Compito in classe d’Italiano

Nelle scuole di ogni ordine e grado, maggio è ormai il mese consacrato ai test INVALSI. Gianluca Virgilio racconta la sua esperienza di professore di Italiano alle prese con una delle prove scolastiche più antiche e, allo stesso tempo, più bistrattate dai moderni tecnici dell'istruzione.

di in: Circolari (0)
Maurizio Cattelan, Charlie Don't Surf

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Quest’oggi farò rivivere al mio lettore un’esperienza che, a seconda della sua età, considera più o meno lontana; lo pregherò di entrare in classe con me, dove io siedo davanti a una trentina di studenti intenti a scrivere il compito d’italiano. Qualcuno sfoglia il vocabolario – operazione che ai nativi digitali comporta molta fatica – qualcun altro rimpiange di non poter usare il cellulare che gli è stato gentilmente sottratto,  qualcuno infine guarda il soffitto sperando che prima o poi s’apra uno spiraglio da cui miracolosamente qualche idea lo raggiunga. Nell’aula, tuttavia, domina un silenzio che favorisce il raccoglimento e la concentrazione. Certo, c’è sempre qualche studente iperattivo o, come si dice oggi, qualche BES (bisogni educativi speciali) irrequieto, ma, tutto sommato, il clima favorisce la scrittura. Pertanto, anch’io mi metto a scrivere, precisamente le parole che il lettore sta leggendo. In questo modo, uniformo la mia azione a quella degli allievi, mi metto sulla stessa lunghezza d’onda e lavoro insieme a loro. Hanno riso quando ho detto che anch’io stavo svolgendo il mio tema.

Che cosa scrivono? Hanno potuto scegliere tra una tipologia A – Analisi del testo – e una tipologia B – Saggio breve o articolo di giornale, e ancora tra una tipologia C – Tema di argomento storico – e una tipologia D – Tema di ordine generale -. E’ tutto chiaro? Forse non del tutto. In realtà, gli argomenti su cui ho chiesto loro di scrivere sono il compleanno di Facebook (10 anni), un commento ad un brano – intitolato Il raccoglimento interiore – del De vita solitaria di Petrarca, poi il passaggio dal Comune alla Signoria, e infine, per chi non si lascia irreggimentare nelle varie tipologie, un tema libero, cioè senza traccia, nel quale si può scrivere quel che si vuole, purché lo scritto abbia una sua coerenza e una logica, come ho precisato al momento della somministrazione delle tracce, pensando al grande Robert Walser. Il tema libero mi è valso un applauso degli studenti, cui non pareva vero di poter scrivere quel che volevano! So già che cosa faranno alcuni: si daranno un tema, con tanto di traccia, e vi si atterranno, non avendo il coraggio di seguire i propri pensieri, come ho chiesto loro di fare. In effetti, la mia richiesta è piuttosto eslege – dunque, spero che tra lettori di questo scritto non ci sia la mia preside, che senz’altro mi richiamerebbe al rispetto delle tipologie -, poiché nel nostro sistema scolastico la tipologia Tema libero non esiste. S’intende che accetterò qualunque traccia la fantasia dei miei alunni abbia dettato loro, perché anche quello di scegliere un argomento è un segno di libertà, sebbene sarebbe bello abbandonarsi alla scrittura senza apparente meta, alla ricerca di…

Ricordo di giovinezza, quando il professore d’italiano, senza fare tante fotocopie – per l’occasione, invece, io ne ho fatte duecentodieci -, all’inizio della giornata veniva in classe con un foglietto volante e ci dettava qualche breve frase, a volte un epigramma, una citazione di qualche autore famoso, che noi dovevamo interpretare e sviluppare in un tema contenente le nostre idee inseguite per quattro-cinque ore, a rischio di andare fuori-traccia – ma questo lo avrebbe stabilito il professore in un secondo tempo -. Ipotesi remota, perché, insomma, bisognava proprio essere degli scemi per uscire fuori-traccia. Pertanto, quel giorno, che pacchia! Nessuno ci avrebbe interrogati né dal posto né vicino alla cattedra, e saremmo stati liberi di scrivere senza essere importunati. Lo studente più zelante avrebbe scelto la traccia di letteratura, gli altri la traccia d’attualità. E’ così che sui banchi del liceo ho sentito per la prima volta il piacere della scrittura.

Poi tutto è cambiato. Il buon vecchio tema è stato esiliato con la pena del soggiorno obbligato nell’ultima delle tipologie (la D), surclassato dalle altre tipologie, per le quali le case editrici si sono premurate di sfornare un gran numero di manuali, che impongono – in ossequio alle prescrizioni ministeriali – quelle e non altre modalità di scrittura. Importante non è più scoprire nuovi mondi attraverso l’esercizio riflessivo della scrittura, seguendo una traccia che ci avrebbe portato chissà dove, sempre e comunque in posti prima sconosciuti, ma attenersi a modelli di scrittura preconfezionati, le tipologie immutabili e ineludibili di cui sopra. Il giorno del compito in classe non sarebbe più stato il giorno della libertà (dalle interrogazioni, dai compiti da fare a casa il giorno prima), ma il giorno in cui si deve fingere di essere dei critici letterari, degli accademici di lungo corso, degli analisti dei testi letterari – i classici, divenuti sempre più estranei agli occhi degli studenti –, oppure degli improbabili storici, dei saggisti brevi o dei fantasiosi giornalisti, ecc.

Non ci facciamo caso, ma la forte limitazione della libertà all’interno della scuola è passata anche attraverso questi cambiamenti, che all’apparenza hanno gratificato gli studenti del titolo di critico, saggista, giornalista, storico, e l’insegnante di lettere del titolo di precettore delle varie tipologie, ma nella sostanza hanno ingabbiato la scrittura in un formalismo e in un tecnicismo, di cui avremmo fatto volentieri a meno.

Guardo l’orologio: è tardi, è ora di consegnare. Qualcuno l’ha già fatto. Do un’occhiata agli argomenti che gli studenti hanno scelto di sviluppare: c’è chi ha immaginato con dovizia di particolari la propria morte, chi ha raccontato le sue pene d’amore, un altro si è proiettato nel futuro, descrivendo una propria giornata-tipo a trent’anni, ecc. La più brava della classe ha scelto la tipologia A, quattro o cinque studenti la tipologia B e la C. Tutti gli altri hanno scelto il Tema libero.

–         Ragazzi, – ho detto con tono di rimprovero – perché avete trascurato le varie tipologie che vi ho assegnato? Avrei dunque sprecato duecentodieci fotocopie?

–         Prof – mi ha risposto uno studente – l’occasione era troppo ghiotta per non approfittarne.

–         Viva il tema libero – ha detto un altro.

–        Va bene, per questa volta transeat, – ho risposto – ma le altre tracce svolgetele a casa…

 

[Tratto dal volume Così stanno le cose di Gianluca Virgilio, Edit Santoro 2014]

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