Saghe familiari

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Resto sempre affascinato dalle fotografie delle tre o quattro generazioni che appaiono sull’annuario locale, tra le pagine dei villaggi, subito dopo il lunario, gli articoli del vescovo, dei notabili, i consigli del farmacista e i ricordi eruditi dell’archivista. Sembra che ci sia una specie di gara a comparirvi: si tira su dal letto il bisavolo, si convince la nonna di carattere difficile, si fa pace con il papà che la pensa a modo suo, ci si infila nel gruppo con la figlioletta in fasce, ed è fatta. Si cambia poi posizione: di qua il bisavolo, accanto, alla figlioletta, poi il papà che non ha voglia di sorridere, infine la nonna, poi si cambia ancora, stavolta in ordine di altezza, e ci si scatta foto fino a sera, finché il vento non ha scompigliato le messe in piega e i sorrisi non ce la fanno a rimanere fermi e sono diventati ghigni.

L’effetto finale, nelle foto a colori pubblicate a mezza pagina sull’annuario, è garantito soprattutto per le famiglie che abitano paesini in cui non accade quasi nulla, se non le morti di vecchietti e i pellegrinaggi ai celebri santuari, e c’è tanto spazio per l’esibizione delle virtù domestiche in abito da festa. In città, per dire, è tutto più difficile, si sgomita nelle pagine riservate al capoluogo, le morti di vecchietti sono molte di più, e poi sono successe cose, durante l’anno, cose belle e cose brutte, e tutte occupano spazio, e le famiglie, se non hanno almeno cinque generazioni da esibire, non ci arriveranno mai alla pubblicazione.

Nei villaggi, tutto è più facile. Eccola, la trisnonna che gli anni hanno reso minuscola, una specie di bambina tutta rughe, vestita come un secolo fa, ma va bene così; eccola, la bisnonna ancora energica, con lo sguardo duro di chi ne ha viste tante e se ne ricorda ancora qualcuna; eccolo, il nonno che non si separerebbe mai dal suo cappello, con il cravattino e un accenno appena percepibile di lusinga nel vestire; la madre, fresca di parrucchiera, la figlia, musona come solo gli adolescenti sanno essere, tutta in nero, ma costretta con le buone o con le cattive, va’ a sapere, a togliersi qualche ciondolo con teschietti e croci rovesciate, a rinunciare al trucco pesante, agli anellini al naso o al labbro. Il fotografo ignoto che le immortala non rinuncia, ammesso che lo faccia apposta, ad apparire nell’immagine, con un’ombra che si allunga al suolo, una sagomatura di testa e di braccia sollevate. Non si individuano ancora selfie, tra le pagine dell’annuario: va’ a sapere quando appariranno, le facce riprese dall’alto, appiccicate le une alle altre, le braccia levate a reggere i bastoni per smartphone, i sorrisi allucinati, le anamorfosi delle stempiature.

Colti da intenti catalogatori più sofisticati, alcuni moltiplicano le foto a seconda della linea familiare o a seconda del sesso: le stesse persone, con lo stesso abito, lo stesso sorriso, la stessa messa in piega, compaiono in più foto combinate con altri parenti, che a loro volta compaiono in altre foto. Si moltiplicano, abitano le pagine, le invadono, fanno sembrare che in certi villaggi abitino solo loro, che gli altri non esistano, siamo tutti una grande famiglia, eccetera. Eccoli, i più presenzialisti fanno anche capolino in fotografie generazionali di altri villaggi: i matrimoni tra un paese e l’altro in questo caso fanno superare diffidenze e campanilismi.

I sorrisi sono degni di ammirazione: sono sorrisi aperti e ostentati, fieri, consapevoli, quelli delle generazioni di mezzo, che possono vantare chiostre complete; più impacciati e reticenti quelli delle generazioni più antiche, che hanno perso per strada vari denti o non hanno fiducia nelle loro dentiere; assenti, come dicevamo, sulle bocche delle generazioni più giovani, che esprimono confusamente un’ansia di andarsene che però non saprebbero spiegare, e tirano giù i bordi delle labbra come segno di protesta silenziosa a quel rito delle foto.

In certi casi, la trisavola che abbozza un contegnoso sorriso nella foto di famiglia compare anche in piccolo, seria seria, nella pagina accanto, quella dei necrologi: perché nel frattempo è morta, poveretta.

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