Uno sconto di pena

Piero Guccione 1

Tutti i pomeriggi d’infanzia, a guardarsi indietro, sembrano perduti. Anche se volessimo dedicarvi la generosa, irripetibile comprensione che un’abitudine recente sembra avere diffuso un po’ ovunque, non risulterebbero più chiari la causa o l’intento che hanno prodotto il risultato di vicende come questa. Si sa che in uno scherzo basta modificare un solo dettaglio per trovarsi di fronte a una scena incomprensibile: così sembra andare anche con certi episodi, salvo il fatto che l’origine di questo cambiamento rimane ignota.

Il protagonista di questo racconto, Georg, aveva allora quattordici anni. Un po’ più basso della media, di corporatura robusta, portava gli occhiali con la montatura in metallo, squadrata, secondo un disegno a quel tempo in voga. Frequentava come molti di noi un ex-campo scolastico di pallamano un po’ isolato – sul quale di norma giocavamo a calcio – ed era un buon giocatore, per quanto fra i suoi interessi il calcio non occupasse il primo posto. Aveva soprattutto un ingegno vivace, come avrei avuto modo di verificare discutendo con lui di musica: poiché studiava pianoforte, integrava infatti la mia scarsa competenza in fatto di armonia ricevendo in cambio qualche consiglio sui libri – dato che ero un lettore vorace – o almeno questo è quanto all’epoca speravo di poter desumere dalle nostre conversazioni. In quell’anno, sul finire del mese di maggio, assistetti al saggio di fine corso in cui eseguì in modo eccellente il Preludio Opera 28. n. 4 di Chopin.

Fu solo molto tempo dopo, e non da lui, che venni a conoscenza degli eventi principali che formano la prima parte di questo racconto.

In un pomeriggio di fine settembre del 1984, Georg si trovava sul campo di pallamano con poche altre persone. Erano ormai passate le sei di sera e benché nessuno volesse mettersi a giocare – come capita, a volte, senza alcun motivo – non c’era accordo neanche per tornare a casa. Così, mentre gli amici se ne andavano uno dopo l’altro, Georg rimase con due ragazzi più giovani, che scambiavano figurine discutendo del calendario del campionato e degli scontri diretti fra le squadre maggiori. In modo del tutto inatteso, nel momento in cui Georg si era deciso a partire, arrivarono sul campo due tipi più grandi di lui, due diciassettenni. Georg fece segno ai ragazzi di andarsene. Dei due nuovi arrivati, il più conosciuto in paese era Rod, un giovane robusto che era stato per due volte respinto nelle classi della scuola media inferiore e che, passando da un lavoro a un altro, in poco più di un anno aveva colmato quasi per intero l’arco delle offerte di impiego che il nostro ambiente poteva presentargli. Il secondo, anche lui con memorie scolastiche poco brillanti, tirava avanti come poteva, lavorando nell’impresa edile di famiglia con suo padre e suo cugino. Ancor oggi non è affatto chiaro perché i due volessero prendersela con Georg, tuttavia, richiamati indietro i ragazzi che stavano per partire, si rimboccarono le maniche.

Sulla sinistra, a lato del campo, una barriera di plastica arancione delimitava l’area di un piccolo cantiere nel quale un’impresa stava provvedendo a un nuovo allacciamento della rete fognaria e alla sostituzione di un tombino. Dal cantiere Rod e il suo socio presero una pesante corda lasciata oltre le barriere di protezione e si diressero verso Georg, che era rimasto fermo in mezzo al campo e che non mostrava di volersi opporre. Nonostante l’apparente incongruenza con la situazione di rischio che si stava creando, la sua scelta non era priva di ragioni. Presumo che in quell’istante abbia pensato che se avesse reagito probabilmente non sarebbe riuscito a imboccare la porta d’uscita, più vicina ai balordi che a lui e che quindi la situazione sarebbe potuta peggiorare. D’altra parte, visto il modo in cui i due si muovevano e il loro scarso affiatamento, forse aveva sperato che non avessero il coraggio di spingersi troppo oltre. Ad ogni modo, decise di rischiare. Lo presero uno per parte e cominciarono a legarlo alla rete di cinta, in piedi sul muretto, con le braccia aperte, fissandogli per bene la corda attorno ai polsi e poi attorno ai piedi uniti.

