Pinocchio e Geppetto nella pancia del Pescecane

A Viviana Piccolo

Marionetta senza fili

Bambina vera

 

La libreria si trovava in fondo a un viale della città vecchia, nascosta. Quando Rossano arrivò vide, imprecando dentro di sé, che il cartello di cui l’amico gli aveva parlato, il cartello con scritto, “cercasi commesso”, era stato levato. Nondimeno entrò, per i libri e per ripararsi un momento dalla pioggia scrosciante.

Sembrava che dentro non ci fosse nessuno ma non era facile capirlo, perché gli scaffali di libri (scaffali molto semplici, di un legnaccio scuro e, secondo parve a Rossano, anche molto vecchi) erano stati sistemati in maniera bizzarra, l’uno perpendicolare all’altro, così che la vista era subito impedita come da pareti di volumi, messe lì a spina di pesce, tanto che Rossano non avrebbe nemmeno saputo dire quanto la libreria fosse grande. L’interno risuonava come una conchiglia, e forse la libreria finiva sul serio in una spirale di madreperla, sempre più stretta, con i libri sempre più minuscoli, e per prendere gli ultimi si era costretti a torcere le braccia in modo innaturale, col rischio di slogarsi una spalla (solo molto tempo dopo, il libraio gli avrebbe permesso di vedere il fondo della libreria, la vecchia lampada col velluto bucato dalle tarme, un foglio incorniciato del quale non si riusciva a leggere nulla se non la parola luf, che in milanese significherebbe “lupo”, e forse era proprio quello il significato del foglio incorniciato, “lupo”, e Rossano anche dopo la morte del libraio avrebbe continuato a immaginare quel posto come il rifugio di un vecchio lupo, e avrebbe continuato a pensare ai lupi persino quando la libreria sarebbe diventata sua); sì, pensò Rossano, in fondo alla libreria i libri sono sempre più piccoli, e gli ultimi in effetti sono ancora mezzo fusi con la madreperla, sono essi stessi nient’altro che unghie di madreperla, talmente piccoli che nessuno li leggerebbe, e quasi nessuno in effetti saprebbe nemmeno riconoscerli come libri, e gli ultimissimi sono ancora nient’altro che una pasta dentro le viscere del mollusco che ha creato questa libreria, e quelli nessuno li vede, e in ogni caso nessuno li comprerebbe mai (“Vecchio idiota di un mollusco – così avrebbe detto Rossano molti anni più tardi, ormai impazzito a causa dell’età, ai figli e ai nipoti che per la vergogna avrebbero fissato lo sguardo a terra – Vecchio idiota di un mollusco, se ne sta in fondo alla conchiglia con gli occhi da lupo a leggere tutti quei libri; a volte per scherzo vado dietro gli scaffali e gli do in uno dei suoi occhi bianchi con questa cannetta”).

Per ingannare il tempo intanto che qualcuno si fosse fatto vivo, il ragazzo si mise a sbirciare macchinalmente le coste colorate, come i coleotteri tropicali nelle teche di vetro, come un cliente qualunque, senza riuscire ancora ad orientarsi, senza cioè ancora aver trovato secondo quale ordine i libri fossero stati sistemati, ma leggendone i titoli così, a caso. E in effetti i libri parevano messi lì proprio così, perché se ne prendesse l’uno o l’altro a caso.

Rossano ne stava appunto togliendo uno, quando sentì delle parole, e subito, come se le voci fossero uscite direttamente dal libro che teneva in mano, lo richiuse di scatto, ma poi tese il collo verso le profondità della libreria. C’erano due persone. “Eh, queste, queste sono edizioni che… lei sa, oramai, oramai non si trovano più… forse, ecco, forse in qualche bancarella, sa, o in una libreria antiquaria… ma venga, l’uscita è dietro questo scaffale, ecco… non si trovano più…” A queste e altre parole, certo del libraio, un’altra persona, probabilmente un cliente, rispondeva con dei, “Sì, sì”, o con un, “Uhu?”, che infine divenne la nota dominante delle risposte, “Uhù? uhù?”, quasi il verso di un uccello notturno, al punto che Rossano a momenti si aspettava di vedere uscire da dietro lo scaffale una creatura per metà uomo e per metà gufo, magari tenuta dal libraio per una lunga e sottile catena che permettesse al mostro di sbatacchiare di quando in quando le ali, ma tuttavia abbastanza corta per impedirgli di volare di qua e di là.

Uscì il libraio, un uomo di cinquant’anni che teneva, giocherellandoci, la catenina dorata degli occhiali. Il cliente, visibilmente disorientato dal viaggio nei meandri della libreria, se ne andò con un mezzo saluto.

