Liberazioni

W.Nardon.foto.Liberazoni

L’intenzione era chiara, ma non era una delle più facili da realizzare: volevano assistere a una liberazione, volevano seguire qualcosa che avrebbe conquistato la libertà proprio in quel pomeriggio, perciò si erano accordati per trovarsi subito dopo pranzo. Alfio D. ci pensava da qualche tempo: cosa succede quando qualcosa che è stato rinchiuso ritrova la libertà? Cosa cambia per noi? Il giorno precedente aveva perfino fatto alcune prove in cucina. Aveva aperto un barattolo di fagioli, li aveva scolati, aveva chiuso lo scarico del lavandino con il tappo di gomma e poi aveva aperto il rubinetto. Era rimasto a seguire la schiuma, muovendoli un po’ nell’acqua.

Leo arrivò qualche minuto in ritardo, maniche corte, sudato. Era riuscito a liberarsi a stento di sua sorella, dopo averle dato una mano in una ricerca di scienza sull’animale preferito (l’ermellino, secondo le sue insondabili preferenze). La sua classe era tutta presa da questa mania delle ricerche, dei lavori di gruppo che avrebbero dovuto favorire la cooperazione fra scolari e che invece finivano per rovinare addosso ai più capaci, ai più volenterosi o a chi aveva un fratello da incastrare. Le aveva trovato qualcosa in rete e poi se ne era andato di corsa. Alfio invece aveva pranzato da solo, condizione pressoché ideale. I suoi erano al lavoro e quel pomeriggio fortunatamente suo fratello era stato affidato alla nonna. Aveva mangiato in fretta quello che sua madre gli aveva lasciato, con una rivista a fumetti a fianco del piatto e in testa la questione pomeridiana. Quando Leo arrivò, Alfio era già sulla porta.

Scendendo per la strada, tornò fuori un vecchio discorso:

«Non ne posso più dei miei. Più cercano di calmare le acque, più le cose gli sfuggono di mano. E quasi una regola: più una famiglia si mostra tranquilla, maggiore è il grado di incomprensione; più la famiglia è presa dalle discussioni, più rischia di crollare».

Si dirigevano verso sud, oltre le ultime case dell’abitato. La prima ipotesi per osservare una liberazione era quella di superare l’impianto di meli e scendere un po’ a valle, per arrivare a uno dei primi vigneti, alla capanna degli attrezzi di proprietà di un pensionato di Modena che dopo il ritiro dal lavoro aveva acquistato il podere per dedicarsi alla coltivazione della terra.

«Non so», disse Leo, «aggiungi poi che i caratteri finiscono sempre per peggiorare la situazione».

In una baracca di legno il signor Sergi teneva una vecchia Vespa 50 di colore nero, segnata dal tempo ma ancora insospettabilmente affidabile. Tempo prima, mentre suo padre parlava con Sergi, Leo aveva avuto il privilegio di provarla ed era corso avanti e indietro per i filari quel tanto da collaudare le potenzialità del mezzo. Ogni tanto ci era tornato e l’aveva riprovata in presenza del proprietario. Ora però si sarebbe data l’occasione per comprendere cosa avrebbe potuto esprimere nel momento in cui fosse stata liberata – per così dire – in piena autonomia.

«A volte sono così incazzato che mi sembra quasi di non farcela, a rimanere a casa», disse Leo, «E non è tanto che loro non capiscono quello che faccio – questo in un certo senso potrebbe anche essere normale – è che se ne fregano. Non gliene importa niente. Il fatto che io a scuola me la cavi li autorizza a fregarsene. E non tirano avanti neanche tanto male».

Dalla strada tagliarono attraverso i meli, lasciando la via principale e con questa la vista dei vicini quali avrebbero potuto mal giudicare la passeggiata pomeridiana di due che non avevano niente di meglio da fare che andare in cerca di oggetti da mettere in libertà.

Alfio respirava a pieni polmoni. L’aria gli infondeva un po’ sicurezza, mentre fra le mura di casa finiva preda del malumore. I meli erano carichi di frutti, con alcuni rami qua e là sostenuti da supporti metallici, legati al tronco per impedire loro di piegarsi o di staccarsi a causa del peso. I supporti erano lunghi circa un metro, sottili, piegati alle estremità come due uncini, i quali venivano agganciati uno al ramo e l’altro, appunto, al tronco. La tensione che il metallo evidenziava era piena di vita. Per aprire il pomeriggio nel migliore dei modi, Alfio e Leo trovarono un paio di ferri che pendevano liberi dalle piante, e dopo aver preso ciascuno una mela da un ramo la infilzarono all’uncino. In un attimo, girando come due lanciatori di martello, scagliarono le mele in aria mandandole venticinque, trenta metri più a valle. Un magnifico gesto (tranne che per il rischio di essere presi a calci dal contadino di turno). In mezzo a due file di alberi da frutto Alfio seguiva la traiettoria della mela cercando di interpretare l’arco della parabola.

