Calvino americano

"Sono qui per rendere onore a Italo Calvino. È morto trent’anni fa. Ho come la sensazione che in Italia sia stato prima postmodernizzato, accusato cioè con frivolezza di tutte le derive di quella stagione che ormai nessuno ricorda più, poi canonizzato, quindi messo nel dimenticatoio dove stanno tutti i morti". Massimo Rizzante ricorda Italo Calvino a trent'anni dalla morte.

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Nel 1984 l’Università di Harvard invita Italo Calvino a tenere sei conferenze durante l’anno accademico 1985-1986. Calvino si mette al lavoro. Il tema è libero. Gran problema, la libertà in arte. Soprattutto per Calvino, che da tempo ha imparato l’importanza delle contraintes. La letteratura è un gioco che ha le sue regole. Meglio, che deve inventare ogni volta le sue regole. Mi domando: le regole da inventare sono formali o toccano anche i temi? Si può inventare un tema? Dipende da quello che intendiamo per tema. In questo caso Calvino non ha bisogno di cercare molto lontano.Vuole parlare di letteratura e, in particolare, di alcuni valori letterari che dovrebbero essere conservati nel prossimo millennio. Scrive cinque conferenze (Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità), mentre la sesta (Consistency) resta incompiuta. La morte sopraggiunge nel settembre del 1985, un mese prima della partenza per gli Stati Uniti. Le Lezioni americane usciranno postume nel 1988. Trent’anni dopo la sua morte, siamo agli inizi del millennio che Calvino non ha conosciuto. Che cosa resta dei suoi valori letterari? Dei suoi amori? Delle sue lettere inviate agli amici ignoti che noi siamo? Nel libro c’è una breve prefazione, neppure una pagina. Il nuovo millennio si avvicina. Nessuno, afferma l’autore, sembra esserne molto preoccupato. Che cosa ha caratterizzato il millennio che sta per finire? Calvino: a) la nascita e lo sviluppo delle lingue moderne dell’Occidente e delle letterature che, di queste lingue, «hanno esplorato le possibilità espressive, cognitive e immaginative» b) il libro che, nel corso dei secoli, ha preso «la forma che ci è familiare». Poi, tocca il punto vulnerabile: «Forse, il segno che il millennio sta per chiudersi è la frequenza con cui ci si interroga sulla sorte della letteratura e del libro nell’era tecnologica cosiddetta post-industriale». Durante questi ultimi trent’anni, quante volte ci si è posti la stessa questione? Aprendo ancor oggi i giornali, ho la sensazione che non si sia fatto altro. La tecnica avanza, accelera sempre di più, «la forma del libro che ci è familiare» da molti secoli è praticamente scomparsa e con lei le forme letterarie che abbiamo imparato a conoscere e a giudicare – nel frattempo, dalla morte di Calvino, si è passati dalla nozione di forma a quella di formato – e l’uomo continua a interrogarsi sul loro destino. Perché? Ha paura di non essere più in grado di sondare, attraverso mezzi diversi da quelli letterari, le sue «possibilità espressive, cognitive e immaginative»? O è stato sequestrato da una sorta di frenesia nostalgica provocata da una sindrome di abbandono? La tecnica ha superato la sua volontà individuale. Non si sente più responsabile di nulla: è il passato che lo abbandona, è il libro che si trasforma in qualcosa di estraneo, è la letteratura che gli appare come un tesoro inutile. L’uomo è diventato invulnerabile, privo cioè di quel vulnus che si chiama ferita storica. Questo bambino abbandonato dal passato e in balia del presente non ha colpe. E non avendo colpe, non può avere neppure una fede. Cosa che Calvino, anche se il suo habitus stoico non gli permette di avventurarsi in facili previsioni, conserva ancora: «La mia fiducia nell’avvenire della letteratura consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare coi suoi mezzi specifici». Nel corso delle conferenze, non farà che ripeterlo: la letteratura è una conoscenza specifica che non può essere sostituita da nessun’altra. La sua fiducia nell’avvenire della letteratura si fonda sul passato della letteratura che, afferma nella sua prima conferenza, Leggerezza, è «un universo infinito» proprio perché ci saranno sempre «vie da esplorare, nuovissime o antichissime». Di più: «la nostra immagine del mondo» possiamo interpretarla grazie a quel che c’era ancora prima della nascita della letteratura: il mito. Se convoca Ovidio, Lucrezio, Cavalcanti, Dante, Cyrano de Bergerac, Galileo, Leopardi, Montale, Kafka, Kundera e altri per esemplificare la «leggerezza della pensosità», è il mito di Perseo e della Gorgone che incarna la sua situazione di uomo e di scrittore. Calvino non è mai riuscito a scrivere un romanzo realista. Durante gli anni quaranta e cinquanta, spinto dall’esperienza della guerra, dagli amici del partito comunista, dalla sua fede nella Storia, ci ha provato varie volte. Ma ha sempre fallito. Non riesce a mostrare il dramma del mondo senza far ricorso al gioco, all’ironia, a quella «leggerezza della pensosità» che annulla ogni gravità senza per questo cedere alla frivolezza. Il caso del suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno, è paradigmatico. Il realismo sociale, trionfante a quell’epoca, per lui è un tabù: «In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra […]. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa». Il solo eroe capace di tagliare la testa alla Medusa è Perseo dai sandali alati. Perseo non guarda direttamente il mostro, ma solo la sua immagine riflessa sullo scudo: «È sempre in un rifiuto della visione diretta che sta la forza di Perseo, ma non in un rifiuto della realtà del mondo di mostri in cui gli è toccato vivere, una realtà che egli porta con sé, che assume come proprio fardello». La realtà non è uno specchio, ma quel che il nostro specchio-scudo cattura di essa. Per questo è necessario restarsene a una certa distanza e dotarsi di un paio di sandali alati: ciò ci permetterà di muoverci con più rapidità, di precisare meglio i contorni delle cose, di renderli più visibili e di rivelarli in tutta la loro molteplicità, cioè in tutte le loro possibili combinazioni. Nel gesto di Perseo sono presenti già tutti i valori che Calvino ha voluto trasmettere ai suoi lettori futuri. E che noi, lettori dell’inizio del XXI secolo, non riusciamo più a intendere: ho l’impressione che siamo diventati tutti dei Persei che, scordato il nostro scudo di bronzo, ci crediamo più leggeri. E anche più coraggiosi, poiché ci sentiamo liberi di affrontare direttamente la Gorgone. Solo che così facendo, non è la sua testa che tagliamo, ma il nodo plurimillenario con la civiltà della visione indiretta.

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