Il disco volante al sabato sera

Un racconto tratto da La fine dei nostri problemi, lo ZIBOOK di Gianni Agostinelli.

AGOSTINELLI Frammento

C’è chi dice La mamma, ah. E sottintende tipo un problema. Invece io penso che la mamma è la mamma, positivamente parlando. Al bar non lo dico anche se qualcuno per prendermi in giro dice che gli voglio troppo bene, che sto sempre con lei, che una di queste sere mi portano da altre signore. Intendono troie, ma le chiamano signore che pensano chissà cosa, o che non ho capito. O che invece dire signore è più trendy. Si dice trendy ora. Si dice signore e si dice trendy. E comunque tanto giù al bar battezzano tutti quelli che arrivano, bisogna allargare il difetto di tutti, a voce alta e davanti a tutti, come un esorcismo di piazza. Poi quelli che l’hanno presi in giro per bene, bastano un paio di parole, o di smorfie anche, vanno ad ingrossare il branco che io mi domando ma il primo, quello che parla male di tutti, uno per uno, a che ora arriva giù al bar?

Mia mamma c’ha ottant’anni precisi che io senza lei sono senza braccia, gambe, occhi, e soprattutto senza bocca. Di mio sono pure pigro e mi fa una fatica fare cose nuove che mi butta ancora più giù. Non esagero, perché d’altro lato sono una persona onesta, sono un uomo bravo e preparato. Ottima educazione, ho un fisico asciutto, pochi capelli bianchi che col biondo degli altri si confondono bene. Riesco a cavarmela coi lavori di casa, quando li faccio, e non ho mai tardato un minuto in fabbrica. Mai. Che significa mai, appunto. Perché dico sempre la verità. Però come tutti c’ho le mie abitudini e la mamma è contenta se mi può aiutare. Me lo dice sempre. Tipo io la mattina bevo un bicchiere d’acqua naturale, non fredda, prima del caffelatte. Prima, non dopo. Nel senso che uscito dal bagno mi piace vederlo già lì il mio bicchiere, con la coda dell’occhio. Quello lungo coi fiori azzurri piccoli che sono quasi scomparsi ora. Poi, che ne so, d’inverno voglio che già alle sette di sera il mio pigiama e le calze da letto siano sul termosifone, distesi in maniera uniforme, a riscaldarsi, così che quando mi preparo per il letto mi sento già calduccio. Poi va beh il sabato è diverso, che io voglio cenare con la pizza e la vado a prendere da Fabio. Quattro tranci margherita e due salame, una cocacola. Lei quindi non deve cucinare la cena ma soltanto lo spuntino. Sì perché sabato è un giorno speciale per lei che non mi deve fare troppe cose, e per me che bisogna incanalarlo subito bene dal dopo pranzo. Bisogna andare già al bar verso una certa ora così se è stagione mi guardo le prove del motomondiale o di formula 1 che non me ne frega un cazzo ma si fanno due parole con gli altri. Sennò faccio due passi per il borgo, se trovo Maurizio, oppure verso le cinque mi prendo un paio di gratta e vinci che uno lo gratto subito e uno appena prima di addormentarmi che così male che vada domani non lavoro lo stesso che è domenica. Di questa mia strategia vado molto orgoglioso. Poi gioco un euro al superenalotto e vado a sentire i racconti di quelli che sono tornati dal pallone. Che però m’importa zero pure di quello ma qualcosa che mi tira al 100% non l’ho ancora trovato. Oddio, ci sarebbe. Che io le donne mi piacciono. Specialmente al sabato, che già queste che vedi passare per andare al catechismo, all’ultimo anno, che ne hanno dodici, io non capisco perché le lasciano vestire come le troie. Che al bar con gli altri lo diciamo che ai tempi nostri non erano così maiale. Mi sa che questa cosa qua, onestamente bisogna dirlo, e io sono onesto, come ho ripetuto, è una frase che la dicono spesso tutti. Io mi sembra che la dicevano anche quelli più grandi di me vent’anni fa. Anzi – proseguiamo cercando di convincerci che siamo dalla parte giusta – ce n’era una per tutti, di fica stiamo parlando, magari, ma mica tutte disponibili, di ogni specie. E io infatti dicevo con loro Hai ragione. E però una volta ho detto Hai ragione a voce alta solo io che tutti m’hanno guardato e si sono messi a ridere. Poi un’altra volta ho fatto una figuraccia che uno m’ha chiesto, ma a te che tipo di donna ti piace. Per scopare dico, ha detto. E io non sapevo come descriverla. Dopo qualche secondo ho detto A me mi piacciono le Milf. Che due del gruppohanno riso e detto Sei un segaiolo. Gli altri non hanno detto niente.