 

2.

Costruita con assi verticali inchiodate in modo un po’ impreciso, la baracca non poteva proprio dirsi inespugnabile. Alfio guardava la parete principale, con alcuni inserti nuovi che si intercalavano alle assi grigie, frutto del lavoro di risistemazione che il pensionato aveva appena concluso. Dovendo cingere d’assedio la fortezza, sarebbe stato facile venirne a capo. Leo aveva visto la vespa in mano a Sergi piuttosto raramente, perché il più delle volte il pensionato arrivava nel vigneto con la macchina, portando con sé quel che gli serviva. La usava di più nei periodi in cui risiedeva in paese stabilmente e non solo nei fine settimana, quindi soprattutto d’estate (per le emergenze primaverili nel vigneto, si faceva aiutare da un vicino).

Leo aveva cominciato a cercare le chiavi setacciando i vari nascondigli che il pensionato impiegava. Si mise a controllare a terra, percorrendo il perimetro e verificando la tenuta di alcune lastre di pietra. Quando arrivò di nuovo sul retro, lo sentì armeggiare a terra: poco dopo sbucò fuori con espressione soddisfatta. Il lucchetto si sbloccò abbastanza facilmente e furono subito dentro. La vespa si trovava in disparte, coperta con un paio di sacchi, in apparenza più per preservarla dalla polvere che per nasconderla alla vista di chi avesse spiato fra le assi. Fotografarono la posizione dei sacchi per poi ripristinarla a fine giro. Il primo stava sopra il manubrio, disposto nel senso della lunghezza, da una manopola all’altra. L’altro copriva per intero la tradizionale sella nera. Li tolsero e li misero sopra due grosse taniche per l’acqua che stavano a sinistra, a ridosso della parete vicina all’entrata.

Leo spinse fuori la moto. Nella luce di quel pomeriggio la vespa sembrava riguadagnare un posto privilegiato. Prenderla in mano trasmetteva immediatamente un senso di vibrante sicurezza materiale, un aumento imprevedibile delle possibilità di movimento e quindi dell’autonomia del fortunato possessore, che per quanto si fosse trovato senza meta, sarebbe stato comunque preda di una noia che grazie alla moto avrebbe potuto gestire al meglio, spostandosi in due ore agli angoli estremi del territorio comunale anche solo per seguire la distribuzione della luce sulle piante (di fatto questo era quel che accadeva alla maggior parte dei quindicenni del paese, sempre in giro senza meta, solo per stordirsi con nuove prospettive). Alfio ne rimase meravigliato. La stessa pergola di prima in presenza della moto appariva più ricca, come se la presenza del mezzo stabilisse un nuovo equilibrio che toglieva ai grappoli d’uva il loro potere paralizzante, quello che incuteva l’impressione di rimanere inchiodati a un contesto. Era questa, l’impossibilità che gli metteva le mani sul collo?

Salito sul mezzo, Leo fece forza sul pedale dello starter. Al terzo colpo il motore partì. Innescò le prime due marce entrando nella pergola con una familiarità invidiabile, perfino superiore all’esperienza di guida che le precedenti prove gli avevano offerto. Filava senza alcun problema, senza difficoltà, anche con un certo stile. Davvero, non era poco. In forza di questa superiorità, dopo soli due giri si fermò davanti ad Alfio, scese e gli passò la moto, tenendo ancora il motore acceso. C’era un senso di stupefazione in questa prova, che pensando alla propria famiglia scombinata Alfio vedeva tingersi di una sfumatura iridescente, quasi irreale. Spostò la manopola sulla prima, rilasciò lentamente la frizione e partì per la sua spedizione nello spazio. Le condizioni generali consentivano lo svolgimento di una prudente esplorazione. Non era disinvolto, benché non fosse del tutto nuovo ai giri in moto (la prima gliela aveva fatta provare un cugino di sua madre). In effetti, muovendosi, la fissità del vigneto sembrava molto più sopportabile, disarmata, ridotta a panorama di contorno. Vide d’un tratto uno sfondo sul quale si muoveva in piena autonomia, finalmente liberato dai ceppi e pronto ad andarsene. Le vigne ora restavano più miti, come se fossero anch’esse testimoni di una possibilità che finalmente si schiudeva, alla quale loro non avrebbero mai potuto accedere. Tornò soddisfatto verso Leo, che scuoteva la testa al vedere il mezzo impiegato al minimo. Come per integrare questa prova insufficiente, Leo fece un paio di giri a tutta, entrando anche nella pergola che si apriva oltre metà vigneto, per poi tornare di corsa. Alfio si disse che stava facendo troppo rumore. Eppure era stato necessario: insomma, la liberazione della moto aveva a che fare anche con la loro libertà e questo lo faceva sentire meglio; anche se restava il fatto che stavano utilizzando la moto di un altro e che di quel passo avrebbero potuto essere scoperti (senza contare che i segni delle frenate in fondo alla pergola cominciavano a farsi sempre più evidenti).

