Mio padre è autistico!

di in: Filosofia portatile (0)
Maciej Sieńczyk 1

Non credo sia una deformazione ‘professionale’, un vizio piuttosto. Ce l’ho già da prima che cominciassi a prendere sul serio la scrittura. Il fatto è che sto estremamente attento a tutte le parole che durante il giorno sento attorno a me, ho un orecchio ormai bene allenato al riguardo. Per farmi bello potrei usare quell’aforisma cinese secondo il quale con gli occhi si diventa sapienti, con l’orecchio saggi. La deformazione magari invece è una specializzazione: da un po’ di tempo mi capita di notare tutti i minimi slittamenti di senso che pian piano subiscono le parole dette in giro, per strada, sui media. Il metodo di elaborazione poi ha qualcosa del prescientifico, uso il buon senso quando dice che tre indizi fanno una prova. Questa è la premessa per dire che l’ho ampiamente superata la prova, quindi posso azzardarmi a parlarne, cominciando dal primo indizio, la frase del titolo.

Ho un amico viticultore, un uomo che stimo molto. Da me la stima parte da sola verso chiunque faccia quello che fa con dedizione, amore, rispetto, la fa al meglio possibile insomma e anche un po’ di più. Qualsiasi cosa faccia, in passato ho stimato anche un borseggiatore d’alta scuola, una specie di gimnosofista del borseggio che basava tutto sulla respirazione, quando quello inspirava lui espirava. Credevano fosse abilità manuale, quindi era soprannominato Giotto. Questo però non c’entra. Il mio amico invece fa un vino chiarificatore dei pensieri, nonché uno spumante di gran classe ‘romanesco’ (quasi un ossimoro) visto che ha le vigne al IX miglio della via Appia. Ha più di cinquant’anni, una moglie e due figlie. Va da sé che mi rifornisco di vino da lui, lo vado a trovare e chiacchieriamo a vanvera, tanto sappiamo tutti e due che è solo perché ci piace passare un po’ di tempo insieme.

Lo scorso sabato però non c’era, c’era la moglie deliziosa e la volitiva e intelligente figliola la quale, parlando del padre ha pronunciato la frase di cui sopra, e non per ridere, lo diceva più o meno sul serio.

Naturalmente le ho chiesto che cosa volesse dire e lei mi ha risposto che suo padre ha un modo suo per ogni cosa, un’idea sua su qualsiasi cosa, e di conseguenza ogni cosa la fa a modo suo, nel lavoro delle vigne e anche no. Nel momento in cui me l’ha spiegato io all’improvviso ho capito perché gli sono amico, prima non me l’ero mai chiesto ma era proprio così, quello che ammiravo in lui era proprio il saper risolvere le sue questioni, piccole e grandi, l’affrontare i vari aspetti della vita in modi a lui confacenti e per lui efficienti, molto spesso originali. Nel lavoro prima di tutto e poi anche nei rapporti con gli altri, per esempio.

Ho chiesto alla ragazza in modo saccente ma non scostante perché lo definisse autistico, quando l’autismo è perdita di interesse per il mondo, chiusura in sé stessi e delirio, e suo padre tutto meno mi sembrava che isolato e delirante. Mi ha risposto ammettendo che forse era un po’ eccessivo, in realtà vedevo che in qualche modo si pentiva di aver usato un termine che doveva aver sentito già in quell’accezione: chi fa le cose a modo suo, in fin dei conti chi ragiona, forse anche un po’ ossessivamente e capillarmente, con la propria testa.

Me ne sono andato dalla Cascina pensando che forse si era solo sbagliata. Però da tempo mi ronza in testa l’idea che quello che fino a pochi anni fa era reperibile in qualsiasi bar, magari a brani e brandelli, ma erano senza dubbio dei ragionamenti con la propria testa con comportamenti conseguenti, oggi non solo non esiste più, ma se entrate in qualsiasi bar d’Italia a qualsiasi ora sentirete più o meno le stesse parole e gli stessi movimenti di testa. Oggi nessun minimo slittamento, nessun pensiero divergente è più possibile, oggi nessun Copernico sarebbe più possibile, tutto ciò che si pensa è e deve essere convergente, tutti i pensieri si raggrumano attorno a dei fulcri assodati e riconoscibili, identitari, ripetitivi, in una sorta di compulsione all’appartenenza. Mi chiedevo se magari fosse una conseguenza di un’irriducibilità del nostro tempo psichico a quello informatico che tende, anzi pretende una simultaneità tra azione e reazione… In ogni caso era forse questa la ragione per cui raramente ormai si trova un vero gusto nella conversazione, anche a frequentare quei bar che erano una volta delle vere e proprie fucine di agitazioni di pensiero, anche a vanvera non dico di no, ma a volte quando mi sentivo chiuso di testa me ne andavo al bar e tornavo tutto bello spampanato…

