo.

 Lettura

Leggo spesso a Herisau, non importa cosa. Talvolta ci sono frasi che mi appaiono dentro un romanzo brutto, oh sono bellissime. Durante la lettura la testa diventa un’arena di pensieri  stranieri: le storie degli altri vanno e vengono. Non si è più se stessi, ed è così bello. Quasi si potrebbe dire che leggendo moriamo, e qualcosa di nuovo ci germoglia dentro, come una nuova vita. A volte non leggo, ricordo quello che ho letto. Thomas Mann, ad esempio. Tonio Kroger e Disordine e dolore precoce (la prima edizione, quella con i disegni di Karl). Norina, cinque anni, che balla con Max, il suo primo turbamento, quel dolore assoluto e senza rimedio. Tutto un nastro di sfumature, di trasalimenti, di rossori, come brividi nella pelle. Tonio che guarda il mondo vivere  e ballare, là fuori, bello e felice; lo guarda dai vetri, con struggimento. Non ho mai capito il suo struggimento. Avrebbe dovuto essere orgoglioso di stare di là, di non mescolarsi a loro. Cosa significa essere giovani e belli, sposarsi, avere dei figli? Puntellare un’illusione con travi spesse un millimetro. Condannarsi a sconfitte  dolorose o a inutili infedeltà. Servire un ingranaggio che sembra avere un senso. Vedere chi ami malato. Piangere per la sua morte. Commuoversi per la sua gioia. Fatica su fatica!

Hans Castorp, in fondo, era orgoglioso di vivere nel suo mondo sospeso di malato a  sentire le imperiose parole di Settembrini. Ecco, se proprio vuoi saperlo, lì nella Montagna magica c’è il mio segreto. Forse anche il tuo, dottore, quando si parla di malattia e di salute. La malattia è uno stato magico, che annulla il dolore del tempo e consente di guardare il proprio dissolversi senza doverlo descrivere con la scrittura. Herisau non è forse lo stesso luogo? Certo, senza il bello stile di Mann, senza le sue riflessioni sapienti. Ma pensaci bene. Siamo tutti dentro qualche libro, poi ci dimentichiamo il titolo, e così crediamo alla vita che scorre.

 

Un fatto buffo

Dovresti capire, Weiss, che la letteratura è solo un fatto buffo e non merita troppa attenzione. Il fatto che, a Herisau, io non scriva più (o scriva di meno, non fidarti mai delle mie parole), è fisiologico. Ho altro da fare. Sentire il volo degli uccelli. E soprattutto captare i fruscii dei corpi degli altri. Quando uno si alza o si siede o mangia o respira. Tutti suoni diversi, molto più espressivi delle lunghe descrizioni di un romanzo psicologico. Perché dovrei perdere tempo con le lente parole? Ricordo che quando smettevo di scrivere una pagina, l’emozione era già evaporata. Comunque una gioia ce l’ho, oggi: uso la matita. Anche mi capitasse di scrivere lo faccio a matita, cancellare è più facile che non tirare un brutto sgorbio sulle parole scritte con il duro, indelebile inchiostro. Non mi piace la bruttezza. Ha mai visto, dottore, come i fogli sono belli, se lumeggiati da qualche tratto di matita? Sono già disegni di nuvole e di monti. Ah i pittori giapponesi!

 

Rispetto

Adesso ho meno rispetto dell’obbedienza, anche se mi vedi obbedire, disciplinato come un delinquente nel perimetro del carcere. Ho meno rispetto. Sono più violento. Il corpo  mi si muove a strappi, brusco. Non so più dove mettermi. Dovrei avere pace, pace. Ma non è così. L’idiota che mi guarda intrecciare canestri e annodare pacchi è solo un idiota, e mi guarda come se io fossi simile a lui. Vorrei picchiarlo, dirgli che no, non è vero. Ma, se lo picchiassi, voi capireste che fingo, mi dichiarereste sano di mente, mi direste: Vai a Berna, vivi libero, ti daremo una pensione, ma cosa me ne faccio della libertà, di Berna, della pensione, io non voglio uscire, non devo. Allora mi fingo l’idiota che mi guarda, per non essere smascherato. Non è difficile. Rendo i miei lavori sempre più ripetitivi, più stupidi (anche se in realtà nel minuto intreccio delle fibre camuffo lettere dell’alfabeto). Poi, quando non ne posso più, cammino con Carl e lo ascolto blaterare le belle cose positive, no, non gli rido in faccia, almeno c’è la neve o l’erba sotto i miei passi, e così giro e giro per la terra consentita come un giovane possidente del nulla. Lo sai, tutti quelli che possiedono il nulla hanno il dono della giovinezza…

 

Piacere

Se si ha il coraggio di osare qualcosa, ci si può anche divertire. Occorre spesso ballare un minuetto per procurarsi un effetto gradevole, in vita e in scrittura. Il bello è più bello, se ci si ride e si balla in mezzo, e non si brontola seriosi e arruffati, arenati nella mancanza del proprio profumo, sepolti in una inodore, sciatta esistenza. Essere eternamente uomini seri e grandi è ridicola superbia. Ognuno di noi ha la sua bella tomba collocata in un prato ombroso o luminoso e lì, nessuno, dopo che il tempo è scaduto, lo importunerà con insulti, chiacchiere, premi, calunnie: lo imbarazzeranno solo i ricordi dei vivi. Chissà se, bello chiuso nella terra, avrà la gioia di essere ricordato come scrittore di libri brutti! Sarebbe così piacevole. D’altronde, non c’è idea di brutto o di bello che abbia un valore. Io scrivo per mio piacere e già sono una pianta rara. Non mi illudo che tutti lo condividano: sarebbe come esigere che tutti siano golosi di Sachertorte. Molti sì, tutti no, e quei bellissimi bimbi che detestano il cioccolato, il loro dio non li manderà certo all’inferno! L’unica cosa che difendo di me è che io sono un uomo semplice, e chi afferma che la mia prosa è un modo di infiorettare il mondo, mente e mi fa male. Il mio “scriver grazioso” è un coltello piantato al centro dello sterno. È l’invito a leggere oltre. Ovvio, Weiss, anche oltre di me.

 

Acrobata

Vedi, Weiss, ieri ho ricordato un mio antico racconto (forse troppo sentimentale), un uomo si apposta sempre nei luoghi da cui passa una donna, lascia che lei vada oltre, attende un minuto, poi la segue ritmando i passi sui suoi. Questo per cinque, sette secondi, un’eternità. E infine, con un breve saltello (che acrobata!), la supera, cammina svelto svelto per essere notato, anche solo di schiena, per un attimo. La precede di pochi secondi. Poi tira un respiro, si ferma, la lascia passare. Ecco: sta passando. Profumo di capelli, suono di passi. Quando è ormai lontana, lui si ferma su una panchina, scrive rattristato una lettera, la poggia sul legno perché sia visibile. Domani, se non ci sarà vento, lei potrebbe passare e leggerla, innamorarsi di un giovane come lui, che non ha altro pensiero che rivederla. Sorride, pensando a come sarà straordinario il suo domani. Se anche non legge, lei potrebbe. Una donna intelligente e luminosa, i larici, le radure. Basterebbe mi sfiorasse il braccio. E continua a danzare fra le panchine ormai buie, sopraffatto dalla magia del pensiero. Sì, forse ci vorrebbe un altro finale, meno timido e incerto, ma in quegli anni mi capitò di vivere un’indolenza strana, una voglia meravigliosa di non fare nulla, e così non finii il racconto.

 

[II – continua]

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