La prima volta che ho fatto l’elemosina

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In realtà non stavo assolutamente facendo quello che credevo, ma questo l’ho capito solo dopo.

Lì per lì ho strappato gli assegni e li ho messi nella busta con un gesto brusco, nato dalla serie di pensieri sgradevoli che tutta la faccenda mi stava causando.

Ai miei piedi, sotto la scrivania, avevo il cestino colmo di carta straccia e gran parte di questa era formata da richieste di denaro.

La fondazione per gli orfani dei poliziotti morti durante l’esercizio del dovere.

La scuola dei miei figli (privata).

La scuola di musica dei miei figli (due di loro) che studiano musica.

La scuola di recitazione della figlia che studia recitazione.

Il giardinetto con i giochi per bambini della contea che sta dietro casa.

La biblioteca della contea.

Tutti i teatri dove ero stata fino a quel momento del mio soggiorno a Washington.

Il postino che mi consegna la posta, tutti i giorni due volte al giorno, con dentro tutte queste belle richieste di denaro.

Avevo scelto il primo e l’ultimo, di questi questuanti, e gli avevo destinato dei soldi. Mi sembravano gli unici casi degni di attenzione. Per il resto, ero già in contatto con associazioni più grandi, internazionali, a cui donavo regolarmente per cause umanitarie. Lo stillicidio di questi altri, con le loro piccole necessità superficiali, proprio mi irritava. Tutte quelle frasi che nemmeno leggevo più perché tanto ripetevano sempre la stessa cosa: ti piace portare i bambini qui dietro casa a giocare? Farli leggere nella biblioteca? Vederli imparare ad apprezzare la musica e il teatro? Ti piace la nuova aula di informatica della scuola?

Certo che mi piace, pensavo, ma queste cose io già le pago! Pago le tasse, pago i biglietti, pago le rette… che volete ancora da me?

Le strappavo o appallottolavo con fastidio, via via che arrivavano, e lasciavo che si accumulassero nel cestino, per il gusto di buttarle via dopo, tutte insieme.

“Ma scusa, qui non c’è nessun tipo di sovvenzione. Non esistono gli aiuti dello stato, delle regioni, delle province… qui ogni associazione vive per lo più di donazioni. Se i privati chiudono il borsone, chiudono anche loro”.

Mi ha poi fatto notare, un giorno, una connazionale da lungo tempo trasferitasi a Washington.

E ha aggiunto, con orgoglio: “Io aiuto la mia scuola di pittura, e faccio donazioni anche al canile e alla radio che trasmette solo musica classica. La mia preferita. E poi al gruppo di giardinaggio di cui faccio parte, ovviamente. Curiamo le aiuole della contea, come volontari, e ci autofinanziamo per comprare attrezzi e altro. Qui funziona così”.

“Certo, anche io faccio tante donazioni”, aveva aggiunto una sua amica americana. E non ho sentito nemmeno quali erano, le sue associazioni preferite, perché mi sono concentrata sul tono fiero con cui le elencava. Mi sono annullata dentro la sua espressione partecipe. La signora americana non stava aiutando quelle associazioni. Ci era dentro. Contribuiva perché se ne sentiva parte. E se ne sentiva parte perché contribuiva.

Da quel giorno ho cominciato a far caso ai messaggi che arrivavano insieme alle richieste. E i messaggi dicevano tutti questo, in definitiva: se hai mandato i figli a questa scuola, guardato quello spettacolo, passeggiato in quel parco ecc. vuol dire che fai parte del nostro gruppo e quindi noi contiamo su di te. La scuola, lo spettacolo e il parco esistono perché noi ne facciamo parte.

Piano piano, nella mia testa, donare il mio denaro ha preso un significato diverso.

L’avevo visto sempre come un improprio tentativo di mettermi le mani in tasca, una specie di fregatura camuffata. Adesso cominciavo a percepirlo come un modo per portare avanti i miei interessi, per ribadire a me stessa e al mondo intero il loro valore. Per dare dignità alle cose che faccio.

Tornata in Italia, quell’estate, sulla spiaggia un mio amico mi aveva mostrato, tutto fiero, un sito da cui scaricava i libri gratis.

“Fantastico, no? Mi leggo tutto senza spendere un euro!” aveva sorriso, sotto l’ombrellone. E a me, senza nemmeno che lo volessi, mi era partita una filippica in difesa del diritto d’autore e della giusta ricompensa che spetta a chi lavora per intrattenere gli altri.

“Se compri un gelato lo paghi, no? E allora perché non pensi che devi pagare anche il libro che leggi? È come se scappassi con in mano il cono, è un furto, lo capisci?”.

“Oh mamma, che parolona!” aveva detto lui. Poi, ridendo, mi aveva fatto notare che era perché scrivo, che mi stava tanto a cuore quella causa.

Può darsi, avevo pensato, ma non solo.

Era che vivendo altrove mi ero del tutto disintossicata dall’atteggiamento del “se posso, frego” che connota gran parte dei comportamenti italici. Come un polline molesto, standone lontana me ne sentivo del tutto guarita. E ora, trovandolo abbondantissimo al rientro, mi procurava una crisi di rigetto totale. Uno shock anafilattico, mi causava. Gonfia di sdegno, rossa di collera e annaspando invano in cerca dell’ossigeno della correttezza, continuavo a respirare intorno l’idea che se sei ganzo usufruisci delle cose a sbafo. Fesso chi paga.

Cosa ne è da noi della partecipazione? Dove sono gli sguardi di chi si sente un protagonista?

Intorno a me, vedevo tante dita, veloci, che sgraffignano. Gente che ridacchia pensandosi in gamba, mentre si porta via il suo piccolo malloppo. Ma che se la fila ad occhi bassi.

“Tu parli perché vieni dall’America, dove non hanno un cavolo di tasse, i soldi li mettono dove gli pare…”.

“Già però gli tocca metterli nelle assicurazioni per la salute, per la pensione, nei debiti per la scuola… nessuno gli regala niente, sai. E comunque ti parlo di cifre piccole, di una manciata di dollari… gli basta questo per portare avanti quello che gli piace”.

Il mio amico si era stretto nelle spalle. Finché potrà continuerà a sgraffignare dove può, era chiaro. Del resto il suo è il sentire dei più, nel nostro paese.

Le cose sono dello Stato, della parrocchia, del comune, della famiglia, del fesso che pubblica gratis la rivista che leggiamo tutti. Sempre e comunque di qualcuno che sta altrove.

E a forza di vivere su strade, ponti, chiese, teatri e riviste che non ci appartengono, noi, dove stiamo?

Sospesi in aria, a qualche metro sopra a tutto. Ma non troppo in alto, eh? Che con le dita dobbiamo arraffare, qua e là, dove possiamo.

Con questa immagine in testa mi sono percorsa il lungomare e sono tornata a casa. Pensando a quante cose io stessa amo senza parteciparvi, alle quali prendo senza dare.

Decidendo, da quel giorno, di cambiare. Di volermi bene, premiarmi e coccolarmi aiutando ciò che amo.

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