Diventare qualcuno

Piero Guccione, Davanti al mare di Sampieri (1994, pastello)

Piero Guccione, Davanti al mare di Sampieri (1994, pastello)

1.

Chino su Billy Budd era tanto assorto nella lettura che l’ordine di tornare al lavoro, per quanto imposto dalle esigenze familiari, lo colse come il frutto di una cospirazione. Di per sé l’incarico aveva un certo rilievo morale: doveva contribuire secondo le sue possibilità ai bisogni della famiglia, ma si trattava di bisogni imperscrutabili che solo suo padre sapeva intuire, bisogni lontani dalla sua quotidianità, che a volte lo costringevano ad azioni del tutto imprevedibili, alcune delle quali messe in piedi esclusivamente a scopo educativo. Il fatto è che nel progetto pedagogico dei suoi genitori a suo modo di vedere lo studio era rimasto quasi del tutto trascurato: così doveva lavorare e nel contempo dar mostra di aver capito l’importanza dello sforzo che gli si chiedeva, due attività difficili da conciliare, specie se non si è per niente convinti dell’insegnamento.

Nella seconda metà degli anni Ottanta, fra le tante incombenze che gli sarebbero potute capitare lavorando con suo padre quella di posare il battiscopa sui ballatoi di un appartamento in via di ultimazione non era la più disprezzabile. Si trattava essenzialmente di qualcosa di concreto e soprattutto di un’operazione che poteva essere condotta in piena autonomia, senza nessuno che lo sorvegliasse e gli imponesse ogni momento di agire in modo diverso da quello che gli sembrava opportuno. Avendo accumulato una certa esperienza, avrebbe potuto affrontare il lavoro serenamente, perciò quando suo padre gli disse che avrebbe trascorso la giornata in quel modo, non la prese poi tanto male.

Il cantiere non era lontano, si trovava poco oltre i limiti del quartiere, dato che rendeva l’incarico ancor meno gravoso, perché al termine della giornata sarebbe potuto tornare a casa da solo, senza aspettare i tempi di suo padre. Ma ciò che gli stava particolarmente a cuore era il fatto che avrebbe trascorso la giornata senza avvertire su di sé lo sguardo che ispezionava vari istanti della sua coscienza con lo scopo di coglierla intenta a non far niente. Questa colpa – attribuita d’ufficio all’adolescenza – non aveva nulla a che vedere con l’ambiente rurale da cui provenivano i suoi genitori: era una colpa diversa, che suo padre aveva potuto osservare in molti anni di attività. Il contadino conosce il tempo del lavoro e il tempo del riposo: l’artigiano invece – ed è forse l’unica colpa di una condizione lavorativa per altri versi quasi esemplare – conosce solo il tempo del lavoro. Perciò, nel caso avesse concluso un incarico prima del previsto, avrebbe dovuto ad esempio ripassare gli attrezzi, lavarli e lucidarli centimetro per centimetro fino a farli sembrare migliori di quelli nuovi perché dotati di quella patina propria dell’uso che li rende più maneggevoli.

Il cantiere offriva un gran numero di programmi pedagogici di cui un giovane avrebbe subito potuto beneficiare, insegnamenti per cogliere i quali, tuttavia, bisognava aver ben compreso il presupposto fondamentale, il principio cardine da cui discendevano geometricamente tutti i teoremi della vita lavorativa secondo il quale l’intelligenza e la competenza dipendono dall’esperienza, la quale a sua volta coincide con l’anzianità di servizio, ossia con l’età anagrafica. Come si può vedere, non si tratta di una massima di natura scientifica ma, per così dire, di una massima della tradizione orale (in un mondo cresciuto lontano dallo studio, la ragione non poteva che spettare ai più anziani).

Il padre lo lasciò dunque davanti a due palazzine di due piani che si sviluppavano prevalentemente in orizzontale, divise in più appartamenti. Lui fece le scale tre volte portando con sé tutto l’occorrente.

Cominciò dal primo ballatoio della palazzina, al primo piano, cieco e pertanto riservato come tutti gli altri, chiuso da una parete di cemento che si alzava lungo il perimetro fino all’altezza di un metro, sopra la quale si innestava il corrimano. Non voleva farsi vedere all’opera, e non tanto perché lavorare fosse motivo di discredito (tutti sarebbero stati contenti di vederlo impegnato in quell’occupazione), quanto proprio perché non voleva che lo identificassero in un lavoro che non aveva scelto, che gli era stata imposto e che svolgeva solo in forza della sua condizione materiale. Non voleva che lo riducessero al bravo ragazzo che segue suo padre (per quanto indubitabilmente fosse anche il bravo ragazzo che seguiva suo padre). Per tutte queste ragioni il lavoro della sua coscienza nei mesi estivi si complicava, mentre nel resto dell’anno la scuola gli stendeva sul banco l’immagine del sentiero illusorio sul quale avrebbe dovuto investire le sue aspirazioni.

