Madre di creature ferite

Francesco Marotta offre il suo contributo per il decennale di Zibaldoni e altre meraviglie

Opera di Emilio Vedova

1.

 

Costretta dietro reticoli d’ombre

naufraga la pupilla

che a fatica tiene a distanza il morso

la bocca da cui la notte scivola

straripa (quale non era stata mai

nel libro dei millenni

immensa, inarrestabile deriva

di corpi pietrificati nell’eco

dell’ultimo grido) –

 

scivola, straripa, avanza a ondate

seminando relitti di sogni

al suo passaggio – marea danzante

di acque che fioriscono spine

spuma di rovi per fingere parole.

 

Ha sillabe di esistenze lacerate

sulla lingua, e tra le labbra

nomi senza storia, per ogni ora

un miraggio che cancella la tristezza

e guarisce piaghe d’abbandono

– in cambio chiede respiri

carnali schegge d’alba

una memoria inerte, spianata

d’ogni traccia, d’ogni voce, ogni pensiero spento.

 

Lontano

là dove il cielo grandina stelle

in lampi di sterminio, altri occhi

altre mani raccolgono

il sangue disperso delle rose

– intrecciano oasi

per dare riparo a un’ala, alla sua sete

dimore dove accende il canto

desideri impensabili di vita

per le nostre anime franate

nella follia dei giorni

 

– invisibili, inascoltati palpiti di mondo

davanti alle nostre tavole imbandite

nel dormitorio che ci consola

di diventare ciechi, esistere da morti

appena nati.

 

2.

 

La mente mareggia nel nulla del crepuscolo

ingrigia, crepita, sorda al richiamo

che dalla polvere di case sradicate

guida la mano all’estasi che vive

all’abbraccio lunare

che attesta la nascita alberata della sera

 

– una mano ancora aperta

sul baratro del sonno, con la sua ciotola

il suo pane marcio di detriti

il corpo in attesa

sulla soglia di un dolore cristallino

(soltanto lo sguardo

tradisce il segreto

di occhi verdemare sempre accesi

nonostante la retina spezzata

a disperazione dell’onda che preme

la mandibola, il respiro) –

 

E qui il lutto, la predica

imputridita in mille lingue

la benedizione oppressa di numeri

la conta dei superstiti

tra cumuli di tempo, tra morti assediati

di colori.

 

Il drappo che sventola sdrucito

alle finestre delle nostre vite, è già domani –

un mosaico

di bave

e grida di gabbiani, l’arcobaleno

oscurato da ore ammutolite di clessidra

dallo schermo che fissa la paga di caronte

prima dell’ultimo giro di giostra

poco prima del canto dell’ultima sorgente.

 

Ecco, diremo – se avremo ancora

voci in cui specchiarci –

noi qui si osserva e passa

masticando accenti miserabili d’oblio

mentre l’incendio lentamente cresce

come una vampata di lava, e a fiotti intermittenti

matura d’ombre quella fonte, scava

ci abita

solidifica notti lungo il viso.

 

3.

 

Non ricoprire di pietre

l’immagine che dal tuo respiro grida

fino a tentare il sonno

di un dio imbiancato di rughe e di tramonti

la sua ombra non mai coniugata

di pianto

(il paradiso lo scopri nel breve volo

di un bambino

senz’ali – lo vedi, beve dalla tua bocca

anni sfioriti, frutto dell’incesto

tra miseria e miseria) –

 

un dio consacrato dalle sabbie

che finge neve satura di pollini

il chiarore di luminarie senza giorni

offerte votive di frutti e di stagioni

gli artigli del carnefice –

 

perché ai suoi occhi tutto il dolore

è niente, la vita stessa è niente

è appena ciò che accade

in una traccia ammuffita di voci

e di alfabeti, un segno che aggiunge note

a partiture di angeli malati

a liturgie di vuoto.

 

Solo l’ora in attesa

al limitare di un mondo

colmo di figure senza anagrafe, quello stormo

inquieto di minuti

che sbarra la rotta a presagi d’uragano

e il cielo spinge a rovescio

dell’ultimo orizzonte, recita il suo rosario

tra polvere e derive

 

– una preghiera muta, un frangere di silenzi

contro lo scoglio della prima lacrima

che reca in sorte immagini

affrancate, memorie limpide di voci

di futuro.

 

4.

 

a Cana, dalle parti del cielo

 

La casa sul confine della sera

ti fa cenni di saluto, accende lampade di addio

nelle pupille nere del ricordo.