D’un tratto, dalla strada che si intravedeva poche pergole più in là sentirono venire verso di loro il rumore di un trattore, un rumore che crebbe di intensità per poi rimanere costante. Leo spense la vespa a metà strada, scese e la mise sul cavalletto. Alfio chiuse la baracca. Il vecchio non aveva un trattore e questo era troppo grande per essere quello del suo vicino, ma era meglio esser prudenti. Entrò nel vigneto, si buttò a terra, passò strisciando in avanti fra le vigne e lo fece di nuovo fino a guadagnare due pergole. A cinque metri di distanza anche Leo fece lo stesso. Il trattore era rimasto acceso, ma il mezzo era fermo. Stesi al suolo in avanti, Alfio e Leo guardavano verso la strada. Innerh**, il robusto contadino che possedeva tre ettari di alberi da frutto e che teneva in stalla alcune capre era sceso in strada e si era affrettato dalla parte del rimorchio urlando varie imprecazioni. Qui prese per un braccio qualcuno che poco dopo si rivelò essere suo figlio Tito e lo buttò in strada.

«Cosa ti avevo detto?», lo colpì al volto con uno schiaffo.

«E’ così che tieni ferma la sagoma? E’ così che fai quello che ti dico? Sai quanto può costare?»

Tito rimaneva a terra, semisdraiato.

Leo guardò verso Alfio e si intesero in un cenno. Aveva un anno meno di loro.

Innerh** lasciò che Tito si rialzasse e si spolverasse un po’, poi gli diede un altro schiaffo, più debole: «Questo è perché te ne ricordi». Quindi tornò rapidamente sui suoi passi e risalì sul trattore.

Dalla prospettiva di Alfio non si riusciva a distinguere con nitidezza cosa stessero trasportando sul rimorchio di tanto importante. Sembrava la sagoma per la costruzione dell’arco di un portico, ma dove lo avrebbero mai costruito, nella loro baita di campagna?

Sul volto di Tito era rimasto qualcosa.

Si guardò intorno, poi risalì sul rimorchio e ripartirono.

 

3.

Fra le attività ereditate da un passato ancestrale nel pensiero di Alfio la pesca rimaneva un’attività tranquilla – in rapporto alla caccia – un’attività esercitata in modo sicuro e in apparenza meno cruento. Era piuttosto raro che qualcuno potesse leggere un libro andando a caccia; diversamente, sui pontili del lago, nelle mattine d’estate un pescatore dilettante senza tante pretese poteva facilmente conciliare i suoi tentativi di far abboccare qualcosa con una delle sue letture preferite. Insomma, la pesca comunicava un senso di tranquillità che alla caccia mancava. Detto questo, ad una fascinazione teorica per la pesca Alfio non aveva mai fatto seguire un impegno pratico: più che altro aveva guardato pescare gli altri. Leo apparteneva invece per tradizione a una famiglia di pescatori, e perciò anche quell’anno le domeniche mattina aveva accompagnato suo padre sul torrente.

Lo zio di Leo, che faceva parte del direttivo della sezione locale dell’Associazione pescatori, gli aveva detto che quella mattina avevano provveduto a seminare le trote, a liberarle nel corso del torrente. Perciò, dopo aver riposto la vespa al sicuro, ricoperta dei due sacchi, Alfio e Leo avevano deciso di procedere verso il basso, scendendo fino a fondovalle per verificare di persona cosa ora stesse succedendo nel torrente.

«Innerh** tratta molto meglio i suoi cani che Tito e Sergio», disse Leo.