In seguito ho dovuto constatare che non si era proprio sbagliata la ragazza, e il termine in questione sta slittando a coprire il senso di meri comportamenti originali diciamo così, qualsiasi brano di ragionamento con la propria testa sta diventando sanzionabile attraverso la sua assunzione a sintomo di una malattia ‘della personalità’. Qualche giorno dopo un giornalista assai livoroso che scrive sul quotidiano Il Messaggero ha affrontato la vicenda della tranquillità di Bob Dylan nel rispondere agli allettamenti del Nobel scrivendo che “già aveva dato prova di un carattere autistico, ora è diventato anche arrogante”, e questo mi ha fatto pensare a due cose: la prima è che dello slittamento di senso non erano certo responsabili i più o meno incolti, e non potevano esserlo del resto, ma quella nuova branca di ignoranti che fanno parte del mondo della “Cultura”; la seconda è che il campo semantico si estendeva a chi, magari troppo irriducibilmente rimane fedele a sé stesso, è coerente (altra parola assai faticata nell’odierno: tempo fa, durante la presentazione di un libro mi sono sentito dare del “coerente” da un signore sui 35/40, “ah, ma lei è coerente!”, come dire, lei fa parte di un mondo che non esiste più), a chi ha bisogno, per ragioni sua ma non peregrine di prendere una certa distanza, di sottrarsi a quella via comune del pensiero che è diventata unica (lo metto tra parentesi, ma a me ogni volta che sento parlare di pensiero unico mi viene da chiedermi: non sarà il pensiero unico che parla di sé stesso?) quando invece ogni minimo allontanamento viene vissuto dalla società, globale, quasi come un affronto, un tradimento, e l’adesione dev’essere tacita ma continua.

Poi è successo a me. Avevo passato una piacevole serata, secondo me, in trattoria, con alcuni amici e alcuni che non conoscevo, tra i quali ultimi la figlia di un importante filosofo parigino, ormai deceduto. Non mi ero fatto scrupolo, non solo per le bevande, non me lo faccio quasi mai, di dire quello che penso sugli argomenti svariati della serata, del resto ho un mio modesto punto di vista su quasi qualsiasi cosa, sono un forzato del pensiero e questo non lo nego. A me pareva che la serata fosse stata piacevole, nonostante le mie tesi riscuotessero un discreto interesse da parte di chi non mi conosceva. Invece il giorno dopo un amico comune mio e della figlia del filosofo francese mi ha riferito, in confidenza, che lei mi aveva trovato ‘autistico’. Ora non voglio certo dire che le mie idee fossero sensate o meno, solo che fino ad allora io pensavo che per autistico si dovesse intendere un pensiero indisciplinato (questo magari è vero), impulsivo (ma questo certo no), non consapevole delle proprie contraddizioni (e anche qui credo proprio di no).

In seguito l’ho sentita dare altre volte, tale attribuzione, e alla fine mi sono convinto a parlarne qui. È ancora possibile prendere un minimo di distanza attraverso il pensiero, affinché sia passibile di elaborazione? Oggi che abbiamo adottato questa specie di cervello in comune, di ipercoscienza, una seconda mente che ci cala in testa come un casco, anche se invece continuiamo a presumere delle soluzioni psicologiche nostre, uniche, originali, ognuno è convinto di continuare come prima ad avere una propria autonomia percettiva e cognitiva? D’altra parte il meccanismo appare talmente rodato ormai che riesce perfino a far finta del contrario, anzi tutti presumono non solo di ragionare con la propria testa ma di essere pienamente inseriti, collegati, nessuno mai ammetterebbe di vivere senza mondo e, come si sa, secondo gli scienziati cognitivi la presunzione del contrario è prova di una mente già ben strutturata…

Mi sa che toccherà rassegnarsi.9

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