Il libraio si volse a Rossano. “Le serve aiuto? guardi che la libreria continua, continua anche di là… l’ho detto anche al signore… ecco, venga, venga, le faccio strada… vede? qui abbiamo i libri appena usciti o, come si dice, i… i… i…” il libraio guardava il pavimento di legno della libreria, “…i best-sellers, ecco… i best-sellers in ordine alfabetico, vede? alfabetico per titolo… bene… poi di là c’è la letteratura, in ordine per autore, e dietro ancora la poesia e il teatro, e laggiù alla parete abbiamo libri illustrati per l’infanzia e i libri di filosofia… filosofia… eh? che gliene pare?”. Rossano non capiva se la domanda riguardasse quest’ultimo strano accostamento di generi in un solo scaffale o non piuttosto l’intera disposizione della libreria, o chissà che altro. Il libraio aveva indicato le varie zone della libreria mentre veniva nominandole, ma erano tutte zone che restavano nascoste dietro questo primo scaffale, quello dei best-sellers, che copriva tutto. Rossano fece qualche passo incerto, come se stesse per crollare a terra. Il cartellino levato e la sua scontrosità di diciassettenne lo avrebbero spinto a rinunciare dal chiedere del lavoro, e già si rassegnava a fingersi ovvero a diventare sul serio un cliente, ma poi al contrario disse: “No, vede, io non sono qui per vedere la libreria, che poi non è che non mi interessa, anzi, ma un amico mi aveva detto che —- ma mi scusi: scusi: io per prima cosa mi chiamo Rossano”; l’uomo, con aria divertita, strinse la mano del ragazzo ancora umido di pioggia, i capelli arruffati e i vestiti gualciti come se fosse stato buttato lì dalle onde del mare. “Rossano Doni”. “Piacere, e io mi chiamo Ettore Tomasi, sono il padrone di questa libreria; dunque, dunque lei è qui per…?”. “Sì, come dicevo, le dicevo che un mio amico mi aveva detto che cercate un commesso — io non ho mai lavorato prima, ma…”. Il signor Tomasi corrugò la fronte, senza però smettere dai propri occhi quella luce divertita. “Un commesso, noi? Ma no, ma no… mai cercato!”. Come se con questo diniego ogni cosa si fosse risolta, Rossano rilasciò le spalle, che aveva inarcato quasi a far partire un pugno contro il sorriso del libraio. “Allora scusi, guardi, è colpa mia che ho capito male io. Infatti mi aveva anche detto, il mio amico, che avevate appeso un cartellino all’entrata, e io non l’ho trovato, allora sarà un’altra libreria si vede —- io —- c’è un’altra libreria qui vicino?”. Il libraio si volse alla vetrina, scrutando l’esterno: “Mah, c’è…”, poi, improvvisamente riavendosi, “Ma no, ma no! un momento! Un cartellino, dicevi un cartellino? ma sì, ma sì! ecco! intendevi quello!”. Nel ricordarsi del cartellino il signor Tomasi era passato improvvisamente al tu e s’era fatto calmo e serio, e così anche Rossano finì per calmarsi del tutto, tanto più che il libraio l’aveva nuovamente lasciato solo, entrando difilato per una porticina del retro. Ne ritornò poco dopo con in mano un foglietto di cartone, che diede a Rossano. Sopra c’era scritto, “CERCASI GARZONE”.

“Vedi, quel cartellino, quel cartellino l’ha appeso Marianna, mia moglie, ecco perché non me ne sono ricordato subito, sono vecchio, sai… vecchio… e poi il cartellino non diceva proprio che ci serviva un commesso, vedi? ma un garzone, un garzone… che è diverso, almeno per noi è un po’ diverso… noi più che altro avremmo bisogno di qualcuno, qualcuno di giovane… che ci aiutasse a spostare le casse piene di libri, sono pesanti, sai? noi due assieme, vecchi come siamo a volte proprio non ce la facciamo… poi ci sarebbe, ecco ci sarebbe da pulire in terra, lo faceva mia moglie, ma oramai ha sempre male di schiena… e anche sopra gli scaffali c’è molta polvere… molta polvere, vedi?”. Come a dimostrare, passò una mano lungo uno scaffale, e la ritirò mostrandola a Rossano: ma la mano del libraio era rimasta perfettamente pulita. “E delle volte, alle volte… sai, abbiamo certi vecchi clienti… loro vengono qui una tantum, hanno preso quest’abitudine di venire una tantum… loro vengono, restano qui un intero pomeriggio, guardano qua e là… alle volte prendiamo anche insieme il caffè, lo fa mia moglie, lo fa lei… pensi che per me lo fa tutte le mattine, da quando siamo sposati… che cara… cara lei…”