A dire il vero, i due fratelli erano stati tanto abituati al silenzio che anche in gruppo non parlavano quasi mai, preferendo restare in disparte e godere di un momento di tranquillità, di indifferenza a quel che accadeva, al punto da sperare di confondersi con gli altri, di scomparire.

Alfio pensava in silenzio a cosa Innerh** si sarebbe potuto meritare davanti a una corte. Quella volontà di considerare ogni sua minima faccenda di importanza vitale per sé e per il mondo, non era distante da quella di tanti altri, ma era una sorta di insulto, visto che poi per sé combinava poco e per il mondo faceva ancor meno. La forza della sua ostinazione si fondava proprio nella convinzione che dal punto di vista materiale ogni piccolo passo avanti fosse il risultato della giustezza delle sue scelte di contadino. Sebbene i suoi successi economici risultassero trascurabili a fronte di quelli di buona parte dei suoi coetanei residenti in paese, aveva comunque migliorato le misere condizioni dalle quali la sua famiglia era partita, il che lo aveva riempito di orgoglio. Il fatto che ora i figli volessero intraprendere una strada diversa rispetto alla sua lo aveva fatto sprofondare in una condizione di esilio autoimposto.

«Innerh** è fuori di testa, meriterebbe una lezione», disse Alfio.

Progettarono pertanto di intervenire a breve con un’azione retributiva, di andare nel campo del contadino a tirare in aria qualche mela in più del solito. Un’esibizione speciale.

La strada asfaltata scendeva ripida lungo il versante.

«A sentire i miei, Innerh** è da capire. Io invece non capisco perché dovremmo comprendere lui più di Tito», aggiunse Leo.

Alfio guardava lontano, l’altro versante della valle: guardando verso destra, cercava di seguire la valle fino a quel che si intravedeva della pianura, oltre il contesto cittadino, le scuole e tutto il resto.

 

4.

Nei punti in cui la corrente era più forte l’acqua scorreva quasi bianca, sul filo delle pietre. Si erano messi su una roccia ad osservare un’ansa del torrente che passava poco sotto di loro. Guardava le pietre. L’acqua del torrente era limpida, più scura solo verso il centro, dove il letto era più profondo. Si vedevano alcuni pesci, fra i dieci e i quindici centimetri, con il dorso scuro e il ventre grigio chiaro.

«Trote iridee», disse Leo.

Se anche l’acqua era materia – un composto – allora forse anche nelle altre cose si poteva sprofondare, immergersi al punto di confondervisi in un’unione segreta con tutte le altre forme, indifferenziate in un’unica materia originaria. Questo sentimento di appartenenza alla natura era qualcosa che Alfio aveva conosciuto, ma che ora stava scomparendo, come se l’entrata in una nuova stagione avesse nascosto un’ulteriore colpa, una seconda separazione dalla materia, non più solo biologica, ma cosciente; come se la coscienza di sé e del proprio avvenire avesse cominciato a consumare un’altra pena.

Guardava il bosco poco sopra la riva. Cresceva un lieve disagio. Del resto, andava sempre così quando si trovava in mezzo alla natura: dopo un po’, fatta qualche osservazione, aveva bisogno di una meta da raggiungere, di uno scopo. Fermarsi a guardare le piante non gli bastava.

«Ne hanno proprio seminate tante», disse Leo, «quest’anno sicuramente non saranno tutte pescate».

«Io pensavo invece che molte, anche se sono state liberate, preferiscono restare in questa insenatura, invece che andare avanti», fece Alfio.

Leo prese un piccolo sasso e lo tirò nell’acqua. Subito ci fu un rapido fuggire in avanti dei pesci. I due rimasero a guardare finché l’acqua non tornò al suo corso normale.

«Vedi», disse Leo, «Fuggono davanti al pericolo, non fanno progetti per il futuro».

Non aveva ancora capito in che misura la materia, dopo essere stata per tanto tempo compressa, tornasse poi in una condizione di quiete apparente.

Più avanti, sul bordo di uno dei pochi vigneti che arrivava quasi sul greto del torrente, si intravedeva un bidone, uno di quelli che i contadini usano per raccogliere l’acqua.

«Tre tiri», disse Alfio.

Raccolsero dei sassi attorno.

Tirarono. Nessuno dei due lo prese.

Guardando l’imprecisione degli ultimi colpi, Leo si mise a ridere.

«È meglio risalire», disse Alfio, «se andiamo avanti così, mi sa che non riusciamo a rimettere in piedi la giornata».

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