Ricordando Pascal Gabellone

«Una volta noi avevamo questa abitudine di inventarci situazioni, metterci addosso quel che capita, parlarci per ore con gerghi e accenti strani, recitare senza copione e andare avanti per molto tempo così partendo da uno spunto casuale». Con queste parole si apriva La bottega dei mimi, libro ormai introvabile del 1977 di Gianni Celati, Lino Gabellone, Nicole Fiéloux e Carlo Gajani. La scomparsa nei giorni scorsi di Gabellone, ha spinto Antonio Prete a scrivere il seguente testo. Noi abbiamo aggiunto alcune foto che ritraggono Celati e Gabellone, tratte da La bottega dei mimi.

di in: Inattualità (0)
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Il ricordo di Pascal Gabellone per me si compendia in una singolare congiunzione: quella che tiene insieme la discrezione e la passione, il sorriso e la ricerca del sapere, di una verità nel sapere. E sostiene tutto questo con un forte senso dell’amicizia.

Dall’infanzia salentina alla giovinezza bolognese al resto della vita trascorso in Francia, in particolare a Montpellier, insegnando e scrivendo, Pascal ha vissuto tra due lingue e in una sola cultura: sia nella scrittura francese sia in quella italiana l’interrogazione assidua della sua ricerca è stata quella rivolta a comprendere le ragioni della poesia, e soprattutto la necessità della poesia. Da qui l’esplorazione, sempre condotta in parallelo, sia dell’orizzonte teorico, che sottende o presiede o segue la lingua poetica, sia della forma stessa che diciamo poesia, del suo stare nel pieno del dire e nel vuoto del dire, nel sapere e nel non sapere, nella musica e nel silenzio.

Un altro aspetto era proprio del suo agire e cercare: poggiare l’esperienza culturale nell’amicizia. Dal giovanile teatro bolognese dei mimi, avventura condotta con Gianni Celati, alle riviste (“Prévue”, tra queste) e ai seminari, all’animazione didattica che insieme con Franc Ducros, in dialogo costante con la sua esperienza e scrittura, ha condotto nelle diverse stagioni dell’insegnamento all’Università Paul Valéry di Montpellier, il cammino di Pascal non è stato solitario, ma sempre in dialogo, aperto alla condivisione, al confronto.

Nei suoi libri – dal giovanile L’oggetto surrealista, pubblicato  nel 1977, a Emblèmes épars, del 1997, a La blessure du réel, del 2011, fino alle esperienze di scrittura poetica (anni fa accolsi nei “Quaderni del gallo silvestre” Per appparizioni) la ricerca di Pascal, nella teoresi e nella scrittura, ha indugiato a lungo sul rapporto tra la parola e il tragico, così come in alcune grandi esperienze del Novecento si è mostrato. Da qui gli studi su Hölderlin, su Ungaretti, su Mandel’stam, su Rilke, e soprattutto su Paul Celan.

Per quanto mi riguarda, la sua assenza si declina ora come una sequenza di “apparizioni”: rivedo la luce e le parole che accompagnavano i nostri incontri, a Montpellier o nel Salento, a Parigi o a Siena. La scomparsa di un amico ci consegna un’altra, impalpabile ma anch’essa vera, presenza.

 

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