Una flânerie di Julio Cortázar

di in: Bazar (1)
Cortazar

Quante città sanno essere anche una biblioteca, anche una macchina delle storie, anche un collidere e mescidarsi d’innumeri universi? Non molte, a ben pensarci. E Parigi sembra possedere in grado supremo tale capacità.

Passeggiava, da solo, imboccando da Rue Martel dove abitava la Rue du Faubourg Poissonnière. Lavavano la strada secondo l’uso parigino, facevano scorrere l’acqua lungo le canalette incavate sotto il ciglio dei marciapiedi. Nelle tasche dell’impermeabile aveva sempre quadernetti e penne, ma gli bastavano la memoria e la fantasia. E lo sguardo.

S’ebbe un sobbalzo del respiro quando vide un ritratto del Che sagomato con lo spray su di un muro. Ogni notte gli ritornava in sogno il Comandante, la folla raccolta a salutarlo prima della partenza per la Bolivia e l’Oceano che restituiva il suo odore dal Lungomare dell’Avana. Sempre si risvegliava dopo il sogno nella penombra del suo appartamento, il ronzio del frigorifero dalla cucina, qualche motocicletta in strada, la luce dei lampioni traverso le tende tirate. Talvolta si alzava, accendeva il giradischi mantenendo il volume bassissimo: Miles, la tromba di Miles, il sassofono di Coltrane. Teneva la luce spenta, scostava i tendaggi. Decideva che sarebbe andato a Saint Sulpice, la mattina dopo. Intanto, insieme con il jazz, ascoltava il respiro di Carol, tendeva l’orecchio a quel respiro, ai sogni che fanno sostare in un altro luogo mentre, contemporaneamente, si sta qui, adesso. Essere due persone in un solo corpo, due storie in una sola mente, due tempi dentro il medesimo presente.

Lo gnomone di Saint Sulpice è segno visibile della mente che misura e accoglie i cicli dell’universo, che in un romanzo costruisce spazi con le parole, che in una città come questa ha concepito passages simili alle stringhe di cui raccontano i fisici: da tempo a tempo, da dimensione a dimensione.

Qualche mese prima aveva incontrato Leonardo Sciascia proprio a Saint Sulpice: si erano stretti la mano, poi erano usciti insieme avviandosi verso il Luxembourg. I bambini spingevano navi e velieri telecomandati nella grande vasca. Avevano parlato di Lezama Lima e di Perec. Di Borges e di Carlos Fuentes. Veniva a Parigi appena gli era possibile lo scrittore siciliano e Cortázar aveva visto le fotografie di Ferdinando Scianna: Sciascia in Rue de la Seine davanti alla statua di Voltaire, ad esempio e Sciascia a Racalmuto, insieme con due bambine del popolo davanti al Cristo morto disteso dietro un vetro nella Chiesa matrice (Cristi piagati e morti giacciono nelle chiese sparse per l’America meridionale; quanta arguzia e esprit de finesse nella prosa di Voltaire, in quella di Sciascia).

Poi Julio scendeva verso la Senna, fermandosi a leggere i manifesti che annunciavano il concerto di Michel Petrucciani, il cameriere dietro la vetrata di una brasserie nelle vicinanze somigliava a Marlon Brando e la ragazza in bicicletta che si perdeva troppo presto alla vista strappava alla sua mente un ringraziamento al dio che non c’è: perché esiste Parigi, la bellezza, le accensioni del desiderio.

Specchiandosi nella vetrina della libreria si scopriva addosso lo scafandro dell’Eternauta, l’incessante nevicata cadeva su Buenos Aires; voltandosi Julio scorgeva il boulevard inondato di sole e riguardando la vetrina vedeva il suo volto asimmetrico nel tondo del casco.

Per quante città si deve passare e subirne le nevicate incessanti, sentirne l’alito che esala dalle prigioni sotterranee . . . Forse anche per questo Parigi gli donava quel senso ossigenante di libertà e i suoi passi nelle rues e nei boulevards avevano l’esatta cadenza dello scrivere.

Dietro ogni finestra un personaggio per una storia, in ogni storia una finestra che guarda la città. E la sequenza combinatoria delle finestre. Conigli bianchi, maghe disperanti, creature fluttuanti negli acquari… E cani romantici, perros sin nombre y sencillos.

Pensò al suo fraterno amico José Lezama Lima, Ángel de las tinieblas: fuori dell’Avana, se soltanto si fosse deciso a viaggiare, egli avrebbe apprezzato proprio questa città costruita attorno a vertigini di cultura. Dalla cultura inventava le sue costruzioni di parole, con émpito di creatore. Gran Arquitecto de la lengua, egli sarebbe apparso – nobilissimo e mente profonda come don Luis de Góngora y Argote nel ritratto di Velázquez, il viso a metà in ombra (com’è questa città variazione incessante da buio a luce, da luce a buio) – nel vicolo della sua casa, immaginò Julio, le cui finestre danno sull’Île de Saint Louis. Nell’ora crepuscolare, quando l’ultima luce manda bagliori dai tetti parigini, el gran Gordo e Julio si sarebbero avviati verso una di quelle singolari librerie che aprono soltanto la sera per accogliere lettori insonni; el Ángel de las sombras y de las metáforas, un po’ ansimando, sarebbe entrato nella sala che ha le pareti nascoste dai libri e che sta un poco sotto il livello stradale. Don José, gran Fingidor de imágenes, aveva capito che scrivere un romanzo è obra de fundación – fondare un’opera letteraria è viaggio dentro mondi abbuiati, a scorno di chi crede netti i confini delle cose. Sì, el Ángel rebelde avrebbe apprezzato questa città: le sue mani abili nello smazzare i tarocchi della letteratura e che sapevano toccare i meccanismi segreti della mente e dei sogni, avrebbero sfogliato i libri poggiati sul tavolo alla luce di una lampada. Julio e Lezama avrebbero continuato nei libri la loro flânerie notturna.

Tutta questa letteratura che ci portiamo nella testa, tutta questa Parigi che dà gli spasimi al pensiero che non ci basta una sola esistenza per vivere. Una passeggiata lunga quanto una biblioteca i cui volumi vengano allineati l’uno accanto all’altro da Rue Martel fino a Rue des Écoles. E la verità: che da qualunque luogo si provenga è Parigi la nostra capitale se la scrittura è nostra ossessione. Ma Parigi, forse, non esiste: ce la portiamo dentro la testa, la guardiamo da un angolo della nostra testa dove ce ne stiamo accovacciati a sognare scritture e a suonare un pianoforte jazz, un corpo deforme che ama riamato, la struggente caviglia di una passante che varca una pozza d’acqua, il trench di Catherine Deneuve, Miles mentre suona Ascenseur pour l’échafaud.

Julio Cortázar entrò in una cabina telefonica, compose il numero di casa: “Ciao, Carol. Mi manchi. Vieni a pranzare con me?”.

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