La singolarità della sua condizione era data dal fatto che nel corso del tempo, e in modo più sofferto proprio in quella stagione estiva, aveva maturato un’oscura intuizione non tanto di ciò che sarebbe diventato, quanto del modo in cui progressivamente si sarebbe avvicinato alla sua affermazione. Sentiva che il progressivo liberarsi di ciò che riteneva il vero se stesso era originato semplicemente dal dispiegarsi di qualcosa che doveva crescere e mostrarsi in tutta la sua estensione.

Chino sulle piastrelle del poggiolo, ripassava varie modalità di diventare qualcuno. Non sapeva ancora in che campo si sarebbe affermato, ma sentiva che quel contesto poteva favorire la sua intuizione, far crescere le sue preferenze. E mentre si dedicava col pensiero a varie discipline di studio, sentiva che qualcosa lo sosteneva, tanto che il giorno dopo poteva riprendere e proseguire dal punto in cui si era interrotto, allo stesso modo in cui riprendeva il lavoro manuale. Tagliando il pezzo di piastrella in clinker da inserire nell’angolo interno aveva capito che tutta questa vasta e indifferenziata speranza si sarebbe chiarita col tempo purché rimanesse fedele a una condizione di raccoglimento che sentiva non facile da prolungare, ma cui poteva richiamarsi con fiducia.

Dal basso eruppe un’impressionante sequenza di bestemmie dell’artigiano che posava il pavimento in porfido, bestemmie contro suo figlio che non gli aveva portato l’acqua, che non gli aveva preparato i pezzi pensando a come il lavoro si sarebbe sviluppato, che non aveva voglia di far niente. Si alzò per guardare verso il basso e rimase a osservarli. Il figlio andava avanti e indietro a torso nudo spingendo la carriola. Lo conosceva. Le bestemmie non lo avevano stordito: sapeva prendere la cosa come andava presa, riconducendo mentalmente suo padre a una dimensione meno esasperata. L’ira, però, era concreta. In un secondo accesso il padre prese un pezzo di legno che si trovava a portata di mano e lo scagliò di forza contro il figlio, mancandolo di poco. Dopo aver posato il marciapiede, ora lavoravano al perimetro di un’aiuola che correva per tutta la lunghezza del cortile. Procedevano spediti, immersi nelle canzoni italiane che uscivano dalla radio.

Ritornò al poggiolo. L’odore della colla, il senso di umidità della casa in via di ultimazione erano gli elementi dell’unico vero aspetto gratificante del lavoro: il fatto che andasse avanti.

In una delle stanze vicine erano arrivati gli imbianchini, due cognati in pensione che lavoravano in nero per guadagnare qualche soldo, sempre di buonumore. Era contento della loro presenza, purché rimanessero a distanza, senza interloquire. A volte cantavano a due voci canzoni degli anni Sessanta con armonizzazioni fatte da loro, molto più lente degli originali.

 

 2.

Helmuth se ne stava seduto contro la parete corta del poggiolo, mentre lui proseguiva dall’altra parte con il battiscopa: aveva quasi finito.

“No, non preoccuparti, è andato a cercare il geometra del cantiere. Mi ha lasciato una cosa da fare, ma ho tutto il tempo. Difficile che torni prima di un’ora. Senti, ho pensato una cosa: noi dobbiamo trovarci uno di quei lavori in cui sgobbi per vent’anni e poi puoi andare in pensione. Ti immagini, a quarant’anni ai Caraibi, attrezzati con ombrellone, cocktail e ciascuno con due donne in bikini, una per parte? Io dico che dovremmo farlo. Vorresti restare qui a tirare avanti in questo modo?”

Non vedeva prospettive di avventura in quello che gli aveva indicato suo padre, in quello che tutta la generazione dei padri sembrava voler consegnare nelle mani dei figli.