Quel sabato sera ho mangiato le mie pizze, bevuto la cocacola e sono sceso al bar. C’erano più vecchi che gente della mia età che era presto. Ho sfogliato La Nazione sul frigo dei gelati indeciso se farmi un Averna. Ogni tanto c’era Rollo che si avvicinava al frigo ma non diceva niente e quando ho fatto la mossa di spostarmi si è fatto sotto e si è deciso a prendersi il Concertino, che lui quel gelato lo mangia sempre, con ogni stagione. Poi sono iniziati ad arrivare quelli della mia età, un gruppetto di cinque, sei al massimo che ora si è unito anche Pino da qualche mese. Si vede che è nuovo perché ogni tanto si mette da una parte e fa sì sì con la testa e ride con la bocca ma c’ha gli occhi tristi che secondo me non gli piace come gli vanno le cose fuori dal bar. E insomma tutti pronti che mi sa vanno a ballare e io quando sono due o tre che allora si può parlare gli ronzo intorno, poi però quando sono tutti che han quasi finito la seconda Ceres io mi sposto di là a vedere l’ultima Scala quaranta e poi risalgo a casa che quando arrivo è sempre le undici e venti, circa. E allora inizia la mia serata. Apro il frigo prima di tutto, e dentro vedo sempre i due piatti bianchi messi a disco volante con dentro il mio panino. Ci passo la mano sopra, lo sfioro e dico Notte mamma, che lei già dorme ma va bene lo stesso come buona notte, poi spengo la luce grande. Trascino il mobiletto di vetro con le tre ruotine, che una s’è svitata e mi tocca stare attento, fino in mezzo alla sala. Sopra al mobiletto c’è la radio. L’accendo, piano, e ci trovo nella mia stazione gi ultimi cinque minuti di un programma che precede il mio preferito. Quindi torno in cucina prendo il disco volante con il panino e lo porto in sala insieme a una birra, Ceres, una bottiglia di Amaretto di Saronno e una di Limoncello che la mamma ci fa i dolci ogni tanto. I liquori li metto in fila sul davanzale di una finestra con vicino tre o quattro bicchieri di plastica. Da un cassetto tiro fuori una camicia bianca, la metto su che sta iniziando la trasmissione e io in pratica sono al mio posto di battaglia. Seduto davanti alla radio col mangiare e i beveraggi a portata. La luce accesa è quella della stelo che quando inizia dj Peko, quello che apre i sabato sera, io sono pronto. È uno che parla bene, ci sa fare, avrà 30 anni, sicuro, è pieno di tatuaggi sulle nocche delle dita. C’ha un sito internet con il calendario delle serate, e le foto. Siamo amici anche su facebook. Dopo un quarto d’ora inizia a leggere gli sms. È contento dei messaggi, che sono tutti d’affetto e tutti galvanizzati perché è sabato notte. E dice che il sabato notte da un’altra parte, senza dj Peko, senza la sua musica è un sabato sprecato. Perché lui ci vuole far vivere il suo mondo, lì bisogna entrare, perché noi solo partiremo per il miglior sabato notte, dove succedono cose che non t’aspetti. E io dico Magari dj Peko, magari. Basta volere, desideratelo con me dice alla fine. E insomma, quando parla lui viene facile crederci. Ma quando tolgo lo sguardo dalla radio e fisso un punto a caso della stanza, pensando che sono arroccato su un paesino che sta in piedi tutto storto dal medioevo e che fuori dalla porta c’è il freddo che ti toglie le madonne di bocca, allora mi sa che non ci credo più tanto manco io a dj Peko che dice che succedono cose che non t’aspetti. Allora prendo il disco volante, tolgo il piatto di sopra che a forza di pensarlo come un disco volante da qualche mesetto faccio pure il rumore spaziale con la bocca, il rumore di una porta che si apre, tipo: tttssiuuuuu. Tipo, però; che mi sa che così non rende il suono. Insomma c’è dentro un panino meraviglioso con prosciutto, mozzarella, ketchup e maionese che io ringrazio la mamma che è così brava e lo prendo a morsi tondi e forti. Me lo mangio, lo godo tutto che ho pure le suole delle scarpe sul mobiletto a pochi centimetri dalla radio. Sembro un boss dei film americani, con i panini loro. Poi bevo la Ceres e la seconda sorsata mi fa uscire un rutto con un trasporto che mi sorprende, per la forza. E mi esce un goccino di birra pure dal naso che secondo me la posizione non è ideale per bere e mangiare. Finito il panino mi rimetto composto che la trasmissione è in decollo. Dj Peko ci fa saltare tutti quanti, un paio di pezzi da sogno che scatto in piedi e mi metto a ballare pure io. Mi sbatto, sorrido. Si parte dico. Ho spento la lampada a stelo che non mi posso vedere, proprio non ce la faccio a vedermi in certe pose di movimento elastico. Anche se la sala è buia riesco a non sbattere da nessuna parte che la lucina verde della radio mi fa da faro. Mi muovo ancora, e mi sbatto, e dj Peko urla: state sognando? Ve l’avevo detto ragazzi. Stasera solo cose che non ti aspetti. Cosa vuoi tu? Eh? Questo pezzo? E io te lo do. Prendi e sogna. E io mi sbatto e mi cavo dai jeans anche la camicia e giro a braccia larghe veloce veloce che alla fine mi devo fermare che il panino l’ho mangiato troppo in fretta da quanto era buono. Arrivo alla finestra e la apro. Scosto la persiana. Sono a un metro dal lampione che mi aiuta a guardare sotto. Ma vedo soltanto la nebbia nel vicolo. C’è freddo, e giù dei secchi dell’immondizia, vicino la porta d’ingresso, c’è un gatto. O più probabilmente un topo. Non c’è altro. Non sento niente. Prendo fiato che allargo i polmoni fino a quanto riesco, alzo pure la faccia al cielo, pazienza ci vuole pazienza, ma dalla grondaia mi cade una goccia grande grande precisa dentro un occhio. Poi ritorno dentro.

 

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