“Mi sa che questa te la ricorderai, vero?”

Georg li guardava in silenzio.

Dopo aver stretto bene la corda, l’altro andò verso i due ragazzi, rimasti in fondo al campo. Li portò vicini e girando loro la testa in avanti, tenendoli per un orecchio, li costrinse a guardare Georg, che rimaneva immobile.

“Guardate in faccia questo stronzo. Non avete proprio niente da dirgli?”.

Dato che Georg non reagiva, gli sputò in faccia. Poi gettò i due ragazzi a terra e li costrinse a mettersi in ginocchio davanti a lui. Prese quindi una delle bici e con questa girava per il campo. Ogni volta che si avvicinava ad Georg lo schiaffeggiava.

“Cosa te ne pare?”

“Bene”, rispose Rod, “Cosa dici, Georg, ti piace? Ti lasciamo così tutta la sera?”

Visto che uno dei due ragazzi piangeva, per evitare che la situazione precipitasse Rod lo colpì su una guancia, dicendogli di smetterla, che non gli sarebbe accaduto niente, ma il ragazzo continuò a piangere, cercando di non far rumore. Il suo compagno inginocchiato tremava in silenzio, a mani giunte. A questo punto li presero uno per ciascuno e li portarono lontani dal campo, fra i meli che si stendevano dietro la recinzione, il tutto senza far loro del male, solo per permettere ad Georg di pensare di essere stato abbandonato.

Legato alla rete, Georg osservava la campagna, pensava ai caratteri del nostro paese. Non voleva chiamare aiuto. Del resto, non sarebbe servito a molto: il campo era isolato, lontano dalle case d’abitazione. Doveva cercare di rimanere concentrato, cosciente di sé. Ci mise un po’ per dominarsi, ma a un certo punto si disse che più la cosa fosse durata, più avrebbe pesato sul destino dei suoi carcerieri. Rialzò la testa, cercò di ricomporsi. Tentò di pensare a qualcosa di sereno, a qualcosa che aveva imparato, l’armonia degli astri, il mottetto Jesu, meine Freunde di Bach, ma non bastava: non poteva bastare, serviva qualcosa di suo, qualcosa che solo lui avrebbe potuto esprimere. Ci pensò a lungo. Si disse che se anche avesse dovuto passare l’intera notte in quello stato, al mattino sarebbero arrivati i bidelli e tutto sarebbe finito. Non restava dunque che aver pazienza e aspettare.

A questi istanti ragionevoli, però, se ne alternavano altri in cui tornava l’esigenza feroce della vendetta, che gli poneva davanti il momento in cui avrebbe sentito le teste dei due sbattere l’una contro l’altra. Erano accessi di rabbia da cui si riscuoteva a fatica, sforzandosi di pensare ad altro, a Greta, una ragazza bionda che non conosceva, arrivata in paese l’anno precedente. Gli facevano male i polsi. D’un tratto, gli venne in mente sua sorella Clara, che aveva nove anni e che collezionava gatti di gomma e piccole cornici. “Cosa ci metti, lì dentro?”, le aveva chiesto pochi giorni prima, “Ci metto dentro i miei tesori”, gli aveva risposto, come se fosse la cosa più semplice di questo mondo. Sul muro color sabbia della scuola le scritte a spray erano state cancellate solo a metà. Il parcheggio dove tre mesi prima appoggiava ancora ogni giorno la bicicletta era vuoto. Visto che nessuno tornava e che non aveva orologio, per tener conto del tempo cominciò a cantare sottovoce Sakura, una canzone imparata a scuola qualche anno prima.

 

2.

 

Acquattati fra l’erba, sotto i meli, con i due ragazzi sorvegliati a vista, Rod e il suo socio scrutavano Georg, crocifisso alla rete di recinzione.