Il libraio, quell’uomo che a Rossano sembrava sempre più un povero diavolo, nel riprendere il lei iniziò a raccontare della moglie, ricordandola con gli occhi luccicanti come se fosse morta e sepolta; quasi senza più ascoltarlo, Rossano si guardava intorno, ancora stupito della forma di quella libreria, che gli ricordava un po’ la pancia di un animale gigantesco, di una balena. Gli vennero in mente il burattino di Pinocchio, la cui storia conosceva non per aver letto il libro ma perché gli era stata raccontata da altri che la conoscevano; e Geppetto intrappolato nel ventre luminoso del mostro, e pensò che la scena, con lui davanti a un libraio che perdeva rotelle, era simile a quella del libro, tanto più che Rossano, che per i nomi aveva cattiva memoria, credette in quel momento di ricordare che il nome del libraio fosse proprio Giuseppe, e anche in seguito, molto tempo dopo essere stato assunto, avrebbe continuato a sbagliare, chiamando a volte il proprietario “Giuseppe”.

Quel giorno, davanti al libraio che continuava assorto a mormorare il proprio felice matrimonio, Rossano, seguendo il filo del nome di Giuseppe come se fosse sdraiato sull’erba e non in una libreria, si ricordò delle statuine di legno del presepe che per ogni Natale preparava insieme a sua madre, ed era appunto la statuina di san Giuseppe, chinato sulla culla, appoggiato ad un lungo bastone, la statuina che Rossano aveva da sempre prediletto, con la tunica dai colori vecchissimi che oramai venivano via solo a toccarla, e quella lunga barba già grigia. Il libraio però non aveva la barba, ma solo due corti baffetti ingialliti dalle sigarette.

Quando il signor Tomasi riprese il “tu”, Rossano capì che tornava a rivolgerglisi in modo diretto. “Lo sai, lo sai qual è stato il primo libro che abbiamo venduto? un Pinocchio… me lo ricordo ancora… e l’hai letto, tu? l’hai letto Pinocchio?”

Strano, si disse il ragazzino, che sia stato proprio Pinocchio il primo libro, e cercò di ricordare chi gli aveva raccontato la storia del burattino. Forse non gliel’aveva raccontata nessuno. In realtà a Rossano non era mai piaciuta la storia di Pinocchio. La notte sognava il bambino di legno che gli veniva vicino con un alito fetido e non faceva che dire, “Tu non uscirai mai vivo da qui”. Volle mentire. “Sì, l’ho letto, anzi, sa che io ho — che… cioè, è il primo libro che ho letto”. Il libraio rimase, allargando gli occhi. “Così, eh?” badava a ripetere allargando gli occhi sempre di più, “Così, eh? il primo libro!”. Adesso che il libraio credeva a quella bugia, scambiandola per una bella coincidenza significativa, a Rossano non sembrava più tanto strano di aver pensato a Pinocchio proprio un attimo prima che il libraio lo nominasse.

Il libraio aveva ripreso, almeno negli occhi, quella luce divertita con cui aveva accolto Rossano, ma ormai al ragazzo quell’aria non dava più sui nervi. “E vediamo, vediamo… che adesso ti interrogo, eh? vediamo… vediamo… mah…”, poi, riavendosi: “ma sì! ecco, allora, allora… ecco, dimmi”, continuò il libraio, puntando l’indice in su, sempre più divertito dalla scenetta del maestro che interroga l’allievo, “Dimmi: in che tipo di pesce finiscono intrappolati Geppetto e Pinocchio?”.

Dopotutto è davvero strano, riconobbe Rossano, dato che non solo ha indovinato con Pinocchio, ma ha azzeccato proprio quell’episodio del racconto che era venuto in mente anche a me. Il più bello, però, è che forse Rossano lo sapeva, in che pesce i due erano capitati, lo sapeva anche senza aver mai letto il libro. Gli batteva il cuore a pensarci, e si sentiva già affezionato al libraio.

Tutte le persone che gli avevano raccontato la favola del burattino senza fili gli avevano detto che Geppetto era finito nella pancia di una balena. Ma, giusto qualche mese prima di capitare nella libreria del signor Tomasi, Rossano aveva visto, nel paese dov’era nato, una festa di carri decorati, e uno dei carri era proprio dedicato a Pinocchio. Tutti i carri passavano lungo la strada (le luci e i colori di quei palazzi di cartapesta che si muovevano trasportati da un macinino a benzina, e la banda che suonava così male, e i dolci così nauseanti); i carri passavano lungo la strada e Rossano aveva fatto caso al grande pesce di cartone che inseguiva i due personaggi della fiaba, perché a casa aveva un libro illustrato di animali del mare. Rossano aveva fatto caso alle pinne e ai denti della bestia e aveva notato che il pesce non era una balena ma un pescecane. Si disse che il libraio di sicuro gli aveva fatto proprio quella domanda per coglierlo in fallo, aspettandosi che lui rispondesse, “Balena”, come avrebbero detto tutti, mentre in realtà si trattava di un pescecane, quindi rispose proprio, “Pescecane”.

