Pensare in ascensore

Giorgio Morandi, Nevicata

Giorgio Morandi, Nevicata

Mentre pensavo in ascensore, l’ascensore è arrivato e ho pensato che ci aveva messo solo un secondo ad arrivare. Cosa è successo? Il tempo mentale accorcia o sospende il passaggio temporale effettivo, senza bloccare quello spaziale? Eppure un tempo c’è, cioè almeno una durata (Bergson). Oppure il susseguirsi è uno stratagemma della mente per gestire uno spazio temporale che sarebbe altrimenti immenso? La mente esercita una forza di trattenimento sul tempo o lo trascende. Ferma lo scorrere. Con un’energia parallela e contraria a quella entropica che trascina verso l’ordine piatto. La testardaggine della specie a sopravvivere e la storia con i suoi fatti pensati e narrati sono enormi ascensori, anti-gravitazionali, contro-corrente, ascendenti o discendenti senza caduta – arrivano sì, inesorabilmente, ma frenano, sostenuti dal pensiero nella sua indipendenza dal peso e dal tempo.

 

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Perciò pensare in ascensore segue sue leggi locali. La caduta è un dato di fatto, l’estinzione è un dato di fatto ma, pensando, ci giochiamo intorno. Ogni epoca, diceva Walter Benjamin, mentre sogna il suo futuro, ne precipita il risveglio. Un sogno, o un pensiero, attivano reazioni chimiche, sono efficaci, procurano futuro dove ci sarebbe solo crollo. Quello che chiamiamo paura – della morte – è solo il tratto gentile di questa forza frenante e omeostatica. E che si espande al di là delle povere vite che ascendono e discendono per un po’, e poi cadono. Non c’entra niente il lamento dei ben pensanti sulla distruzione delle specie e del pianeta. Il pensiero è lo scarto della verticalità dell’intelligenza (che presuppone quella estinzione e quella distruzione), è il cambio imprevedibile di rotta, che ascende e discende reversibilmente, confonde le determinazioni  e per questo può frenare l’irreversibile.

Il pensiero che si emancipa dalla caduta è una valvola che regola automaticamente l’emissione e la perdita di energia: per ogni parte di perdita il pensiero ne salva un po’, deviandola verso l’alto, sferrandosi dalla materia. È la prima forma di tecnica, che aggredisce la natura. Una natura senza pensiero si sarebbe già bruciata? O sono i meccanismi naturali che procurano queste contro-forze per auto-riprodursi?

 

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Io sì, sono il ritorno di me a ogni stagione, raccolgo il tempo su di me, lo aggiungo: quello che ‘non sono più’, ‘sono anche’.

Il freno pensieroso del tempo è la mia azione ricordata, narrata, elucubrata. Lo rilevo solo dove la penso. Lì accorcio il tempo, lo accelero e lo dimentico. Nel sogno poi lo rovescio (penso che quello che stavo sognando non sia stato interrotto dal suono della sveglia ma l’abbia provocato).

 

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Il pensiero, non il tempo, attacca il prima al dopo, affida il dopo al prima inventandosi cause e annulla il passaggio, lo spazializza, non lascia niente da solo. La simpatia di tutte le cose, che sentono insieme e non esistono da sole. Il tempo è un qui lontano. Niente passa, ma piuttosto viene dispiegato in uno spazio troppo vasto per essere osservato (il tempo è uno spazio troppo vasto per essere osservato da occhi umani?), ma su cui possiamo andare avanti e indietro come tanti minuscoli testimoni di simultaneità.

 

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Non occorrono nemmeno i paradossi del viaggio nel tempo. Quell’intrusione impossibile nella scena passata è sempre già presente. Lo spazio vastissimo, ingestibile dagli umani, raccoglie tutto il ‘passato’: il me passato è qui, con l’aggiunta di me ora. La simultaneità dovrebbe essere pensata di più. Il tempo resta ingestibile. Se lo gestiamo, non è tempo, ma solo una misura, il movimento necessario per spostarsi – come per gli antichi greci. Come la luce per la talpa, penetra appena appena come un alone indefinito in quello che ci circonda e che conosciamo bene.

 

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Potrà esistere una mente che si abitui a non cercare il prima, l’origine, la madre, la radice del dopo? A sdoppiarsi all’infinito, fino alle parole che si ascoltano da sole? E se perde il concetto di tempo, sarà pronto il pensiero a trionfare come verticalità dell’intelligenza(rifaremo formule dell’intelligenza?) o a ripiegarsi in un’intimità che include tutto?

Il dispiegamento spaziale del tempo nella piazza del villaggio globale, nell’ascensore digitale, dove il prima e il dopo si sospendono nel giudizio paesano, che connette e trattiene tutto, tutto quello che sfuggirebbe alla presa.

 

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Come faremo a muoverci in uno spazio immenso senza perderci? Senza punti di riferimento temporali? Avremo gli artefatti e i documenti, che da sempre sono l’unico passato rintracciabile.

Penseremo fissando punti spaziali documentari: in Grecia, prima o dopo una battaglia, prima o dopo un’Olimpiade. Ora, prima o dopo l’apparizione di un fatto sulla Rete. Le nuove macchine ci renderanno superflui gli intervalli misurabili. Un indefinito prima, un indefinito dopo che coesistono simultaneamente e virtuali. Già Agostino: un anno è tanto o poco tempo? Un mese, un giorno? Ora?

E di tutta quella presunzione a misurare intervalli sempre più piccoli, rideranno le macchine. Senza di loro (incluso l’ascensore), siamo solo la durata e la fine della durata.

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