“Non succede niente”, disse il socio, come se da Georg si fosse dovuto attendere un prodigio.

“Va bene così”, disse Rod. I ragazzi stavano seduti in parte, con il socio a fare da guardia. Restarono a lungo in questa posizione. Trascorse molto tempo, circa venti minuti. Decisero di aspettare ancora. Poiché non avevano idea di quanto la cosa si sarebbe protratta, il socio propose di liberare i giovani, ma Rod lo fermò, perché avrebbero potuto correre in cerca di aiuto. “Ora – disse – il nostro Georg va lasciato in pace”.

Volgendosi di nuovo alla figura legata, Rod osservava i limiti che, come su quella di tutti, gravavano anche sulla sua vita. Si chiese quali pensieri potessero passare per la testa di Georg e concluse che a parte quelli della vendetta, gli altri – quasi tutti gli altri – non avrebbero potuto avere nulla in comune con i suoi. C’era qualcosa di oscuro, di muto, in quel silenzio. Così cercò di lasciar passare ancora del tempo, perché la faccenda sembrasse meno inutile, certo ormai di dover lasciare cadere la cosa.

Ripresisi un po’ dallo spavento iniziale, i due ragazzi rimanevano immobili scambiando fra loro qualche occhiata: in fondo, sarebbe potuta andare peggio. Non erano legati e tutto sommato non avevano troppo di che temere. Restavano seduti a terra con le mani dietro la schiena. Dopo aver compreso le dinamiche dei carcerieri, che mostravano per gli ostaggi un’attenzione inferiore a quella richiesta, i due trovarono presto una crepa nel sistema di sorveglianza, una falla in cui infilarsi. Mentre il socio si avvicinava al punto di osservazione di Rod per capire gli sviluppi della vicenda, a un segno convenuto (tracciata con l’indice una breve linea nel terreno) i ragazzi fuggirono nella penombra in direzioni diverse, senza neanche pensare di recuperare le biciclette.

“Ci hanno fregati” disse il socio, non sapendo quale dei due seguire “Adesso arriveranno gli altri”, ma Rod mantenne la calma:

“No, abbiamo ancora un po’ di tempo, prima che si decidano a parlare.” Gettò a terra un mozzicone di sigaretta e lo spense con la scarpa.

Come tante altre, anche questa impresa era nata per verificare le sue capacità di incidere sulle cose e per mettere alla prova Georg, ma non aveva prodotto i risultati sperati. Aveva sbagliato qualcosa nella procedura? Qualche particolare non aveva funzionato? Forse anche la risposta di Georg era rimasta al di sotto delle aspettative. L’esperimento non aveva dato frutto. Rod continuava a riflettere guardando avanti a sé. Il socio si aspettava qualche decisione improvvisa.

Tornarono da Georg

“Allora, ti è piaciuto?” gli disse Rod, facendosi coraggio.

Georg non rispose.

“In fin dei conti, questo è quel che ti può capitare nella vita. Non è niente di speciale.”

“Me ne ricorderò,” disse Georg.

“Senti, i ragazzi sono due deficienti, ma se solo scopro che hai raccontato a qualcuno qualcosa di questa faccenda giuro che ti spacco la faccia.”

Poi lo slegarono e lo lasciarono andare.

Il socio aveva qualche timore che Georg potesse recarsi dai carabinieri, ma rimase sorpreso della sicurezza con cui Rod sapeva che non l’avrebbe fatto. Mentre riavvolgevano la fune lo guardarono recuperare la bici, massaggiarsi i polsi e riprendere la sua strada verso casa con tutta calma.

In effetti, dell’accaduto non parlò, né lo fecero i due più giovani, che temevano di essere puniti per essersi immischiati con gente più grande di loro (contravvenendo a una delle massime allora più rispettate). Il terrore li tenne per qualche giorno alla larga dal campo.

È esistito (e credo esisterà sempre) un tempo in cui le famiglie contadine non solo non volevano entrare in queste dinamiche, ma si annoiavano perfino a sentirne parlare. Giudichi, chi vuole, se questo atteggiamento appartenesse a un disinteresse per la vita dei figli, o a una diversa concentrazione sulla loro sopravvivenza.