Per la seconda volta il libraio rimase. “Un pescecane! proprio… proprio… ma guarda te… e io che ero già pronto a correggerti di… di… sai, quasi tutti dicono che è una balena, perché insomma, dopotutto come si fa a vivere dentro un pescecane… con quei denti come tanti coltelli… coltelli… non ci si può proprio fare una casa… con un pescecane… al massimo ci fai un cappotto, e così… coltelli… ma guarda! così tu lo sapevi, che c’è scritto Pescecane?”.

Il libraio sembrava proprio molto soddisfatto, come se indovinando il pescecane Rossano avesse superato una prova importante. “Quand’è così, io per me, guarda… io per me ti assumo anche subito”. Rossano, che nel frattempo aveva dimenticato il vero motivo per cui era finito dentro la libreria, restò quasi interdetto. Il libraio si scusò, “Ah! ma non avevo finito…”, dicendo, “non avevo finito di spiegarti che cos’è il lavoro… cos’è il lavoro… il lavoro… il lavoro… bene: ti dicevo, ci sono clienti che vengono una tantum…”, e riprese il discorso da dove l’aveva abbandonato, spiegando a Rossano come ci fossero certi affezionati clienti che avevano preso l’abitudine, che Rossano giudicò stranissima, di venire nella libreria del signor Tomasi solo due o tre volte l’anno, e in ognuna di quelle visite acquistare e ordinare parecchi libri. “Solo che poi, capisci, tutti questi libri… tutti questi libri, non possono portarseli via così, sono decine e decine di libri, decine e decine… che loro ordinano… li ordinano e poi però li lasciano qui e noi glieli portiamo poi, il giorno dopo… decine… il giorno dopo o quando riusciamo, perché a volte… a volte… a volte i libri non li abbiamo, li dobbiamo… dobbiamo ordinarli per posta…”, poi, come per rassicurare Rossano che quell’impegno a consegnare la merce non sarebbe stato fonte di ansie e preoccupazioni, “Insomma non c’è un termine… un termine fisso di consegna, capisci? loro lo sanno che noi abbiamo… abbiamo… come dire, i nostri tempi, i nostri… la nostra onda… bene: il tuo lavoro sarebbe anche questo… quello di fare le consegne, che io e mia moglie… io e lei… te l’ho detto… non riusciamo… non riusciamo più… tutti quei libri…”. Il signor Tomasi, con l’aria tramortita di chi veramente ha appena scaricato una montagna di libri, si mosse verso un piccolo cassetto, e ne tirò fuori un quadernetto nero. “Ecco, questo è… è… il taccuino dove ci sono… ci sono gli indirizzi dei clienti… vedi? ma vieni… vieni qui vicino che ti mostro… ti mostro dove sono… nessuno è troppo… troppo lontano, sai? vieni… le strade…”.

Il libraio aveva già aperto il taccuino sul tavolo davanti a sé, con tutti i nomi e gli indirizzi di tutti quegli strani clienti incolonnati per diverse pagine, “Ci sono anche i numeri di telefono”, e Rossano si era già levato l’impermeabile gocciolante, e alle spalle del signor Tomasi, chini tutt’e due sul libricino, annuiva, mentre l’uomo gli indicava dove erano le strade, e quale percorso fare per arrivare in una certa via, indicando con la mano le direzioni, proprio come aveva fatto poco prima, quando aveva spiegato a Rossano com’era fatta la libreria; anche adesso, Rossano non poteva vedere i luoghi che il libraio veniva indicando mentre li nominava, “Passi di là, lungo il porto…” oppure, piegando il braccio, “Proprio dietro il cinema del centro, sai quale intendo?…” o anche, indicando da un’altra parte, “Dove c’è quel pescivendolo, quello con l’insegna a forma di polpo…” e disegnando la forma del polpo con le mani; però stavolta la vista di tutte quelle cose non era impedita dallo scaffale di libri, ma dai muri delle prime case davanti alla libreria, anche loro già visibili a malapena, così dietro la vetrina grondante, e con il cielo che ormai metteva a notte.

CENINI Pinocchio

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