La casa in montagna

di in: Radici e dedali (1)
Joseph Mallord William Turner, Paesaggio

Joseph Mallord William Turner, Paesaggio

Sono a Sappada. Oggi mi sentivo infelice a Treviso e così ho deciso di ritornare nei luoghi della mia infanzia. La prima volta avevo dieci anni. Era l’estate dopo l’esame di quinta elementare. I miei genitori mi mandarono dai nonni – dalle persone che mi dicevano di chiamare i miei nonni –, e che, assieme agli zii vivevano a Sappada Vecchia nel quartiere di Mühlbach. Prima di allora non avevo mai visto così tanti colori. Sarà stato luglio. Lungo la strada principale, l’unica che percorre in tutta la lunghezza questo paese di montagna, si affacciano molte abitazioni, apparentemente collocate senza un ordine preciso. Grandi tetti  in legno scuro e una miriade di colori alle finestre. Non avevo mai visto così tanti colori. Ero in macchina, seduto dietro al signore che guidava. Ricordo che premevo il viso contro il finestrino, allungando il collo fino a strozzarmi con la cintura di sicurezza. Non avevo mai visto così tanti colori. Appena sceso vidi un bellissimo giardino con alcuni giochi da esterno. Un’altalena e un dondolo. Erano interamente colorati di vernice rossa. Sembravano a loro volta dei fiori. Mi venne in contro un bovaro svizzero che mi terrorizzò all’istante, e mi fece correre al riparo dentro la Range Rover. Questa macchina mi ricorda, ancora adesso, la musicassetta che era sempre in riproduzione durante i viaggi della domenica. Un giorno chiesi che musica fosse. Io la definivo musica da viaggio, mia mamma mi rispose Phil Collins. Le chiesi di scrivermelo su un pezzetto di carta e da allora lo porto sempre con me dentro al portafogli. Sono passati vent’anni da quella prima estate a Sappada. Oggi compio trentun’anni e ho deciso di venire a fare visita ai miei genitori che, dopo che sono morti i miei nonni e i miei zii, sono venuti ad abitare a Sappada Vecchia, nella loro casa di montagna, nel quartiere di Mühlbach. Non li vedo né li sento dal mio diciassettesimo compleanno.

 

Sono le venti e trenta. Parcheggio davanti alla casa dei miei genitori. A quest’ora avranno  già cenato. Saluto i vicini che ricambiano la formalità e si chiudono la porta di casa dietro le spalle. Accendono la luce elettrica e chiudono le finestre. La giornata è finita, domani è un altro giorno, mi sembra di sentirli dire. Tanto basta per farmi tornare alla mente il motivo della mia partenza. La mia fuga. Anche se rifiutare un trasferimento a Sappada per andare a vivere a Treviso non è propriamente una fuga, bensì il male minore. Il male maggiore era rimanere qui a Sappada con i fiori colorati alle finestre, i grandi tetti in legno scuro, e la strada principale asfaltata su cui si affacciano le abitazioni che apparentemente sembrano collocate senza un ordine preciso. Poco più di mille abitanti e un venditore ambulante di frutta e verdura che ogni mattina si ferma in ogni via laterale dell’unica strada asfaltata per incrementare i suoi commerci. Mi ricordo bene di quando parlava con mia nonna, perché era mia nonna che faceva la spesa e stabiliva quanti soldi si potevano destinare alla frutta, quanti alla verdura, quanti ai miei scarponcini da montagna nuovi e quanti ai gettoni del flipper del parco dei divertimenti di Sappada. Sì, me lo ricordo bene, mia nonna usava proprio quest’espressione – parco dei divertimenti – per descrivere un locale con veranda del quartiere di Kratten, a un chilometro di distanza dal quartiere di Mühlbach. Il venditore ambulante parlava con mia nonna e le diceva che veniva a Sappada per incrementare i suoi commerci. Si svegliava la mattina presto e si faceva oltre quaranta chilometri in furgone per incrementare i suoi commerci. Li incrementava fino a sera, poi tornava a casa, mi pare fosse di Tolmezzo, un paese a oltre quaranta chilometri da Sappada. Viveva da solo. Cinque anni fa si è sparato un colpo alla testa con il fucile da caccia. Lo hanno ritrovato dopo una settimana, grazie all’allarme degli abitanti di Sappada che erano rimasti senza frutta e senza verdura.

