Il meccanismo incompiuto della letteratura. Intervista a Domenico Starnone

Sabato 2 settembre, al Biblioigloo di Andalo (Trento), una biblioteca a 1300 metri di altitudine, c’è stata l’anteprima del Seminario Internazionale sul Romanzo, un’iniziativa del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento, ideata e diretta da Massimo Rizzante. Uno degli ospiti è stato lo scrittore e sceneggiatore Domenico Starnone, che ha conversato con Alessandro Gazzoli e risposto alle domande degli studenti e degli insegnanti presenti. Riporto una sintesi di tale conversazione, che ha avuto al centro soprattutto i romanzi Labilità (Feltrinelli, 2005), Lacci (Einaudi, 2014) e Scherzetto (Einaudi, 2016).

Starnone al Biblioigloo

Come ha iniziato a scrivere?

Per diversi anni la mattina ho fatto l’insegnante e al pomeriggio il giornalista militante nella redazione cultura del quotidiano “Il Manifesto”. Un giorno un redattore mi propose di scrivere qualcosa sulla scuola, lui probabilmente pensava a un testo politico-sindacale, io invece ci scrissi una sorta di racconto. Andò così, me ne ricordai a fine giornata, quando erano quasi le 23.00 e non avevo più la forza di scrivere, allora raccontai un episodio della vita scolastica, che però non voleva essere una cronaca realistica, ma diciamo così una riscrittura con elementi di fantasia. Ne venne fuori una rubrica settimanale che ebbe successo, mi scrivevano da tutta Italia, riconoscendosi negli insegnanti che raccontavo. Da ragazzo sognavo di fare lo scrittore e avevo fatto dei tentativi di scrittura, ma poi avevo abbandonato, convinto di non avere talento. Il successo di quella rubrica mi spinse a pensare che forse un certo talento per la scrittura d’invenzione ce l’avevo.

 

Quali sono state le sue letture formative?

Un libro che ho amato moltissimo è stata la Lettera al padre di Kafka, perché ritrovavo in quel libro tutto il rapporto conflittuale che avevo con mio padre. Lì dentro c’era tutto quello che avrei voluto scrivere, ma questo ebbe su di me un effetto scoraggiante: era già stato scritto, perché avrei dovuto farlo io? Un libro ben scritto, un libro che ci piace, se da un lato è una forma di speranza, dall’altro suscita un forte timore di non poterlo eguagliare. Di fronte al libro di Kafka io provavo una fortissima identificazione e un’altrettanta fortissima sfiducia nella capacità di eguagliare quel congegno narrativo. Pe molto tempo, perciò, il piacere di leggere e imparare si è scontrato con la voglia di scrivere, paralizzandomi. E poi devo aggiungere che all’origine della mia formazione letteraria non ci sono solo i libri, ma anche alcuni ricordi molto forti e suggestivi, come un’aspra litigata tra i miei genitori, dove, in un’ambiente integralmente dialettale, mio padre all’improvviso urla una parola mai sentita prima: vanesia. Che significava? Da dove giungeva quella parola?

 

Cosa rappresenta per lei la scrittura?

Il bello della scrittura è quello di edificare pezzo per pezzo tutte le parole che con fatica e piacere vengono messe l’una dopo l’altra. Scrivere è faticoso, soprattutto quando abbiamo l’impressione di avere in mente qualcosa da raccontare, ma poi di fronte a questa urgenza scopriamo che per dargli forma serve molto tempo, molta pazienza. Infatti per me la parte più bella è la riscrittura, quando cioè la storia ha ormai la sua forma e si tratta di sistemarla. Malgrado tutta questa fatica, nei libri finisce tanta roba di cui non abbiamo bisogno. Proprio per questa ragione chi scrive non può mai essere il proprio lettore, il testo non può essere interpretato correttamente dall’autore, che infatti scopre veramente quello che ha scritto grazie ai lettori. Ogni lettore, infatti, ci trova qualcosa di diverso, ed è allora che l’autore scopre veramente cosa, di quello che aveva in mente, è finito nel libro che ha scritto.

 

Come scrive? Prepara una scaletta? Parte dai personaggi? Conosce già come si concluderà?

