Intervista a Romolo Bugaro

Dopo l’esordio giovanissimo, nel 1987, all’interno di una delle antologie Under 25 curate da Pier Vittorio Tondelli, Romolo Bugaro sì è rivelato un romanziere capace di raccontare i sogni, le speranze e i fallimenti del Nord Est ricco e opulento, dove le aziende si sono moltiplicate a dismisura, in una frenetica attività imprenditoriale e speculativa che ora patisce la grave crisi finanziaria dell’ultimo decennio. Storie di uomini ossessionati dal lavoro, dal denaro e dal potere.

bugaro

Hai esordito nel 1987 in una delle antologie Under 25 curate da Pier Vittorio Tondelli. Come ci sei arrivato e che ricordo hai di quell’esperienza?

Ci sono arrivato dopo un giro in libreria, durante il quale m’è capitata fra le mani una copia della prima antologia curata da Tondelli, “Giovani blues”. Ricordo l’emozione fortissima nel leggere  quel libro e scoprire quel progetto, che sembrava parlare proprio ai ragazzi interessati alla scrittura e desiderosi di pubblicare le loro prime cose – proprio a me. Avevo alcuni racconti scritti nel corso degli anni precedenti e li ho mandati all’indirizzo indicato nel testo, poiché il progetto nasceva fin da subito come “work in progress” in più volumi. Qualche mese dopo l’editore mi ha chiamato e in seguito ho incontrato Tondelli. Una sola volta, purtroppo.

 

Cosa ha portato un avvocato alla scrittura?

La scrittura mi ha interessato fin da ragazzino. Tuttavia la mia famiglia desiderava per me una professione “solida” (ammesso che questo significhi qualcosa e che esistano ancora professioni “solide”) e premeva molto per un percorso di studi tradizionale, così mi sono ritrovato a correre lungo il doppio binario dell’avvocatura e della scrittura narrativa. All’inizio pativo abbastanza la cosa, il dualismo. Col tempo viceversa ho capito che il lavoro mi consegnava un osservatorio privilegiato sul mondo, e ho iniziato a utilizzare nella scrittura le mie esperienze nel settore forense. Del resto oggi in Italia (e non solo in Italia) è molto difficile vivere esclusivamente di scrittura.

 

Una caratteristica dei tuoi romanzi è la folla di personaggi che occupa la scena, che però danno la sensazione di una profonda solitudine, come se ognuno fosse preso solo da se stesso.

I romanzi corali mi interessano e mi ritrovo ad andare sempre in quella direzione. Forse in questo sono stato influenzato dalla lettura di “Rimini” di Tondelli, per tornare a lui. Ma anche da un romanzo come “Fiesta” di Hemingway, che è stato davvero tra i fondamentali per me. Anche in questi testi i personaggi sono sempre insieme e sempre soli. Del resto si tratta di una condizione piuttosto comune della vita.

 

Il tono dominante mi sembra quello malinconico, come se i personaggi fossero votati al fallimento.

Il fallimento è una condizione che mette a nudo il vero carattere – vorrei dire la vera anima – di chi si trova, purtroppo per lui, a sperimentarlo. Una condizione assolutamente drammatica nella quale tuttavia le verità interiori vengono fuori. Tutto questo mi interessa moltissimo come scrittore.

 

Con Il labirinto delle passioni perdute il fallimento esistenziale che sembra minacciare i personaggi diventa fallimento economico, infatti racconti la crisi di una grande azienda nella Milano operosa.

All’epoca del Labirinto delle passioni perdute ero rimasto molto colpito dal crack Parmalat. Un’azienda conosciuta in tutta Italia e apparentemente solida, che all’improvviso tracolla mandando in rovina migliaia di risparmiatori, di obbligazionisti. Il passaggio repentino dalla ribalta mediatica alla distruzione di tutto. Mi sembrava che il racconto di questi temi fosse poco frequentato dalla narrativa italiana, così ho deciso di provarci io. Milano è la capitale delle grandi aziende e la storia quindi non poteva svolgersi che lì.

