Quel che resta della scuola

di in: Captaplano (0)
Francesco Arena, Middelburg

Francesco Arena, Middelburg

Per chi è abituato a considerare settembre un inizio, giugno-luglio una fine, a contare gli anni a tre a tre o a cinque a cinque, invecchiando improvvisamente per trienni o quinquenni, ovvero studenti e soprattutto professori, questo autunno crepuscolare spinge subdolo a parlare di scuola. Già lo feci qui su Zibaldoni del 9 settembre 2013, con Dio se la caverà (Neo 2014) di Alan Poloni siamo a una parziale recidiva. Si tratta d’un romanzo d’esordio dal richiamo postmoderno, dunque con personaggi e situazioni diverse e divergenti. Lo scrittore Timpano che, già in crisi creativa, subisce il colpo definitivo scorrendo le misere righe dedicategli dalla Garzantina, è retrocesso a case editrici minori, non scrive più e non sta al passo con gusti e modalità di comunicazione rinnovati. Inscenerà un falso suicidio per incrementare da morto la propria nominazione su Google e per arrivare finalmente su Wikipedia. Una voce tuttavia tanto sconnessa da spingerlo al vero passo finale che chiude il romanzo. Si vede subito quanto di paradossale e comico stia alla base del romanzo (anzi forse l’occhiolino costantemente strizzato, le labbra stirate all’insù ci deformano un poco nell’immaginazione il volto dell’autore), confermato anche dalle vicende dello Zio. Un avvocato puttaniere che rimette in auge una sala a luci rosse per rilanciare “una visione dell’amore più valoriale” contro la decadenza erotica del web. Qui fiorisce abbondante e improbabile la verbalizzazione ideologica, stile De Lillo o Foster Wallace, a contorno e giustificazione delle scelte, come del resto sulle conseguenze che si scatenano, ovvero la lotta senza quartiere tra il Circolo degli Spinoziani e quello del Virtuoso Giardino del Confessore: “Quanto erano lontani i tempi della sua infanzia, quando le persone si sprangavano per futili motivi calcistici o, al limite, per sterili questioni politiche? Cos’era successo alla sua città, alla sua terra, se oggi le persone si spaccavano la testa in nome di Platone o Aristotele?”

E come scrive Poloni? Un andamento scorrevole e mosso. La stessa varietà di personaggi e situazioni dentro la prevalenza di tono comico (ma più riuscita, per esempio, la malinconica intimità di Dave e Nic sul fiume rispetto a certe parti goliardiche da collegio), si trova nella forma. Caratteri grafici vari, dialoghi, microstorie, registro parlato e (pseudo)colto, frasi brevi alternate a una sintassi più costruita, increspature metaforiche (“uno dei tanti angoli della vita in cui si accumulano le bollette delle dipendenze”) iterazioni (i sette “Avevano imparato” riferiti ai due protagonisti), elenchi (le “decine di oggetti” che “facevano da scenografia alla lezione” di Yale, il professore di italiano tipo Attimo fuggente). Insomma, come predica Yale, “nessuna sintesi, nessuna mediazione tra posizioni estreme. Bisognava essere pendolo, tic e tac, di qui e di là.”

Ma veniamo a noi, cioè alla scuola, che occupa poi la maggior parte del romanzo e ne è, a nostro parere, la più interessante. Anche attorno ai due ragazzini protagonisti si esercita il gusto del bizzarro di Poloni: Dave è un asociale cresciuto fin dall’infanzia sul Tractatus di Wittgestein, ostacolo insormontabile per la laurea in filosofia della madre; Nic più semplicemente soffre di dislessia, ma gli insegnanti o non prendono in adeguata considerazione il problema o lo trasformano nel “uomo libero che l’umanità attende da millenni”, libero cioè dalle costrizioni della logica e della grammatica del linguaggio, mentre lui, per parte sua, sogna di trasferirsi in Cina, per avvantaggiarsi della scrittura ideografica. Seppur involti in forma paradossale non sono pochi gli spunti su cui riflettere seriamente. Una riguarda le figure dei ragazzi borderline – bisogni e sofferenze – “per cui l’inferno era la scuola” e che le disastrate famiglie affidano al ritorno, opportunamente modernizzato, dell’istituzione collegiale (il Franti del rettore Augusto Loglio). L’inadeguatezza degli adulti, le loro paure, il desiderio di controllo possono diventare una buona risposta ed un affare:

 

E, a quel punto, la domanda era affiorata automatica: quanto era disposta a pagare una società ormai invasa da orde di barbari, gang di assassini metropolitani e automi narcotizzati, quanto era disposta a pagare una società sull’orlo del baratro per ritornare all’ordine? Qualunque cifra, si era risposto.

 

Dave e Nic si ritroveranno così al Franti, in balia di una pedagogia correttiva vincente (“Il lavoro nobilita l’uomo, soprattutto l’uomo che non ha voglia di studiare”), non aliena dalle maniere forti e da scusanti di natura genetica (“Quando i cromosomi son più duri del bastone”). Ci troviamo anche il violento Ostilio, che offre un’interessante riflessione sulla cultura in rapporto all’insegnamento:

 

Prima di trascrivere il voto sul libretto, il professore l’aveva guardato in faccia e gli aveva chiesto se aveva intenzione di farsi bocciare di nuovo. Ostilio aveva risposto che non avrebbe aperto libro per tutto l’anno e che i voti che avrebbe preso sarebbero stati frutto delle cose imparate l’anno precedente. Non era questo quella cazzo di cultura di cui i professori blateravano per ore? La cultura non era ciò che rimaneva quando si era dimenticato tutto? E allora? Valeva di più un suo cinque  e mezzo senza aver aperto il libro o il nove preso da un cazzone che aveva studiato per una settimana intera? 

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