 

Faccio scattare la serratura dell’ingresso principale. I miei genitori non hanno mai cambiato le chiavi. Ho in mano il mazzo che i miei nonni mi diedero in terza media, quando finalmente mi fu concesso il permesso di uscire la sera, dopo cena, con il nipote dei dirimpettai. Si chiamava Andrea. Prima dell’estate della terza media, dopo cena, dovevo restare in salotto con i nonni, con quelli che dovevo chiamare i miei nonni, anche se per me erano due estranei. Ogni volta che mi abbracciavano e mi baciavano sulle guance correvo in bagno a vomitare. È l’aria pura di montagna a farti male, mi dicevano. Io non ero abituato all’aria pura di montagna e nemmeno all’acqua pura ero abituato. Stavo male, soprattutto quando mi abbracciavano e mi baciavano sulle guance. Dovevo subito correre in bagno per non sporcare il pavimento della loro Blockhaus. Dall’estate della terza media, invece, avevo le chiavi di casa con un portachiavi a forma di tronco d’albero, di legno. Ero così contento di avere queste chiavi, e con questo portachiavi di legno che le mostravo a chiunque incontrassi sulla strada principale asfaltata, l’unica che percorreva in tutta la lunghezza questo paese di montagna. Andrea parlava con uno strano accento tedesco e mi ricordo che quando uscivamo la sera, dopo cena, portava sempre con sé un libro dalla copertina azzurro pallido. Lo aveva sempre con sé. Io gli parlavo dell’odio che provavo per il cane dei miei nonni e mi spingevo sull’altalena di un giardino di una qualche casa di un qualche quartiere. Non ricordo con precisione. A Sappada ci sono quindici borghi e in tutti e quindici le case hanno il giardino e almeno un’altalena. Fiori alle finestre e dondoli nei giardini. Questo è il motto della gente di qui, mi diceva Andrea. Sembrava molto intelligente, anche se aveva solo un anno più di me. Frequentava il liceo e io avevo finito la terza media. Anch’io avrei frequentato il liceo, ma Andrea lo aveva già frequentato per un anno e mi ricordo che uscivamo insieme la sera, dopo cena, però io parlavo e Andrea mi ripeteva solo il motto della gente di qui. Fiori alle finestre e dondoli nei giardini. Sembrava intelligente. Io, invece, avevo tutta l’aria di uno stupido. Mia mamma mi tagliava i capelli a caschetto. A ciotola, mi dicevano i miei compagni di scuola. Non mi crescevano i denti che avevo perduto qualche anno prima per un problema con un nome che ho preferito dimenticare. Ero anche piccolo. Avevo proprio l’aria di uno stupido. Andrea era l’unica persona con cui potevo parlare dell’odio che provavo per il cane dei miei nonni. Un giorno i miei nonni mi dissero che Andrea se n’era andato. E nelle settimane successive di quell’estate, dopo cena, sono rimasto a casa con i miei nonni a vomitare.

 