“Credi che se non ci andiamo noi non ci andrà qualcun altro al posto nostro? Credi che sia meglio rinunciare, che sia più nobile? Io l’estate mi sbatto dalla mattina alla sera e ho visto come funziona il lavoro, ma a scuola studio, cosa credi, perciò non dico che non dobbiamo prenderci il diploma, fare qualcosa di buono. Ma dopo? Pensi che basterà davvero solo la nostra buona volontà, o il talento per trovare un’opportunità diversa, migliore? Pensi che tutti si metteranno da parte per lasciarci passare, solo perché abbiamo dimostrato di avere un’idea in testa? Ti dico io cosa succederà: non succederà niente. Di noi non frega niente a nessuno, a patto che non facciamo esattamente quello che hanno fatto loro. La stima è funzione diretta del nostro rispetto per ciò che hanno fatto, ossia per i risultati che loro pensano definitivi e che noi abbiamo già trovato discutibili. Perciò puoi fare quello che vuoi, studiare quello che ti pare, ma se credi che solo per questo facendo qualcosa di diverso avrai il loro consenso, allora ti sbagli.” Fece una pausa, si risistemò seduto contro la parete, poi riprese: “Io dico che dovremmo provarci, invece, ma provarci sul serio.”

Mentre finiva di sistemare il pezzo che aveva tagliato cercava di capire se ci fosse qualcosa in comune fra la serietà con cui la generazione di suo padre si era dedicata al lavoro e la dedizione con cui loro riprendevano in mano le cose, in modo tanto diverso: ma non era facile rispondere.

“Non credo che questi lavori in cui sgobbi solo per vent’anni abbiano tanto futuro” disse, guardando Helmuth.

“No, ma intanto hanno un presente.”

“A me potrebbero anche non andare bene.”

“Sì, perché tu credi di poter trovare un lavoro che ti permetta di fare tutto ciò che hai voglia di fare. Ma credimi, questo lavoro non esiste”.

 

3.

Un altro momento gratificante nella peraltro concettualmente povera attività di messa in opera del battiscopa lo viveva quando, dopo aver finito un poggiolo, riprendeva in mano gli attrezzi per spostarsi da un’altra parte e rimaneva in piedi con il secchio in mano a contemplare il lavoro. L’altro ballatoio dell’appartamento era più lungo e meglio esposto al sole. Sarebbe stato dunque più opportuno cominciare con questo che trovarsi ad affrontarlo per secondo, ma quel giorno aver concluso una parte per lui non significava aver fatto qualcosa: significava averci messo sopra la firma. Ci sarebbe tornato solo per sigillarlo. Aveva svolto tutto a regola d’arte e in tempi ragionevoli, aspetto di cui era riuscito a tener conto in modo pressoché inconsapevole, secondo uno dei frutti migliori dell’esperienza. Si sentiva sereno. Si spostò, dunque. I due imbianchini cantavano Angeli negri.

Helmuth e suo padre stavano proprio sotto al secondo ballatoio. Rivedeva l’espressione di Helmuth mentre parlava girandosi fra le mani una matita. Si accovacciò a valutare se la parete fosse a piombo e, mentre lo verificava, sentì di aver sete. Aveva resistito alla tentazione di bere perché sapeva che, complice il caldo, una volta presa in mano la bottiglia di aranciata amara che suo padre comprava abitualmente, vi sarebbe tornato fin troppo presto. Però alla fine dovette cedere. Al primo sorso la sensazione fu quella di un paradiso accogliente, eppure un paradiso in cui qualcuno aveva intenzionalmente inserito un mandato di comparizione per la coscienza, quasi ad interrompere la sospensione dell’incredulità, la nota amara in cui suo padre aveva investito perché lui e suo fratello non svuotassero troppo in fretta la scorta che teneva in cantina. Gettò uno sguardo in basso, dove Helmuth con la carriola portava altri cordoli.

Col raschiatore limò la parte sporgente del muro, qualche gobba che i muratori avevano lasciato. Le preoccupazioni per le varie attività, tutto ciò che costituiva il campo magnetico del lavoro era forte, ma in fondo non era comparabile con il campo magnetico originato da Billy Budd, libro che generava tutta un’altra serie di questioni. Pulì con la base di una scopa, poi cominciò a stendere la colla.

“Allora, procede?” chiese uno dei due imbianchini, che aveva messo la testa oltre la soglia del poggiolo per vedere cosa stava succedendo.

“Procede, procede”, rispose lui, voltandosi appena, per non dare troppa corda alla conversazione. “Più che altro, bisogna portare a casa il risultato”, aggiunse, per non essere scortese, continuando a lavorare ma replicando con lo stesso tono dell’imbianchino, quel tono cameratesco che era tipico di tanti scambi di opinione fra gli artigiani sui cantieri e che anche a lui era diventato familiare.