A dieci anni, tornando dalla parte alta del paese, Georg era passato attraverso una galleria che si apriva fra le case, alla fine della quale aveva incontrato un altro ragazzo più grande di lui,  che lo aveva picchiato senza ragione. Tornato a casa, sua madre si era prodotta in un discorso in parte prevedibile, al quale sembrava però che anche lei non credesse fino in fondo: gli aveva detto che tutti conoscevano la situazione, che quel ragazzo non ce l’aveva particolarmente con lui, ma che una triste vicenda familiare (la madre lo picchiava tutti i giorni con la cintura del padre) lo aveva incattivito tanto da spingerlo a prendersela con molti incolpevoli. Quel giorno era capitato a lui, ma il ragazzo si era reso protagonista di decine di episodi simili. Georg aveva ascoltato con attenzione gli argomenti di sua madre, pensando però che fossero stati trovati più per fargli passare lo spavento che per una perfetta corrispondenza con la situazione in cui si trovava a vivere. Perciò aveva salutato il discorso con gratitudine (sapeva che la madre lo aveva pronunciato perché gli voleva bene) mista al disgusto per quel sottile velo di ipocrisia che ogni giorno dovevano stendere sulle cose per riuscire a tirare avanti.

Dopo aver valutato le più sofisticate soluzioni per farla pagare a Rod e al suo socio, Georg risolse – per il momento – di lasciar perdere.

 

3.

 

Più che in altre stagioni, nelle estati difficili dei primi anni Ottanta del Novecento l’atteggiamento prudente che era rimasto l’emblema del mondo contadino aveva raggiunto la sua massima espressione anche nella mia famiglia: si era tradotto soprattutto in un’incredibile cautela nel riconoscere qualcosa di inedito. Non dico tanto nel giudicarlo, o nell’approvarlo, ma semplicemente nel riconoscerne la natura, individuandone anche gli eventuali aspetti discutibili. Non escludo che all’imporsi di questo atteggiamento avessero concorso anche cause di natura storico-politica, ma non posso essere più preciso. La fatica fisica che ciascuno affrontava quotidianamente per migliorare la propria condizione era tale da sottrarre ogni attenzione residua: e questa abitudine si estendeva anche dopo l’orario di lavoro, o nei fine settimana, spegnendo a poco a poco l’attenzione che sarebbe risultata indispensabile per riconoscere nei vari fenomeni quel grumo di novità che pure continuava a venire in luce, quel che in altre parole avremmo potuto definire il loro carattere irripetibile. Tutto ciò che nei comportamenti sembrava nuovo era condannato e, chiaramente, tutto ciò che non rientrava in uno schema elementare doveva esservi presto ricompreso. Ricondurre le avventure di Rod, come di altri sbandati, in un contesto di disagio familiare (rispetto alla norma di una comunità operosa), era appunto un modo per cercare di tenere a bada – ossia di non prendere troppo sul serio – la loro forza, che indubbiamente esorbitava la semplice natura di sintomo. Questo atteggiamento influenzava ogni giudizio: perfino la mia passione per la lettura era vista con sospetto.

Cosa potesse essere successo a Georg a casa sua, nei mesi seguenti, non saprei davvero dire. Presumo non abbia fatto alcun cenno all’argomento. Sua madre era un’insegnante di matematica piuttosto stimata, una donna elegante, dai capelli castani, che avevo incontrato sì e no un paio di volte fuori dall’ufficio postale. Due ragazzi miei vicini di casa avevano preso lezioni da lei: stando a loro, con molto profitto. Aveva fama di essere severa, ma molto comprensiva; soprattutto premurosa verso i figli. Vedevo spesso Clara. Il padre di Georg possedeva alcuni ettari di vigneto, era al lavoro con i suoi due contadini e non lo si vedeva quasi mai. Per finirla, non so se Georg abbia confessato ciò che gli era successo, ma visto il suo temperamento e il costume di allora sono spinto a credere di no. Ne parlò molto tempo dopo. C’erano settimane in cui lo si vedeva poco in giro, e credo che quella seguente ai fatti riportati possa essere contata fra queste.

