Perché studiare, perché leggere la poesia

Disegno di Luca Coser

Disegno di Luca Coser

Parole basse, sdraiato accanto alla moto rubata, nella cantina, con le viti del carburatore fra i denti, guanti di morchia d’unto, polvere rappresa nelle linee dei calli. In tutto quel nero gli occhi celesti: «Perché, te cos’è che speri?». Una galleria di ruote di bici, pistoni, pedivelle, ammortizzatori, mastice, olio, pezzi smontati e forme perdute. Pensavo se c’era da qualche parte una forma di tutti quei frammenti sparsi, sentivo quanta illusione, quanta violenza c’è nel volergliela dare a ogni costo.

«Te cos’è che speri?» diceva, lui per terra, «Guarda il Muzzi, è entrato in officina dal Graziano, c’ha una carriera. E il Roldano, diventa idraulico, ha già il 125 e quando compie i diciotto si prende un 250 da trial».

«Ma non hanno finito la scuola» dicevo io.

Però dovete pensare a tutto questo in dialetto. Non c’è la parola sperare, in dialetto, è compresa nelle cose, è come sono le cose.

«Bem, la scòla» lui si gira con le sue viti nere nella bocca e mi guarda – boh, forse con un po’ di ammirazione.

 

…conta più della speranza l’ira

e più dell’ira la chiarezza…

… l’occhiuta pazienza di addentrarsi

a fondo, sempre più a fondo

sin quando il nodo spezzerà di squallore e rigurgito

un grido troppo tempo in noi represso

dal fondo di questi asettici inferni.

 

Poi sì, i giorni dell’ira. Quand’è finita l’infanzia, chissà quando mai è finita. Quando si comincia a ricordare. Quando trovi che essere quello che sei non corrisponde all’unica possibilità, che intorno a te tutto cospira per impedirti di diventare quello che avevi sperato. Ma che fortuna avere avuto buone speranze, che fortuna. Che fortuna avere avuto l’idea di tuo padre – c’erano tutte le idee, mancava solo il suo corpo – e un frammento di padre in ogni adulto, e la tua esistenza sparsa di qua e di là fra i tuoi coetanei, nelle battaglie furiose sul piazzale di sassi ed erba a zolle dure per dimostrare con il pallone fra i piedi che i dribbling non sono solo fini a se stessi, nella pista da cross in mezzo alla campagna. Poi ai funerali di qualcuno di loro, dopo, ci guardavamo noi sopravvissuti. E l’ira che montava, fin troppo ne restava dentro, inespressa, fino a sbocciare in un fiore anziano, bruno e splendido – abbandoni immotivati, la tristezza, la depressione, il senso di avere perduto tutto il futuro a venticinque anni. Male al petto, una spina, una cimice che si rivoltava nei ventricoli, il rifugio del sonno, dei sogni, del lavoro per non pensare a niente.

E intorno un mondo malsano, la redazione del giornale, gli uffici dei professori all’università, le fabbriche, la città, le famiglie allo sfascio.

… e su me uno

di questi crolli del cuore, di queste repentine

radure di città lasciare

con l’amaro di una perdita

con quei passi di loro tardi uditi.

Solitudine, solo orgoglio…

 

… non lo amo il mio tempo, non lo amo.

L’Italia dormirà con me.

In un giardino d’Emilia o di Lombardia

sempre c’è uno come me

in sospetti e pensieri di colpa

tra il canto di un usignolo

e una spalliera di rose…

 

… per scoprire poi che il futuro è sapere che c’è dell’altro da fare, diventare soldato disingannato disincantato, scolaro spaurito… riaccettare l’ombra verde ombra, verde-umida e viva che l’ira aveva inaridito cancellato… quella speranza era di felicità? Ecco, sapere con chiarezza che forse felicità no, gioia. Gioia sì. La gioia intravista in una vetrina, dialogare con lei che ti sta accanto nelle sue divise di fantasma (ecco, sì, i libri, le parole della donna, le formidabili bizze di una figlia, l’abbandono di una marina, di un sentiero ignoto nella campagna, di un’affinità casuale incontrata da qualche parte che importa dove) questa gioia da trattare rudemente e poi scusarsi: «… fai bene a non badarmi se dico queste cose, se le dico per odio di qualcuno o rabbia per qualcosa». Lei ti dice che non è così rara, come credevi nell’ira, e allora ti correggi: «Non è vero che è rara, c’è, la si porta come una ferita per le strade abbaglianti».

Riconosci il vecchio torto, di aver creduto che l’unica conquista fosse l’amore.

Chiarezza, una ferita dell’esperienza, il vuoto della vita trascorsa. Le dici così: «Da ogni mio gesto per te, anche il più basso, cogli su di me queste rose di rupe. Ci aspetta una città con la sua primavera. Non sai che città, che primavera ti preparo…».

Un disincantato soldato. Uno spaurito scolaro.

Dietro di me un tripudio di valli. La storia, il passato come memoria: il venti il tredici il trentatre anni come cifre tranviarie. Una nebbia, globalità del possibile. I volti, non riconosco i volti. E sapere sapere che il tuo paese è, era nulla nada y pues nada gnente de gnente: «… cosa può essere un uomo in un paese, sotto il pennino dello scriba una pagina frusciante e dopo dentro una polvere di archivi nulla nessuno in nessun luogo mai».

 

Ma i volti i volti non so dire:

ombra più ombra di fatica e d’ira.

 

…un dirotto orizzonte di città.

perché non vengono i saldatori

perché ritardano gli aggiustatori?

Ma non è disservizio cittadino,

è morto tempo da spalare al più presto.

E tu, quanti anni per capirlo:

troppi per esserne certo.

 

… lontanissima una sirena di fabbrica.

Non dunque tutte spente erano le sirene?

Volevano i padroni un tempo tutto muto

sui quartieri di pena:

ne hanno ora vanto dalla pubblica quiete…

Qui stava il torto, qui l’inveterato errore:

credere che d’altro non vi fosse acquisto che d’amore…

 

Ma venga, a ora tarda, venga un’ora

di vero fuoco un’ora fra me e voi,

ma scoppi infine la sacrosanta rissa,

maschere, e i vostri fini giochi

di deturpato amore: nell’esatto

modo mio di non dovuto

amore e dissipato, gente, vi brucerò.

 

… Sono già morto e qui torno?

O sono il solo vivo nella vivida e ferma

nullità di un ricordo?

 

… Gibilterra! Un latrato,

il muso erto d’Europa, della cagna

che accucciata lì sta sulle zampe davanti:

Tardi, troppo tardi alla festa

– scherniva la turpe gola –

– troppo tardi!

 

Informazioni, quante vogliono.

Non una parola di più. Non si tratta

di rappresaglia o rancore.

Ma d’inflessibile memoria.

 

* Frammenti da Vittorio Sereni, Gli strumenti umani.

2 commenti su “Perché studiare, perché leggere la poesia

  1. Antonio Devicienti

    Bellissimo. Mi scuso per la banalità del commento, ma ho trovato l’intervento bellissimo e commovente.

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