È tutto come allora. Ingresso. Corridoio. Salotto. Sala da pranzo e cucina. Bagno. Scale. Salgo. La camera da letto. Un altro bagno. Due stanzette e la camera che a turno è stata dei miei nonni, dei miei zii e ora è dei miei genitori. Scendo e torno in cucina. Apro il frigorifero e cerco qualcosa da mangiare. Sulla stufa spenta c’è una pentola. Funghi andati a male. Prendo un piatto. Afferro il coltello e taglio del pane. Mi siedo sull’unico sgabello della penisola. Quando ero piccolo, qui ci mangiava la cameriera che i miei nonni chiamavano per le cene importanti. Durante le cene importanti è bene avere una cameriera in casa, mi diceva l’uomo che per sette anni ho dovuto chiamare nonno. Non ho mai odiato tanto una persona come ho odiato quell’uomo che ho dovuto chiamare nonno per sette anni. Odiavo tutto di lui, compreso il suo cane. Compreso il suo affetto che era talmente malevolo che accettarlo significava dargli il proprio bene. Ricevere un suo dono significava regalargli la propria contentezza. Accettare la sua ospitalità voleva dire dargli la propria vita. Morto mio nonno, morì anche mia nonna. Forse per riuscire a ottenere un prezzo migliore dall’agenzia funebre. Per questioni di cognomi e di quote disponibili non mi lasciarono nulla in eredità. Nemmeno due gettoni per andare al flipper del parco dei divertimenti. Dei miei zii ho un ricordo vago. Nulla di loro mi ricorda questa casa. Il più delle volte si fermavano qualche giorno, con le loro famiglie, ogni tre anni diverse, quando si avvicinava il periodo delle cene importanti. Non ho alcun ricordo dei miei zii. La cameriera invece sì, me la ricordo. Si chiamava Oksana, era ucraina. Ogni anno tentava di farsi sposare da uno dei miei zii pluridivorziati. Uno valeva l’altro. E non so se mi disgustano più quelle persone mostruose che dovevo chiamare con i nomi di zii e nonni, o quella cameriera che desiderava farsi sposare da uno di loro. Ogni sera mangiavo e vomitavo e così per tutta l’estate. Era l’aria di montagna. Era troppo pura per me.

 

Anche il pane che ho tagliato ha la muffa. È tutto imputridito. Questa mattina mi ha assalito una strana sensazione. Dovevo venire in questa casa. Dovevo vederla per l’ultima volta. Erano quattordici anni che non ci venivo, ma è sufficiente l’odore di questa muratura da interni per farmi affiorare alla mente quell’estate di quattordici anni fa. Devo vederla per l’ultima volta, mi sono detto. Avevo diciassette anni. In salotto c’è ancora un alone più scuro, sopra il caminetto, anche se hanno cambiato il colore alle pareti. Stavo male. Più del solito. Non volevo più restare qui. Non potevo più restare con quelle persone. Bruciai tutto. Il primo a farlo fu Andrea. L’estate dopo il mio esame di terza media. Io continuai a vomitare per altri quattro anni, poi lo feci anch’io. Non potevo più restare qui. Ma questa mattina mi ha assalito una strana sensazione. Dovevo venire in questa casa. Dovevo vederla per l’ultima volta. Io devo vedere, mi sono detto. Salgo di nuovo al piano superiore e vado in bagno. Mi guardo allo specchio. Apro il rubinetto. C’è uno strato di polvere che ricopre tutto. Una patina uniforme. È tutto sporco. Sembra che qui non ci viva più nessuno. Esco dal bagno. Entro in camera. La osservo. Un letto a castello triplo. È una stanza piccola, ma non più piccola di quanto mi sembrasse quando avevo dieci anni. Ma oggi non mi fa paura. Oggi questa casa sembra familiare. È sporca, ma è familiare. Torno in corridoio e mi fermo davanti alla porta dei miei genitori. Rimango fermo. La guardo. È una porta chiusa. Una tavola di legno, nulla più. Un contenitore di muratura con una tavola di legno. Questa mattina mi sono detto io devo vedere. Ma ora sono qui e vedo solo pietre e una tavola di legno. Ci sono solo pietre e una tavola di legno. Mi giro, torno nella mia camera. Mi spoglio e salgo sul terzo letto. Quando avevo dieci anni ero il più piccolo e dormivo attaccato al soffitto. Voglio dormire dove dormivo allora. Questa casa mi sembra familiare. Domani mattina per prima cosa devo pulire tutta questa polvere e cambiare i fiori alle finestre. Qui, sembra non ci viva più nessuno.

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