Fu probabilmente sei mesi dopo quello che era accaduto – e che io ignoravo del tutto – che io ed Georg pensammo di aver fatto una scoperta archeologica. In un dosso roccioso sopra il nostro paese, al limite del bosco, avevamo infatti ritrovato il cranio di un animale, perfettamente conservato. Poteva essere di un cavallo, o di una specie simile. Spuntava dalla terra dalla parte posteriore per meno di quinto della sua grandezza, nascosto fra cespi e sterpaglie. Noi ci scavammo intorno con attenzione, tutti presi dal reperto, e decidemmo immediatamente di consegnarlo all’attenzione della scienza. Contenti della scoperta, un po’ per scherzo e un po’ fantasticando sulla sua portata, lo mettemmo in una borsa di plastica che avevamo con noi e il giorno dopo lo portammo a scuola per un esame specifico da parte del nostro insegnante di biologia. Speravamo potesse trattarsi di una testimonianza di un qualche minimo rilievo per il nostro passato. Il reperto, invece, in modo clamorosamente deludente si rivelò essere il semplice cranio di una mucca comune, che il professor Rienzi liquidò in due minuti, senza dare alcuna importanza all’impresa. Non occorre dire che rimanemmo molto delusi. L’analisi distratta del reperto da parte del professore mi è sempre rimasta impressa, quasi tanto quanto la nostra scoperta: non si degnò neanche di osservarlo in dettaglio. E tuttavia, al di là dell’esame, restava pur sempre fatto di aver ritrovato il cranio in quel luogo, sotterrato ai margini del bosco: come ci era potuto arrivare? e perché? Da quanti anni poteva essere sepolto? Era parte della carcassa di una bestia malata e quindi invendibile, né destinabile alla famiglia? E perché allora seppellirla in un luogo pubblico? Erano tutte domande che a noi sembravano degne di risposta e che avrebbero potuto illuminare in parte le abitudini della comunità in cui vivevamo, abitudini del resto tutt’altro che trasparenti. Pulendosi le lenti degli occhiali e facendo cenno a noi di rientrare velocemente fra i banchi il professor Rienzi preferì invece non approfondire.

“Non è un peccato”, mi disse Georg, tornando verso il suo posto, “che ci si debba sempre accontentare di così poco?”

A ripensarci, credo che uno degli aspetti più rilevanti del suo carattere fosse l’ingenuità, che non solo non andava disgiunta dalla qualità evidente della sua intelligenza, ma che ne era in qualche modo un prodotto, il risultato della necessità per la quale doveva, ogni volta – anche a costo di farsi largo fra molte riserve – concedere fiducia al suo interlocutore. Così anche nel caso del nostro insegnante. Per questo credo che l’umiliazione subita dai due balordi debba essergli costata più di quanto potesse apparire a prima vista. Ad ogni modo, poiché quell’ingenuità non era solo al servizio di un’intelligenza vivace, ma anche a quello di un certo grado di autonomia, riuscì a proseguire per la sua strada. Per quanto mi riguarda, in quei mesi mi sembrava sempre il solito, vecchio Georg, anche se ora nel ricordo, in questa particolare attenzione retrospettiva, credo sia diventato un po’ più cupo.

 

4.

 