Parto da moltissimi appunti che mi servono per mettere a fuoco il tema di cui mi voglio occupare. Spesso sono appunti disordinati e dalla grafia incomprensibile, perché scritti nei momenti più impensati, e che magari quando comincio a scrivere neppure rileggo. All’inizio ho in mente alcuni passaggi e forse come andrà a finire, ma non voglio avere tutto chiaro subito, perché altrimenti mi passerebbe l’interesse per la storia che sto raccontando. Per me scrivere è scoprire poco alla volta quello che succederà. Per andare avanti sino alla fine, serve una grande volontà che nasce solo se c’è un grande interesse per la storia che si sta scrivendo. La fase di scrittura è profondamente mia, non la racconto a nessuno, perché altrimenti si consumerebbe e scemerebbe il desiderio di scrivere.

 

Com’è arrivato al cinema?

Un giorno venne a cercarmi Silvio Orlando, che io non conoscevo, e mi disse che voleva realizzare un monologo dai miei testi sulla scuola, allora ne ricavai una commedia che fu messa in scena con la regia di Daniele Luchetti, il quale poi, visto che ebbe successo, ne ricavò il film. Io collaborai alla sceneggiatura e poiché anche il film ebbe successo, cominciai a scrivere anche per il cinema, pur non avendo una preparazione specifica. Diciamo che è stato il cinema stesso a fare di me uno sceneggiatore.

 

Lacci e Scherzetto sin dal titolo indicano la costruzione narrativa?

Intanto ho sempre amato i titoli di una sola parola, essa è quasi una formula magica, una parola guida attorno a cui ruota tutta la storia e che dunque ritorna costantemente. Poi direi di sì, i lacci, ad esempio, non sono solo quelli delle scarpe, ma il legame che c’è tra i personaggi. Però non vorrei dare ai titoli un significato eccessivamente simbolico, al contrario rimandano a un desiderio di concretezza.

 

Nei suoi romanzi compare spesso l’infanzia, presentata come una fase della vita veramente autentica.

In effetti nei miei libri accade spesso che il protagonista abbandoni la propria città, Napoli, per realizzare se stesso, ma quasi sempre tale realizzazione resta incompiuta, rimane sempre un senso di insoddisfazione, di delusione. Io credo che anche i libri siano meccanismi incompiuti. Le strutture narrative sono estremamente mobili, anche se noi tentiamo di chiuderli. I miei libri s’interrompono, tornano indietro, le storie s’intersecano e continuano da un libro all’altro; li sento come frammenti di un mosaico da ricomporre, andrebbero messi insieme. Temi ricorrenti nei miei libri sono sicuramente Napoli e la figura paterna, ma anche persone che hanno una forte ambizione e che però si accorgono che la vita vera è altrove rispetto a quello che hanno realizzando. Questo si ricollega sia alla città di Napoli che alla figura autoritaria paterna, ritenuti responsabili del fallimento.

 

Qual è il suo rapporto con Napoli?

Per lungo tempo ho cercato di non sentirmi napoletano, sia come scrittore che come cittadino. Ma a un cero punto, col romanzo Via Gemito, ho raccontato la mia vita a Napoli, la storia della mia famiglia, che però non va intesa come un’autobiografia o una copia della realtà. Ho raccontato quella che per me è stata un’esperienza molto dura sia con la città che con la mia famiglia. Ma, ripeto, si tratta di invenzione, pur partendo dalla realtà. Infatti, se oggi riscrivessi quel romanzo, verrebbe fuori una storia del tutto diversa.

 

Fino a che punto l’impegno politico può e deve contaminare l’opera letteraria?

Mi ritengo un cittadino impegnato e ho lavorato per quindici anni in un giornale schierato politicamente. Però non ho mai pensato che un racconto o un romanzo dovesse avere coerenza con quello che m’interessa da cittadino. Per esempio, pur capendo l’importanza del tema, non scriverei mai un romanzo per raccontare la condizione dei migranti, non credo sia questo il compito della letteratura, che piuttosto è costruzione di un mondo attraverso le parole, in un confronto costante con la tradizione. Non si deve fare letteratura scegliendo a tavolino un tema di attualità.

 

A scuola spesso si fanno leggere libri edificanti, che devono educare o fornire modelli, ad esempio Se questo è un uomo. Cosa ne pensa?

Credo che il libro di Primo Levi sia un libro straordinario non solo per il tema che racconta, ma per il modo, per la sua forma. Però penso che se si vuole fare letteratura, è meglio leggere una pagina dell’Isola del tesoro. Sono i buoni libri che fanno gli ottimi cittadini e non quelli che nascono con un intento educativo. Da insegnante m’interessava che un libro fosse forte, vero, autentico, che stimolasse la voglia di leggere.

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