Trucioli/ 2

Oratorio dell’estremo saluto.

di in: Politica poetica (0)

Oratorio dell’estremo saluto

 

Che bei fiori appassiti, gli dicevo,

quante gualdrappe vecchie, sì, un salvatore

incantevole: vuoi sbattermi, caro,

vuoi fottermi? Dillo, non ci girare

intorno; perché io, sorridevo,

cosa credi, cosa voglio da te?

Sai, mio caro, di cazzi come il tuo

ne ho visti, presi, smaneggiati,

e quelli s’afflosciano e tu dici “tutto qua?”,

tu, tutta sudore e brividi, mentre lui

tra i denti scuce un sorriso di paura;

dagli una pacca, a mammà, quanto sei bravo.

Perché poi quei damerini vecchio stampo,

gli scimmioni, cazzo grosso e cervello piatto:

dove me lo metti stasera, mi piego, che dici,

tutta pronta, culo in aria, così ti piaccio, coglioncello?

Non saprai mai quanti, dentro un cesso

lercio, ne ho ingoiati; troppe domande,

bamboccio, molti, sì, un mondo sano

mi ha scopata, la statistica, a che punto

sei? Con due uomini, eccome, due

sudati torelli, e che stronzi,

la moglie gode a comando

e se gli do il culo sono io la troia?

Quell’altro, il più bel cazzo duro

che abbia avuto: non ti posso cavalcare?

No, solo da sopra, carino,

se no, leccamela, vai, fatti fottere

da qualcun’altra. Scopate folli,

quante ne vuoi, dieci in una notte,

nessuno regge quanto me, però.

La prima volta? Innamorata, l’idiota;

sei mesi, sì che ero perfida, e lui a letto

con mia sorella, io con suo fratello,

perdornarsi, no mai. Bambina innocente,

anche adesso, se voglio, sai, un attimo,

prendo tempo, un po’ di rossore,

sbuffa il cretino, s’eccita,

io più rossa ancora: ma che avevi

stanotte, puledrone? E non farmi

la storia “quello che hai avuto ridai”,

m’infastidisci, le tue sciocche domande,

disprezzo quelli come te, ti sbagli,

non sono da meno, non sono di più.

Serena? Non voglio esserlo. Tu vuoi

capirmi? Inutile, senti a me,

cercare nelle cose intensità,

niente sotto la superficie, niente.

Ogni giorno cambio. Ma adesso solo

avanzi di me stessa. Se qualcosa

resta non sarà per te, per nessun altro,

se qualcosa di ricco esiste, di vero,

lascio che marcisca, che non si sporchi.

 

 

A te ferita, le dicevo,

a te sorriso di velata tristezza,

brezza di silenziosa potenza

questa notte, senza darti sospetto,

immensamente ti innamori.

Non chiamarmi Penelope, Circe,

la tua Itaca non sarò mai, dicevi;

eppure questo è il molo,

qui ti accompagnai, qui ti proposi

impudiche promesse, antiche cose,

fare indietro la vita, come Senofonte

e i suoi greci. Solo salvezza, nessuna gloria.

Nient’altro che composti chimici,

dicevo, unendosi danno terze miscele;

che duri un anno, un mese, una vita,

nulla sappiamo, perché sparì,

perché così a lungo sopravvisse.

Alla larga da certi composti, ti dissi,

gli epicurei lo sapevano già; certe tempeste

da qui è bene guardarle, al sicuro.

Epicuro, divino Epicuro, di chimica

non ti intendevi quanto lei. Sarà

per questo: io sono qui, legato

a doppio filo a far di conto,

a vegliare provette, per trovare i numeri

di quella miscela, che fra le mani

sfuggì dispettosa.

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