Smanie di conquista

Poche parole che non ricordo più è il romanzo di Enrico De Vivo edito da Exorma in vendita da domani in libreria e online. In anteprima esclusiva per i lettori di ZIBALDONI, un estratto dal libro.

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DE VIVO Poche parole

Ho sentito dire da un camionista, un certo Kurtz, che c’è stato un periodo in cui arrivava gente da tutte le parti del mondo a studiare la popolazione lacustre, non solo storici, filosofi, critici musicali e letterari, ma anche scrittori vecchi e giovani a corto di ispirazione, poeti lirici e poetesse scalmanate, arcigni esperti di cibernetica e biogenetica. Non mancavano le troupe televisive e gli etnologi, ed era intervenuto perfino qualche esponente religioso. Diversi gruppi buddisti si erano sistemati con le tende sulle sponde del lago, mentre un prete cattolico a capo di un gruppo scout approfittava del campeggio estivo per fare la spia per conto di un famoso prelato esperto di esorcismi, che si era insospettito a sentire come viveva la gente del luogo.

La gente del luogo, però, non sapeva come viveva, era questo l’inghippo che metteva in crisi non solo il prete cattolico – e, per suo tramite, il famoso prelato esorcista – ma anche gli scienziati, i poeti e gli scrittori, per non parlare degli storici e, a maggior ragione, dei cosiddetti critici, che di solito sono sempre gli ultimi a capirci qualcosa. Una volta, mi ha raccontato il camionista Kurtz, un critico letterario si era avvicinato per intervistare un uomo seminudo, vestito soltanto con larghe mutande e un paio di calzini verdi, che se ne andava in giro canticchiando per i giardini pubblici, e gli aveva chiesto il perché di quel suo abbigliamento sconveniente. L’uomo in mutande gli aveva risposto che non capiva di che cosa stesse parlando, e glielo diceva al suo modo cantante, intonando una nenia orientaleggiante: «Non capiiiiiiisco di che cooooooosa stai parlaaaaando – Tu capiiiiiisci, tu, che coooooooosa sto cantaaaaaaaaando?». Il critico letterario, era evidente, non capiva, ma era rimasto talmente sorpreso da quella risposta che aveva pensato subito che si dovesse trattare di un folle o di un idiota. Perciò era passato a fare domande a una signorina, che gli sembrava più confacente ai suoi scopi in quanto andava leggendo ad alta voce a un’amica uno dei foglietti volanti che da quelle parti erano il pane quotidiano per chiunque. La signorina leggeva con una bella cadenza sonora e spigliata, diffondendo nell’aria un canto mellifluo. Il critico letterario quasi se ne stava innamorando, ma avvicinatosi per fare una delle sue solite domande, sortì soltanto l’effetto di un brusco cambio d’umore da parte della cantante, oltre a una borsettata sul capo da parte della medesima.

L’esplorazione del luogo, in quel periodo di interessamento mondiale per la popolazione lacustre, non andava meglio ai religiosi buddisti o indiani o di altri culti, che cercavano approcci spirituali con gli indigeni, approcci fondati, a seconda della confessione, sulla preghiera o sull’invito a ripensare ai propri peccati o sull’elargizione di consigli su come mettersi in cerca della propria via. Anche in questi casi, infatti, il successo era scarso perché la gente del posto non sapeva che cosa fosse la spiritualità o la religiosità, mostrandosi refrattaria a qualsiasi conversione. Perfino i buddisti, che pure sono religiosi che si formalizzano poco e si arrabbiano raramente, dopo alcune settimane avevano tolto le tende ed erano andati via visibilmente innervositi, strattonandosi tra di loro per le tonache e mettendosi sgambetti a vicenda, forse per sfogare la delusione.

Qualcuno potrebbe interpretare come mancanza di senso di ospitalità una reazione del genere da parte della popolazione lacustre, ma non è così. Gli atteggiamenti di insofferenza erano dettati dal fatto che certe presenze disturbavano troppo l’amicizia naturale, interrompendo i canti ricorrenti e intralciando l’armoniosa vita quotidiana, che rischiava, a causa di quelle intrusioni, di essere ridotta a qualcosa di straordinario e di spettacolare, che era quanto di più estraneo a quel luogo. I critici letterari che volevano scoprire “nuove forme espressive” e “nuovi metodi di interpretazione del reale”, i religiosi che cercavano di attirare a sé nuovi adepti, gli storici che vogliono sempre mettere nei libri di storia cose eccezionali, erano tutti elementi di fastidio perché incapaci di inserirsi con la giusta grazia nell’armoniosa quotidianità.

Per non parlare dei giornalisti che volevano fare gli scoop, racconta Kurtz. Erano i più violenti e aggressivi di tutti, i più spregiudicati. Una volta avevano lanciato una campagna di informazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul “caso inquietante della valle del lago”, come loro stessi lo definivano. Avevano coinvolto perfino alcuni scienziati, secondo i quali nella valle circolava un Dna corrotto, che avvicinava troppo il genere umano agli animali, in particolare agli uccelli, segnando una regressione pericolosissima per l’homo sapiens. I giornalisti, forti delle ipotesi degli scienziati, avevano poi intervistato degli esperti di biogenetica, e alcuni di loro, al soldo di un magnate proprietario di un network televisivo, si erano prestati a organizzare spedizioni per rapire cinque o sei abitanti della valle del lago, imprigionandoli in laboratori dove erano stati sottoposti a esperimenti allucinanti, sezionati e violentati.

Kurtz mi ha raccontato di un ragazzo dalla lunga barba e dalla pancia prominente, che aveva mostrato, come altri che erano stati catturati nel corso di queste terribili spedizioni, di non curarsi minimamente della violenza che subiva. Rimanendo indifferente al dolore mentre veniva seviziato o lobotomizzato, aveva continuato a comportarsi come se tutto fosse normale e a intonare i suoi canti, mettendo in serio imbarazzo aguzzini e infermieri che praticavano tagli e operazioni varie senza anestesia. Erano canti sereni, i suoi, dai quali si ricavava un sentimento di qualcosa di molto lontano dall’umanità, ma allo stesso tempo di estremamente familiare, perché era come se suggerissero che anche il male gratuito fa parte della vita, e non c’è di che meravigliarsi, bisogna cantare anche questo, fino alla fine.

Il ragazzo dalla lunga barba e dalla pancia prominente era morto dopo poche settimane in seguito alle infezioni e alle ferite procurate dai bisturi. Due anziani infermieri impietositi, Salvatore Meglio e Gennaro Verdoliva, di nascosto dalle autorità, avevano riportato il corpo del giovane alla valle originaria, dandogli sepoltura nei pressi del lago. Poi, guardandosi attorno ed esitando più del necessario nell’andar via, avevano cominciato a fiutare nel modo di vivere di quella gente qualcosa di cui non sapevano darsi ragione, ma che li attirava irrefrenabilmente.

«Gennari’, ma tu siente che bell’aria fresca?», aveva detto Salvatore al collega. Non c’era stato bisogno che Gennaro rispondesse. I due vecchi infermieri avevano già cambiato vita.

 

[Tratto da Poche parole che non ricordo più di Enrico De Vivo, Exorma 2017]

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