Il bar centrale del paese era allora sede regolare di un gruppo di sbandati che vi passava la maggior parte del tempo. Va detto, però, che ci andavamo anche noi. Alla luce di questa compagnia permanente, i nostri genitori temevano che lo frequentassimo: tuttavia era l’unico bar con sala giochi annessa e soprattutto era l’unico bar in cui uno poteva passare l’intero pomeriggio senza che qualcuno gli chiedesse di ordinare qualcosa, il che a quell’epoca per noi costituiva una possibilità estremamente rilevante (onore e gloria perenne a questo bar) e il che naturalmente spiega anche la presenza degli sbandati, che nella loro condizione marginale venivano tollerati, e anzi, cui la proprietaria elargiva talvolta gesti di grande comprensione. Di solito questi restavano isolati, sedevano sempre assieme occupando un tavolino appartato, in fondo alla sala. Condividevano la loro condizione, più che un’effettiva visione delle cose. Da questa compagnia un giorno si staccò una donna, che poteva avere sei, sette anni più di noi e venne a sedersi a un altro tavolo, quello cui era seduto Georg, che leggeva tranquillamente il giornale steso davanti a sé. Questa giovane donna minuta, dai capelli neri e dai grandi occhi persi, promessa di una sorte segnata – e fortunatamente promessa non mantenuta – venne a sedersi davanti a lui. A prima vista, pur avvertendone la presenza, Georg non vi diede molta importanza. Avvertì tutto ciò che lei portava con sé: i capelli, il suo corpo magro, il fascino giallo e malato, ma di fronte a una situazione tanto inconsueta pensò che la cosa fosse fortuita, non rivolta a lui, che lei non avesse trovato altro posto dove sedersi. Poi, rialzando gli occhi, si rese conto che il tavolo alla sua destra era completamente libero. Dunque, per quanto la coscienza di lei potesse dirsi offuscata, il suo gesto era stato volontario. Al vedere la scena, i clienti del bar si misero a guardare Georg. Visto che lui non reagiva, ma continuava a leggere, si misero a ridere sonoramente, come di uno che non sapesse rispondere all’invito di una donna. Georg fece allora per prendere il giornale e cambiare tavolo, spostandosi in quello libero, quasi senza distrarsi dalla lettura in cui era assorto. Tuttavia, mentre era in piedi fu colpito da uno strano rimorso, come se non sapesse come rispondere a quella difficoltà che gli si era avvicinata mostrando di avere bisogno di lui. Sentì – o almeno lo presumo – che in un contesto meno infettivo di quello avrebbe risposto, seppe chiaramente che anche in quel momento avrebbe voluto rispondere; ma cambiò tavolo, si sedette e continuò a leggere. Poco dopo la donna si alzò e se ne andò dalla sala.

Nel tavolo degli sbandati nell’angolo, presi da varie lamentele, i più non si erano neanche accorti della scena. Chi vi aveva fatto caso, la liquidò come liquidava gli sguardi di commiserazione che lo accompagnava nel suo giro in cui mendicava per gli angoli più spenti del paese. Si alzò invece Rod, che sedeva con loro proprio sul fondo del locale e che aveva seguito tutto con attenzione. Fece alcuni passi verso Georg e gli si sedette di fronte.

Lo guardò a lungo in silenzio, mentre Georg – che ora sapeva come affrontarlo – non si mosse di un centimetro.

“Senti,” gli disse, “è da tempo che volevo dirtelo. Ricordati di me quando sarai diventato qualcuno.”

 

5.

 

Quand’è che si comincia a perdersi di vista? Quand’è che il venir meno di un’abitudine dà forma a un’altra abitudine? In fondo, oltre che con soglie sempre meno evidenti, la fine di alcune stagioni e della stessa infanzia ha a che fare con questo, almeno quanto ha a che fare con l’anagrafe vera e propria: si sa che non ci si vede da un po’ di tempo, poi – quando ci si incontra – ci si dice che sarebbe bello ritrovarsi; e in seguito, paradossalmente, il fatto che non ci si ritrovi costituisce di per sé un argomento sufficiente per rinviare ancora una volta l’occasione buona. Si fa spazio un’estraneità nella quale si cerca di distinguere quel nucleo di coerenza che forse ci costituisce: la maturità, in fin dei conti, comincia proprio in questo modo. Cosa sia successo a Georg, non lo so. Non so dove sia finito, né posso dire se si sia affermato. Mia moglie mi ha detto recentemente di aver saputo che Rod lavora come operaio in un’azienda nel settore delle vernici industriali. Considerata la vicenda nel suo insieme, e pensando all’espressione di Georg che torna a casa in bici dopo la sua liberazione, mi dico soltanto che è crudele averne intuito la fine così presto.

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