Mi sembra osceno che gli uomini siano sempre raggiungibili

di in: Filosofia portatile (1)
Un "giocattolo" di Roberto Papetti (fotografia di Stefano Tedioli)

Un "giocattolo" di Roberto Papetti (fotografia di Stefano Tedioli)

Di recente, il regista francese Jean Luc Godard ha dichiarato a un giornalista: “Mi sembra osceno che gli uomini siano sempre raggiungibili”. Si riferiva all’immancabile domanda sul perché non possedesse un telefono cellulare.

Stavolta però il grande artista si sbagliava. Lo posso dire con cognizione di causa visto che neanch’io ho un cellulare, non l’ho mai avuto, conosco quindi tutta la gamma di reazioni alla notizia. Qualche tempo fa nella sala d’attesa di un dottore ho dovuto rispondere negativamente al riguardo alla segretaria, poi mi son seduto e ho potuto godermi con calma le tensioni attorno a me. Riassumendo, la traccia del pensiero partiva dallo stupore per un atto inusitato e forse ostile, piegava lievemente verso la pena per una situazione di indigenza tale da non potersi permettere un telefonino, poi però si riassestava, essendo l’ultima spiegazione poco credibile vista l’esiguità attuale dei prezzi di tali apparecchi. Il giudizio lì si perdeva, semplicemente non c’è spiegazione, così erano le facce che mi scrutavano di nascosto. Poi c’è la fazione più colta, quella che finge ammirazione e invidia addirittura, vorrebbe non averlo ma non può, il disagio però che si sente è proprio lo stesso.

Sappiamo che alla visione del mondo, quale essa sia, siamo solo abituati. Né piú né meno come negli ultimi anni ci si è abituati a un mondo in cui si può comunicare informazioni (e angosce) continuamente, attraverso i cellulari ad esempio. Prima si viveva uguale, ci si incontrava e si andava agli appuntamenti, quel mondo però in cui ci si dava appuntamento era diverso. Ora non c’è piú.

Il mondo ‘vero’ e per noi ‘indubitabile’ in cui agiamo è un’opera collettiva della connessione reciproca, molto di piú di una comunicazione, anche se la connessione è certificata dalla stessa lingua che parliamo. C’è chi giura, ad esempio il filosofo Agamben, che parlare è innanzitutto giurare, credere nel nome, vale a dire che noi ripetiamo un giuramento ad ogni parola e senza questo giuramento non ci sarebbe un mondo condiviso. È possibile pensare che in un altro mondo condiviso, tessuto da diverse connessioni e certificato da diverse parole, sia possibile di tutto, perfino gli asini che volano. In certi mondi condivisi è possibile viaggiare nel tempo e nello spazio, se diamo retta alla tradizione medievale tibetana per esempio. In altri forse è possibile vivere accorgendosi poco di quello che ci accade intorno, presumendolo molto però.

È chiaro quindi che chi non possiede un telefono cellulare, pur non essendo raggiungibile in tal modo e non immune certo dai traffici di onde elettomagnetiche, anzi subendole, si mette fuori o addirittura contro, si mette di traverso alla percezione condivisa della realtà cosiddetta. Negandosi alla reperibilità costante, onnipervasiva e puntuale viene a rappresentare la perenne eventualità di un crollo, del ritorno al mondo brutale di prima. Da qui forse l’accezione più pertinente di osceno come infausto, anche spergiuro forse.

L’adesione al nuovo mondo è stata entusiasta. Pochi hanno notato che la sperimentazione è avvenuta proprio qui, nel Paese degli Esperimenti coi Balocchi, e in brevissimo tempo, nel resto del mondo ci sono arrivati dopo anni e con gradualità. Pochi hanno notato che l’interesse tecnologico ha avuto negli ultimi trent’anni una specie di conversione a U. Nella visione fantascientifica, in Blade Runner ad esempio, il protagonista telefona dalle cabine telefoniche, perché fino ad allora studi, sperimentazioni e invenzioni erano tutti diretti alla conquista dello spazio, da un certo punto in poi le tecnologie hanno quasi abbandonato la branca per occuparsi dell’invasione del sistema nervoso. Tempo fa un’inchiesta portava prove del danno che provoca al cervello l’esposizione assidua alle onde elettromagnetiche, poi si chiedeva ai passanti cosa ne pensassero. La risposta unanime era: E che ci posso fare? Quello sulla dannosità di tali congegni è un ritornello che vien fuori ogni tanto, come l’altro sul controllo capillare di tutte le nostre azioni ormai, attimo per attimo, il grande fratello etc etc. Nel mondo precedente l’attuale, riesco a ricordare che un controllo simile veniva considerato osceno, quindi può essere che il regista francese faccia parte di quel mondo ormai inesistente, e io con lui. Il mondo dei diversamente raggiungibili… Eppure, lo stragiuro, siamo vivi. Fanno statistiche su tutto, mi piacerebbe sapere quanti siamo, noi handicappati. Lo chiedo ufficialmente. C’è da rabbrividire.

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