 

Con l’ultimo romanzo, Effetto domino, ritorni nel Nord-est. Cosa resta dei sogni, del desiderio di successo e di ricchezza che avevi raccontato quasi vent’anni prima con il romanzo La buona e brava gente della nazione?

Ai tempi de La buona e brava gente della nazione i sogni erano abbastanza integri. I giovani protagonisti di quel romanzo, ricchi e privilegiati, non vedevano la fine del loro stesso privilegio. Effetto domino viceversa tratta anche dell’eclissi del vantaggio sociale in quanto tale, della supremazia economica acquisita. Potremmo dire che La buona e brava gente è una storia dell’Italia prima della grande crisi, mentre Effetto domino del dopo.

 

Effetto domino racconta un tentativo di speculazione edilizia che fallisce e trascina con sé tutti i protagonisti, uno di loro addirittura si uccide. Di chi è la colpa? Chi causa il fallimento, le banche?

Credo che la vera causa del fallimento provenga dal sovrapporsi simultaneo e incontrollato di un numero crescente di variabili intorno a qualsiasi tipo di lavoro o iniziativa, le quali rendono difficile se non impossibile un vero controllo della direzione. Un’operazione come quella raccontata in Effetto Domino vent’anni fa avrebbe avuto meno attori (banche, soci di capitale, consorzi di garanzia, professionisti, mediatori ecc.). Sarebbe stata relativamente più stabile.

 

Quello che mi ha colpito molto, leggendo il tuo libro, è la rapidità con cui si può passare dalla ricchezza alla povertà.

Credo che questa sia uno dei veri tratti della nostra epoca. All’inizio dell’Ottocento per passare dalla ricchezza alla povertà occorrevano – mediamente – un paio di generazioni. All’inizio del Novecento bastavano – mediamente – un paio di decenni. Oggi il passaggio può essere rapidissimo, per effetto di una variazione di spread o della crisi di un cliente importante.

 

A trionfare, oltre alle banche, saranno in due: il personaggio più insignificante, Fabris, e lo spregiudicato Colombo.

Credo che Colombo cerchi un riscatto per la propria vita difficile, piena di sbandamenti ed errori, e sia disposto a tutto per ottenerlo. In questo senso, ha la forza della disperazione. Fabris viceversa ha il vantaggio di essere molo ricco, molto liquido.

 

A leggere il libro si ha l’impressione che nel mondo degli affari non ci sia spazio per nessun sentimento.

C’è il sentimento degli affari. Il desiderio di muovere le cose, fare e disfare, sentirsi al centro.

 

Con questo romanzo la tua scrittura si fa stilisticamente più asciutta, più precisa, concentrata. Come hai lavorato?

Scrivo lentamente, con molte revisioni. In questo testo credo di essere rimasto sulle pagine ancora più a lungo, perché cercavo una lingua aderente ai personaggi, né alta né bassa, una lingua “semi-parlata” che cercasse di restituire in modo immediato sentimenti e percezioni.

 

Tu attribuisci molta importanza agli aspetti materiali: le auto, l’abbigliamento, l’aspetto fisico dei personaggi, ma anche talune descrizioni del paesaggio o della luce. Come mai?

La nostra vita è piena di marche, etichette, nomi commerciali di prodotti. Mi piace il loro effetto sulla pagina, perché la semplice indicazione di una marca di jeans o scarpe o occhiali può illuminare il personaggio molto meglio di una lunga descrizione, e questo anche nel caso in cui la marca in questione sia totalmente sconosciuta al lettore, sulla base di una sorta di “forza implicita” del nome, della sua pura sonorità.

 

 

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Romolo Bugaro (1962, Padova) ha pubblicato La buona e brava gente della nazione (Baldini e Castoldi 1998, finalista al Premio Campiello), a cui sono seguiti, per Rizzoli, i romanzi Il venditore di libri usati di fantascienza (2000), Dalla parte del fuoco (2003) e Il labirinto delle passioni perdute (2006, finalista al premio Campiello). Inoltre ha pubblicato Ragazze del nordest (con Marco Franzoso, Marsilio 2010) e Bea vita! Crudo Nordest (Laterza 2010). Per Einaudi ha pubblicato il romanzo Effetto domino (2015).

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