Tua madre visita in silenzio angoli di cielo

numerando le ombre una a una, raccogliendo

macule di stelle

dai capelli che conserva dentro il palmo

(ieri

sorpresa come una fontana

nel gioco delle ore, si fermò

orfana di giorni

ad illustrarti i fiori del giardino, la morte in attesa

in mille e mille petali di luce) –

 

Tu ora nuoti nel guado devastato del meriggio

e nomini il sangue

che ti germoglia in bocca parole senza suono –

qui è il presente –

dove un grido conficcato nel petto

traduce in sillabe di fiamma

il lontano di un mare

immobile sotto il peso di vite a pelo d’onda.

 

5.

 

Coscienza – è tutta in quest’arsura

che non ha più sorgenti da sperare

tutta nel lampo che costringe le labbra

tra dirupati alvei

colmi di storia, crimini e macerie

e l’urlo inudibile di comete dissolte

dietro gli occhi –

traccia di acque abrase

che ancora dura e in parte schiuma

dove albeggia un cielo di ferite

dove al silenzio si offre

quanto tra i vivi è ancora vita, neve

fragrante in ceste di parole

(il vuoto intorno

cova i suoi nidi di palude

per l’ala che si cerca e nuda annaspa

dopo il naufragio dell’ultima speranza).

 

Il fuoco è spento, ma il grido

trattenuto negli sguardi

rischiara ancora l’orizzonte ai vincitori

– le case, fatte di calce e cenere

perdono vento in flutti salati di preghiera

confuse nell’attesa di una stella

che porta inciso dentro il nome morte

l’attimo che ferocemente si fa luce.

 

(Solo l’esilio resta

agli ultimi abitatori del deserto –

migrare verso i chiostri di altre aurore

trascinando nei sandali

il sogno di pianure senza notte

recitando il salmo che sbarra il passo

all’era glaciale prossima a venire.

 

Non lavare le mani alle mie rive

mormora il giorno ad ogni nuovo incontro

non ripulire il fango

prima di ricamare croci sulla fronte –

 

piuttosto

addestra la tua polvere

a essere voce che parla in altri segni

sbozzola i fossili

fanne scorza di pane e vino – il pasto che conforta

il dolore di un dio senza più figli

il silenzio del suo mondo che va cieco.)

 

6.

 

Che tu sia maledetto in eterno

signore degli eserciti

dominatore di sabbie millenarie

di regni appesi al cielo o chiusi

a scrigno in cattedrali d’alba

impastate di lacrime e di sangue

pietra su pietra, luce dopo luce

abisso azzurro di puttane e mercanti di stagioni

di teste mozze, di acque e sorgenti deflorate

di bambini immolati alla tua gloria

di donne stuprate, di voci calpestate

di occhi ridotti a squame dal fuoco che purifica

e porta pace in terre di tormento –

 

dio dei poeti che parlano in tuo nome

di crociati armati di membri benedetti

per inseminare il bene in moltitudini malate

per scacciare il male alla radice

dal midollo venduto pochi denari al chilo

dalle vagine sventrate a colpi di preghiera

di vergini infanti che partoriranno sale

non più corpi di cani, di infedeli.

 

Che tu sia maledetto, relitto osceno del diluvio

idolo che si quieta nel furore

notte di notti, immagine di notti –

maledetta la tua stirpe di ombre salmodianti

di morti assiepati sotto le tue grasse insegne.

 

Guardami –

io che non so pregare, che non ho mai pregato

io oggi prego

non te, i tuoi feroci altari

ma il soffio che parla nei sogni di mio figlio

– il respiro della mano

che al risveglio gli accarezza il viso

mentre in silenzio depone un fiore

nell’urna d’aria della luce

 

– un fiore per non dimenticare

i mille giorni e mille, tutti i mancati soli

le voci assenti, recise sullo stelo

dei suoi fratelli che non avranno nome.

 

7.

 

Luminescenti segnali di festa in ogni strada –

ai margini, come seguendo orme

senza suono, il passo ampio

di chi si impenna e vola

dove il silenzio è madre

il dono di un tempo che si trattiene

fino a che il mondo emerge dalla sua pelle infetta

e si abbandona al richiamo

del lume che tace nel profondo

(un papavero

intanto

conserva nel suo colore

le voci in cui trapianta ogni sera

la nuda piaga delle spighe sradicate) –

 

Declinare la cenere, coniugare le pupille

a immaginari residui di scintille

per dismisura di umano bruciare divise e bandiere

dare fuoco ai giorni dell’inverno

procurarsi una lingua

che parla il seme e il verbo del disgelo

 

camminare di fianco all’angelo

che recita i nomi degli assenti

essere le sue gambe, l’acqua che porta alle sue labbra –

 

e ancora urlare quanto negli occhi resta

trapassando dal sonno

alla veglia misericordiosa delle ali

portare la sua ombra stretta al dito

reggere grani e vento, farsi sete.

 

Farsi sete – cercare il ristoro di ogni fonte

abbeverarsi all’eco

dell’altro che reca in mano

la voce ferita che ci salva

l’alfabeto dell’unico cielo che ripara