“Ad ogni modo: sempre avanti.” concluse l’imbianchino, mentre già tornava sui suoi passi in corridoio, contento di averlo visto al lavoro.

La vita dei cantieri in fondo esprimeva anche un certo grado di solidarietà, una sorta di tacita intesa, di accordo tra pari (fatto salvo il principio dell’anzianità di servizio), persino una sottile forma di civiltà fatta di rispetto e di arte della conversazione, una civiltà che di tanto in tanto avrebbe voluto sentire propria se non fosse che non appena tornava con l’attenzione al lavoro – alla circostanza del lavoro che era stato chiamato a svolgere a dispetto di ogni altro impegno cui avrebbe potuto dedicarsi – essa tendeva a scomparire.

Dal basso saliva il grido: “Sabbia!”, corredato delle indispensabili bestemmie che convalidavano l’ordine di servizio. Il disc-jockey alla radio forse non combinava niente, ma certo se la passava meglio del padre di Helmuth. E questi fra l’altro manifestava una sorta di rispetto per chi lavorava in radio, dato che la ascoltava ogni giorno, un rispetto che naturalmente solo lui aveva diritto di esprimere, in forza – si intende – di trent’anni di lavoro sotto il sole (il teorema di base rimaneva invariato).

Arrivò anche un’insegnante di matematica delle scuole medie che si apprestava a diventare proprietaria dell’appartamento in questione. La professoressa aveva un viso che la voce degli studenti aveva intuito trionfalmente equino, da cui il magnifico e storpiato soprannome Bicefalo. Veniva dunque per dare un’occhiata al procedere dei lavori.

 

4.

“Eccone qui un altro dei miei.”

“Buongiorno, professoressa”, fece, come sempre senza distogliere troppo lo sguardo da ciò che stava facendo. La professoressa, alta e sottile, portava un completo color sabbia che sembrava tolto da poco dall’appendiabiti della tintoria.

“Quando vi vedo lavorare resto sempre meravigliata da questa metamorfosi: da tanto indisciplinati che eravate, ora vi vedo meticolosi, così precisi. L’ambiente di lavoro vi cambia in meglio. Non siete portati per le discipline teoriche, per l’astrazione, per il pensiero formale. In effetti, non posso dire che il meglio di voi si esprima nello studio, ma del resto poi qualcosa succede sempre.” Era entrata sul poggiolo e guardava in avanti, quasi a collaudare la veduta della sua prossima abitazione.

“A casa tutti bene, vero?”

“Sì, grazie, stanno bene.”

Anche senza essere mai giunta ad esprimere apertamente le proprie riserve sulla realtà locale, nei giudizi incredibilmente limitativi che stilava a fine anno gli studenti sembravano, più che nuclei di qualsivoglia potenzialità, delle realizzazioni incompiute che lei aveva avuto il compito di descrivere, catalogare e archiviare poi in modo definitivo nell’ampio deposito dei reperti della civiltà materiale.

“A proposito, a scuola ti trovi bene?”

“Sì, grazie.”

“Bene. Fai bene a studiare. Se non altro, ti servirà per la vita.”

Guardava fisso in avanti un punto lontano, forse il punto geometrico cui era arrivata la sua esistenza. Il padre di Helmuth bestemmiò ancora una volta.

La professoressa riprese, sempre guardando avanti: “Se solo potessi tornare indietro, viaggerei di più. Invece ho sacrificato troppo all’ambizione di affermarmi professionalmente.”

Mentre proseguiva col lavoro si rese conto che non c’era un solo aspetto della vita di lei che fosse degno di nota. Lei doveva certamente avere sofferto – molti indizi evidenti confermavano questa ipotesi – ma difettava del tutto della ragione per cui di solito uno lascia di sé un’immagine viva nella memoria. Era una dei tanti esempi di insegnanti-segnalatori-di-passaggio-a-livello che aveva incontrato. In quegli anni aveva già avuto occasione di conoscerne parecchi. Aveva dovuto aspettare che passasse il treno, poi aveva proseguito per la propria strada.

Un commento su “Diventare qualcuno

  1. Benvenuto

    Non deve piacervi per forza, ma la vita va cosi, e la legge dell universo, servite solo nella misura in cui avete qualcosa da offrire a qualcuno a cui serve quella cosa.

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